I Mondi e l'Impero (Ciclo Imperium) di Keith Laumer
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I Mondi e l’Impero

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I Mondi e l’Impero, di Keith Laumer

PRESENTAZIONE

Benché molte opere dì Keith Laumer siano già apparse in Italia, il presente ciclo dei «mondi dell’impero» è il primo libro di questo autore a essere pubblicato in una delle collane della nostra casa editrice: varrà dunque la pena di spendere qualche parola sulla vita di Laumer e sulla sua opera letteraria in genere.

Nato a Syracuse, vicino a New York, nel 1925, Keith Laumer ha passato gran parte della vita al servizio delle forze armate e dei corpi diplomatici statunitensi. Dopo aver prestato servizio militare in Europa dal 1943 al 1945 nel corso della seconda guerra mondiale, ha studiato architettura all’università dell’Illinois laureandosi nel 1952. In seguito è rientrato nei corpi militari americani, lavorando dapprima nell’aeronautica e poi nei servizi diplomatici esteri. Queste sue esperienze gli sono state molto utili per la sua attività collaterale di scrittore di fantascienza: le sue storie rientrano sostanzialmente nella categoria dell’avventura spaziale piena d’azione e di combattimenti, e il suo celebre ciclo di Jaime Retief è imperniato sulla figura di un diplomatico interstellare.

La sua carriera letteraria ebbe inizio nel 1959 con il racconto «Greylorn», uscito su «Amazing Stories»: da allora Laumer è sempre stato un autore estremamente prolifico e la sua produzione narrativa fantascientifica consta a tutt’oggi di più di venti romanzi e di numerosissimi racconti.

Volendo esaminare brevemente l’opera di questo scrittore possiamo dire che Laumer riesce sostanzialmente bene nella narrazione di «thriller» fantascientifici, mentre le sue varie escursioni nel campo delle «semplici» commedie più leggere risultano in genere insoddisfacenti. A testimonianza di questa sua bravura come autore di «space opera» moderne e avvincenti ricordiamo due romanzi dal ritmo veloce e incalzante che riprendono con estrema efficienza il tema del superuomo galattico: «A plague of demons» (1965) e il suggestivo «A trace of memory», ottimo esempio di quel particolarissimo sottogenere definito «fantarcheologia» e incentrato sui misteriosi resti archeologici – sparsi un po’ ovunque sul nostro pianeta – di civiltà scomparse millenni orsono.

Vale la pena di citare anche il ciclo dei racconti sui Bolo, terribili unità da combattimento automatiche del futuro, simili a enormi carri armati automatizzati. Di questa serie abbiamo presentato una delle storie più caratteristiche, «La notte dei Troll» (The night of the Trolls, 1963), sulla nostra antologia «Robotica».

Non c’è dubbio tuttavia che la popolarità di Laumer, soprattutto in America, sia dovuta a due serie: questa dei «mondi dell’impero» e quella di Jaime Retief. La serie imperniata sulla figura di Jaime Retief descrive le avventure di questo diplomatico galattico su un’infinità di mondi alieni diversi: il ruolo principale di Retief è quello di fare da mediatore tra gli abitanti di questi mondi – la maggior parte dei quali spesso piuttosto «rognosi» e cattivelli – e i suoi incapaci e pomposi superiori del Corpo Diplomatico Terrestre. Impostati in maniera burlesca e ironica, i racconti sono in genere abbastanza simpatici e divertenti: rifacendosi alle proprie esperienze vissute, Laumer dà vigore e sostanza a un ’intelligente presa in giro della sostenuta pomposità delle alte sfere diplomatiche terrestri. Al contempo ci presenta una divertente e umoristica galleria di strane e bizzarre usanze aliene che alla fine il geniale Retief riesce sempre a mettere al servizio degli scopi della Terra. Anche di questa serie abbiamo già presentato ai nostri lettori un valido esempio: «La maniera yilliana» (The yillian way, 1962), sull’altra nostra antologia «Storie dello Spazio esterno».

Sostanzialmente diverso è invece questo ciclo dei «mondi dell’impero», senza dubbio l’opera più interessante prodotta finora da Laumer. Il ciclo composto di tre romanzi (« Worlds of the imperium», 1962; «The other side of time», 1965; «Assignment in nowhere», 1968), riprende il tema classico degli universi paralleli, apportando però sostanziali modifiche.

L’idea degli universi paralleli, mondi alternativi al nostro e in cui la storia si è svolta in maniera diversa portando a un presente sostanzialmente diverso, è un vecchio concetto della fantascienza. Senza stare qui a rifare una storia di questo sottogenere (che rimandiamo ad altra e più opportuna occasione, quale ad esempio l’introduzione di un prossimo volume delle Grandi Opere dedicato a questo tema), ricordiamo «en passoni» che il viaggio tra gli universi paralleli e le «porte tra i mondi» erano già presenti nel classico « The blind spot» (1921) di Homer Eon Flint e Austin Hall, e che già nel 1934 Murray Leinster aveva tracciato i fondamenti logici e metafisici dei «bivi nel tempo»: a ogni bivio della storia si creerebbe tutta una serie di alternative e di mondi che incarnano ogni possibile decisione che avrebbe potuto essere presa…

Partendo da queste premesse gli autori degli anni ’40 avevano sviluppato il concetto dei mondi paralleli, utilizzandone le numerose implicazioni e mescolandolo a quello dei viaggi nel tempo. Jack Williamson, nel suo celeberrimo «The legion of time» (1938), aveva concepito una storia di mondi in perpetua lotta fra di loro per l’esistenza: una guerra il cui scopo era di difendere le linee temporali – e di controllare gli eventi cruciali -che avevano prodotto tali mondi e causato la loro esistenza reale. Dopo Williamson anche Leiber, nel suo «Destiny times three» (1945), aveva portato in auge quest’idea, mentre De Camp ne aveva esplorato varie possibilità «a latere»: un viaggio nel tempo nel tentativo di rimodellare la storia ed evitare così l’oscura decadenza del Medioevo è alla base di «Lest darkness fall», mentre «The wheels of if » (1940) descrive un’America contemporanea alternativa derivata da una colonizzazione fatta dagli scandinavi nel decimo secolo dopo Cristo.

Il passo più importante nell’evoluzione di questo sottogenere lo compì tuttavia il defunto e compianto H. Beam Piper negli anni 50 con il suo ciclo della «paratime police», la polizia paratemporale. In questa serie Piper unisce tra loro la ramificazione delle linee temporali immaginata da Leinster in «Bivi nel tempo» e da De Camp nell’«Abisso del passato», la «polizia del tempo» creata da Williamson in « The legion of time», e i passaggi da un universo all’altro di «The blind spot» di Hall e Flint. Nella piacevole serie dì Piper le varie Terre esistenti a fianco a fianco hanno diverso grado di civiltà e la «polizia paratemporale» sorveglia tutto l’insieme per evitare che gli uomini delle linee più evolute si servano delle loro armi per conquistare le linee temporali più arretrate.

Il ciclo di Piper si sviluppa nell’ambito di svariati racconti e romanzi, e anche di svariati decenni: se infatti la prima storia, «He walked around the horses», è del 1946, l’ultima, «Down Styphon» (poi ripresa nel romanzo «Lord Kalvan of Otherwhen») è del 1965. Dato che il primo romanzo del ciclo di Laumer, «The worlds of thè imperium» (che è anche il suo primo romanzo in assoluto), risale al 1961, non possiamo escludere che Laumer si sia ispirato a Piper. Ciò ovviamente non significa nulla. Anzitutto Laumer sviluppa il concetto in maniera narrativamente diversa: il suo stile, sostanzialmente diverso da quello di Beam Piper, lo porta a costruire una complicata vicenda vanvogtiana, piena d’intricate ramificazioni. L’ambientazione, inoltre, è del tutto originale: Piper infatti situa il romanzo principale del ciclo, «Lord Kalvan of Otherwhen», in un mondo parallelo in cui le tribù asiatiche di tremila anni fa si sono rivolte a est anziché a ovest e hanno conquistato Cina e Giappone e poi attraverso il Pacifico fino all’America, scoprendola secoli prima dì Colombo; Laumer immagina invece un continuum temporale in cui Stati Uniti e tutto l’emisfero occidentale (Europa del Nord e Gran Bretagna) e l’Australia formano un unico enorme impero.

«The worlds of the imperium» è la storia di Brion Bayard, giovane diplomatico americano della nostra Terra, che viene rapito dagli emissari di questo mondo parallelo e convinto a recarsi in missione su una terza Terra allo scopo di uccidere un pericoloso dittatore… che è poi lui stesso, o più esattamente il suo doppio. L’impero, col suo gusto per le uniformi sgargianti e la vita brillante tipo belle époque, la sua straordinaria tecnologia per quanto riguarda gli spostamenti negli universi paralleli e la sua altrettanto straordinaria ignoranza delle scienze nucleari; la desolata Terra di I-D 2, appena uscita, per contro, da una guerra atomica e in preda al tradimento e alla corruzione; la figura di Hermann Goering, che nell’impero, pur avendo il fisico del suo doppio reale, il gerarca nazista, è invece un leale e accanito difensore della democrazia: sono alcuni degli elementi che rendono così simpatico e interessante questo romanzo.

Se il primo romanzo della serie serve a Laumer per introdurre l’ambiente e i concetti alla base delle sue speculazioni, «The other side of time», il secondo, porta qualche nuova idea nella tematica degli universi paralleli. Anzitutto: perché solo una linea temporale dovrebbe scoprire il viaggio paratemporale? Non ci potrebbe essere un numero svariato di culture avanzate che s’incontrano di continuo in questo flusso attraverso i mondi paralleli? E ancora: perché confinare le nostre esplorazioni ai mondi in cui solo / “homo sapiens ha sviluppato l’intelligenza?

Ecco dunque Brion Bayard catapultato in linee temporali dominate dai brutali Hagroon, i cannibalistici uomini-scimmia che stanno per invadere l’impero, oppure prigioniero degli ancora più strani abitanti di Xanijeel, esseri apparentemente e volli tisi dal Pitecantropo e da altri proto-ominidi che nella nostra Terra si sono estinti in tempi preistorici.

Naturalmente, come in tutti i romanzi di Laumer, l’azione ha il predominio sulla descrizione di queste culture alternative: non c’è molto tempo per le discussioni filosofiche o per altri scambi culturali con i nativi, perché l’eroe è sempre troppo occupato a balzare davanti e indietro utilizzando a volte vaghe e strampalate concezioni, come ad esempio quella del «tempo annullato», uno stato temporale altamente balordo e improbabile come teoria logica e che permette a Brion Bayard di sgusciare fuori da una situazione apparentemente senza scampo viaggiando non solo attraverso la dimensione paratemporale ma anche (contemporaneamente!) indietro nel tempo cronologico. A parte queste assurdità, queste impossibilità, il ciclo di Laumer, oltre a essere un ’ottima serie di avventura moderna, presenta alcune invenzioni decisamente curiose e simpatiche: il bel mondo dell’impero, di cui abbiamo parlato in precedenza; l’affascinante universo dove Bayard viene esiliato dagli uomini di Xanijeel e dove Napoleone non perse a Waterloo, portando così l’Europa sotto il suo dominio e lasciandola in eredità ai suoi discendenti; e infine il mondo descritto nel terzo romanzo del ciclo, «Assignment in nowhere», in cui i Plantageneti non si sono estinti lasciando il posto ai Tudor come nella storia reale. Nell’insieme, in definitiva, non ci sembra poi sbagliato inserire questo ciclo tra i «classici» della fantascienza avventurosa moderna, sottolineandone certo le notevoli incongruenze logiche (ma allora cosa dovremmo dire delle opere di Van Vogt?) ma ricordandone anche i considerevoli pregi: l’originalità della concezione di base, la solidità dell’impianto narrativo, il piglio rapido e incalzante dell’azione, le piacevoli invenzioni e gli spunti, a volte approfonditi a volte soltanto accennati, profusi a piene mani dall’autore nelle pagine dei tre romanzi.

Sandro Pergameno

Anteprima testo

PARTE PRIMA

CAPITOLO PRIMO

Mi fermai di fronte a un negozio che aveva una piccola insegna di legno penzolante da una lancia di ferro battuto che si protendeva dal muro di pietra rovinato dalle intemperie. Sull’insegna, la parola Antikvariat era scritta in oro su uno sfondo nero opaco. L’insegna scricchiolava mentre si dondolava nel vento notturno. Al disotto, una grata metallica proteggeva una vetrina polverosa che esponeva acqueforti ingiallite, incisioni su legno, litografie, e una mezzatinta sbiadita. Alcuni edifici, in quelle immagini, mi sembravano familiari; ma lì sorgevano sui campi aperti, o si appollaiavano su colline affacciate su un porto pieno di navi. Le signore in quelle immagini portavano gonne a campana e cappellini con nastri, e reggevano piccoli parasoli, mentre cavalli dalle zampe eleganti trascinavano carrozze sullo sfondo.

Ma non erano quelle stampe, a interessarmi, e neppure la pesante cornice dorata che cingeva uno specchio sciupato: era l’uomo la cui immagine stavo osservando nel vetro ingiallito, un uomo bruno che portava un impermeabile grigio molto stretto alla cintura e troppo lungo per lui. Se ne stava ritto con le mani affondate nelle tasche e guardava la vetrina buia, a circa dieci metri da me.

Mi aveva seguito tutto il giorno.

Dapprima avevo pensato che fosse una coincidenza, quando avevo notato quell’uomo sull’autobus di Bromma e poi l’avevo rivisto osservare le locandine dei teatri nell’atrio dell’albergo mentre io firmavo il registro, e di nuovo, mezz’ora dopo, seduto a tre tavoli di distanza, mentre sorseggiava un caffè e io facevo colazione.

Da molto tempo, ormai, avevo scartato la possibilità di una coincidenza. Erano passate cinque ore e quell’uomo era ancora con me mentre passeggiavo per la città vecchia, la Stoccolma medioevale ancora preservata su un’isola, in mezzo alla città. Ero passato davanti a vetrine piene di pentole di rame, argenterie lavorate, pistole da duello e logore sciabole da cavalleria: erano tutti oggetti bizzarri, nel sole pomeridiano, ma dopo mezzanotte diventavano cupi ricordi di un tempo di violenza. Sopra l’eco dei miei passi, nelle strette strade silenziose, si udivano gli altri passi, che si affrettavano quando io mi affrettavo e si fermavano quando mi fermavo. Ora l’uomo guardava la vetrina buia e aspettava. La mossa successiva toccava a me.

Io mi ero smarrito. Vent’anni è un tempo molto lungo, per ricordare le tortuose giravolte della città vecchia. Mi tolsi di tasca la guida e consultai la carta. Le mie dita erano malsicure.

Alzai il capo verso la targa di pietra all’angolo dell’edificio. Era appena leggibile: Master Samuelgatan. Trovai quel nome nella cartina pieghevole e vidi che si stendeva per tre brevi isolati e finiva su Gamla Storgatan. Nella luce fioca era difficile vedere i particolari della carta. Girai il libro e riuscii a vedere un po’ meglio: c’era un’altra stradina, che si chiamava Guldenmedstrappan.

Cercai di ricordare il mio svedese: trappan significa scalinata. La Scalinata degli Orefici, che portava da Master Samuelsgatan a Haunlgatan, un’altra stradina. Sembrava che portasse a una zona illuminata, vicino al palazzo, e pareva che fosse la mia unica via d’uscita. Rimisi in tasca la guida e mi avviai, distrattamente, verso la Scalinata dell’Orefice. Mi augurai che non ci fosse un cancello a sbarrarmi la strada.

La mia ombra attese un momento, poi mi seguì. Poiché procedevo di buon passo, guadagnai un certo vantaggio. L’uomo non dimostrava nessuna fretta. Passai davanti ad altri negozietti, con porte di ferro battuto e gradini di pietra logora, e poi vidi che in realtà il primo portone era un arco aperto con scalini di granito consunto che salivano bruscamente. Esitai un attimo, poi svoltai. Superato il portale, salii gli scalini a grande velocità. Sei balzi, otto balzi, e fui in cima: sfrecciai a sinistra, in un androne buio. C’era la vaga possibilità che io avessi raggiunto la sommità della scalinata prima che l’uomo ne raggiungesse la base. Mi fermai, in ascolto. Udii lo scricchiolio delle scarpe, poi un pesante respiro provenire dalla direzione della scala, a pochi metri di distanza. Attesi, respirando a bocca spalancata, cercando di non ansimare. Dopo un attimo, i passi si allontanarono. La mossa più logica, per il mio silenzioso compagno, sarebbe stata di guardarsi rapidamente intorno in cerca del mio nascondiglio, in considerazione del fatto che probabilmente mi ero nascosto poco lontano. Sarebbe ritornato presto.

Azzardai un’occhiata. Si allontanava rapidamente, guardandosi attorno, e mi voltava le spalle. Mi tolsi le scarpe, e, senza pensarci sopra, uscii. Raggiunsi la scalinata in tre passi, e scomparvi mentre l’uomo si fermava per tornare indietro. Balzai giù, facendo tre gradini alla volta; ero a mezza strada quando il mio piede urtò una pietra instabile, e io volai giù.

Urtai il selciato dapprima con la spalla, poi con il capo.

Rotolai su me stesso e mi rimisi faticosamente in piedi; la testa mi ronzava. Mi aggrappai al muro, ai piedi della scala, quando il dolore cominciò. Mi stavo infuriando. Udii i passi felpati scendere la scala, e mi preparai a balzargli addosso appena si presentasse. I passi esitarono proprio davanti all’arco, poi la rotonda testa bruna con i capelli lunghi si sporse. Mi avventai… e sbagliai la mira.

Lui si lanciò nella strada e si girò, frugandosi nel soprabito. Pensai che stesse cercando d’impugnare una pistola, e sparai un calcio. Questa volta ebbi più fortuna: colpii forte, ed ebbi la soddisfazione di sentirlo gemere per il dolore. Mi augurai di avergli fatto molto male. E quello che cercava nella tasca venne fuori, qualsiasi cosa fosse, e lui indietreggiò, portandosi l’oggetto alla bocca.

– Uno-zero-nove, dove diavolo è? – disse con voce rauca, lanciandomi occhiate lampeggianti. Aveva uno strano accento. Compresi che quell’oggetto era una specie di microfono. – Venga, uno-zero-nove: questa faccenda sta andando a rotoli… – Indietreggiò ancora, parlando, con gli occhi fissi su di me. Mi appoggiai al muro. Mi ero fatto troppo male per essere aggressivo. Non c’era…

I mondi dell'impero - Copertina

Tit. originale: Worlds of the Imperium (1962), The Other Side of Time (1965), Assignment in Nowhere (1968)

Anno: 1962/1968

Autore: Keith Laumer

Ciclo: Imperium #1, 2, 3

Edizione: Editrice Nord (anno 1983), collana “Cosmo Oro” #58

Traduttore: Giampaolo Cossato, Sandro Sandrelli

Pagine: 456

Dalla copertina | Brion Bayard, giovane diplomatico americano, sta tranquillamente girovagando per le stradine della citta vecchia medievale preservata proprio nel centro della moderna Stoccolma quando, di colpo, viene rapito dagli emissari di un mondo parallelo in cui gli Stati Uniti non sono mai esistiti, in cui l’Europa del Nord, la Gran Bretagna, l’emisfero occidentale e l’Australia formano un enorme impero: un impero che ha raggiunto uno straordinario livello tecnologico per quanto riguarda gli spostamenti negli universi paralleli ma è rimasto a uno stadio di totale ignoranza sulle scienze nucleari. Questo mondo, che ricorda molto la belle époque europea, con il suo gusto per le uniformi sgargianti e la vita brillante, si erge a difensore della civiltà contro i continuum spazio-temporali che hanno scoperto il segreto del viaggio tra mondi paralleli e tentano di impadronirsi con la violenza e con la tecnologia bellica nucleare delle altre Terre più indifese. Così inizia uno dei cicli più belli e famosi sui tema degli universi paralleli: una serie di fantastiche avventure attraverso mondi sfarzosi e terre desolate distrutte dall’olocausto atomico, mondi in cui Napoleone non perse affatto a Waterloo ma portò l’Europa unita sotto il suo dominio, mondi in cui i Plantageneti non si sono estinti lasciando il posto ai Tudor e in cui i discendenti di Riccardo Cuor di Leone e di Giovanni Senza Terra lottano ancora per il potere, mondi dominati da discendenti dei pitecantropi e di brutali uomini-scimmia, mondi in continuo pericolo per l’instabile equilibrio che governa il tessuto cosmico del continuum spazio-temporale e che può crollare per ogni minimo intervento esterno.