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I Pirati dello Spazio

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“Molto tempo dopo le grandi guerre interplanetarie, la galassia si è prosciugata. L’acqua è ormai diventata l’unica cosa che ancora abbia valore. I Malvagi Templari del pianeta Mithra hanno assunto il controllo di questa risorsa vitale. Il loro potere è assoluto, se si eccettuano pochi pirati ribelli che sopravvivono rubando il ghiaccio dalle grandi flotte templari.”

La storia del cinema – e più in generale della narrativa – è costellata di opere eminentemente dimenticabili, e che tuttavia rimangono aggrappate alla nostra memoria per un singolo elemento notevole.

Tutti noi possiamo stilare la nostra personale classifica di film, fumetti, romanzi, che potremmo anche dimenticarci, che magari vorremmo dimenticarci, se non fosse che…

Il recensore, ad esempio, si libererebbe volentieri del ricordo tanto di Leviathan quanto di Space Vampires, ma i tentacoli appiccicosi della sua memoria continuano ad aggrapparsi disperatamente alle forme di Amanda Pays e Mathilda May, rispettivamente.

Consideriamo per esempio I Pirati dello Spazio (The Ice Pirates), B-Movie del 1984 messo insieme da STEWART RAFFILL, regista e soggettista noto per uscite come il dignitoso The Philadelphia Experiment (1984, con Michael Paré e Nancy Allen) e il ben più dubbio Mac and Me (1988, una specie di E.T. L’extraterrestre di seconda classe), in questa occasione in combutta con lo sceneggiatore STANFORD SHERMAN, principale responsabile del flop fantasy Krull (1983).

I due sono artefici della sceneggiatura, mentre al solo Raffill si deve la regia di una pellicola che, di per sé debole, viene rimpolpata rubando qualche metro di girato da Rollerball e da La Fuga di Logan, e un effetto sonoro da Tron.

Distribuito dalla MGM, il film non lascia un’impronta duratura sulla storia del cinema, e persino Leo il Leone pare un po’ in imbarazzo mentre ruggisce prima dei titoli.

Difficile trovare un aggettivo che descriva I Pirati dello Spazio e che vada al di là di “sgangherato”.

Sgangherato nella trama.

Sgangherato nel dialogo.

Sgangherato nella regia, negli effetti speciali, nel design dei set e dei costumi, questo film s’innesta nel filone di fantascienza a basso costo endemica negli anni Ottanta.

A voler essere clementi, la sceneggiatura potrebbe passare per un episodio perduto del Buck Rogers con Gil Gerard, nell’offrirci un futuro visto attraverso gli occhi di quel periodo, con polpose principesse spaziali cotonate e vestite di lustrini, discoteche fitte di neon, robot imbranati, computer con tutta la “potenza” di 64K di RAM, battaglie spaziali fra modellini di plastica (e che sono di plastica lo si vede), dialoghi assolutamente inesistenti.

Con una struttura del genere, con una tale scarsità di mezzi, l’unica opzione è non prendersi sul serio, e di sicuro I Pirati dello Spazio non lo fa.

Per nostra fortuna.

La trama: Jason è un bonario e maldestro pirata spaziale che sbarca il lunario insieme alla sua ciurma di allegri cialtroni rubando e rivendendo ghiaccio, in una galassia ridotta alla sete dalle speculazioni dei Templari Mithroidi.

Catturato con alcuni compagni dopo un goffo arrembaggio e un ancor più impacciato tentativo di rapire la principessa Karina, il nostro eroe sfugge a un destino peggiore della morte solo accettando uno strano accordo offertogli proprio dalla sua presunta vittima e ora padrona. La bella (ne dubitavate?) Karina è disposta a salvarlo dalle ganasce del castratore meccanico con conseguente vita di schiavitù in parrucca candida e tutina tipo aerobica, se lui l’aiuterà a ritrovare suo padre, scomparso da tempo (è stato rimpiazzato da un androide).

È l’inizio di una lunga sarabanda costellata di improbabili capitomboli, con l’equipaggio di Jason sulle tracce del perduto genitore e i Templari sulle tracce dei pirati.

Il padre di Karina è infatti l’unico a conoscere l’ubicazione esatta del leggendario Settimo Pianeta, l’ultimo luogo nella galassia dove l’acqua abbondi, situato, come scopriremo (colpo di scena!), oltre il time warp.

Che non è il ballo col quale si apre il Rocky Horror Picture Show ma una “distorsione spazio-temporale”.

Ci sono delle buone trovate, ne I Pirati dello Spazio.

La miscela di tecnologia high e raccogliticcia con la quale sono equipaggiati i pirati, con laser e scimitarre, animali da cortile e robot, promette un’atmosfera molto meno asettica di tanta fantascienza di cassetta.

MICHAEL D. ROBERTS, veterano di diecimila serie e TV movie dei quali non è mai stato protagonista, è ancora una volta la spalla di turno: nel ruolo di Roscoe, braccio destro di colore di Jason e genio della robotica, riesce a dare quasi una piega postmoderna al personaggio, giustiziando senza pietà certi cliché razziali.

“Perché lo hai fatto nero?”, gli chiede Jason nel vedergli ultimare l’assemblaggio di un robot.

“Perché volevo che fosse perfetto”, risponde Roscoe.

Ma è poco, e regista e sceneggiatori vi dedicano scarsa attenzione, preferendo lasciare spazio a trovate discutibili e… sì, avete indovinato, sgangherate: robot che sembrano uomini in costume da robot, pettorute amazzoni spaziali in groppa a unicorni, la Donna Rospo (sorvoliamo), il videogioco “Space Invaders” usato come interfaccia dei cannoni laser, una scena d’inseguimento nel deserto con una grande voglia di Interceptor (ma una struttura da commedia di Mac Sennett), il “robo-pimp” che adesca malcapitati fuori dalle discoteche, una testa senza corpo, e l’obbligatoria scena di sesso (molto castigata, in retrospettiva) con effetti speciali tipo tempesta e pioggia gelata (un lusso, in una galassia priva d’acqua).

E, naturalmente, lo “space herpes”, sorta di variante a bassissima gradazione di Alien (esordisce esplodendo da un tacchino arrosto e finisce schiacciato sotto ad un tacco).

Arrivati a due terzi della pellicola, ci si domanda come abbiano fatto attori come il pur bravino ROBERT URICH (Spenser nell’omonimo telefilm e in una lunga serie di film per la TV) o – molto più grave – l’eccellente ANJELICA HOUSTON, a cascare in questo baraccone, per di più con addosso dei costumi che paiono scarti del guardaroba di Conan il Barbaro.

Il resto del cast allo sbaraglio, oltre al già citato M.D. Roberts, include una particina per l’iconico JOHN CARRADINE, qui nei panni del perduto padre della principessa e del suo sostituto androide, un ruolo per un giovanissimo RON PERLMAN, molto lontano da ben più sofisticate interpretazioni successive, e l’opportunità per MARY CROSBY (figlia di Bing Crosby) per mettere ampiamente in mostra le proprie grazie.

Il resto è routine, solo sgangherata routine, con battute a doppio senso abbastanza fuori luogo, effetti speciali imbarazzanti e la snervante impressione che tutti – gli attori, i robot, persino lo space herpes – stiano insistentemente strizzando l’occhio alla macchina da presa, come a voler dire “Hey, ragazzi, stiamo scherzando!”

E tuttavia, anche in questa pellicola piena di buchi ed effettacci mediocri, c’è un’idea che non se ne vuole andare dalla memoria dello spettatore.

Perché il Settimo Pianeta, motore e scopo di tutta la cerca, si trova appunto, come dicevamo, oltre il time warp. E, attraversando la distorsione, ecco che il tempo accelera in maniera imprevedibile: i protagonisti invecchiano a vista d’occhio, l’anziana tata della principessa incartapecorisce e si tramuta in uno scheletro, mentre barbe fluenti compaiono su menti precedentemente glabri, e gli abiti si sbrindellano per l’età.

Non sarebbe nulla di non visto mille volte in altri film o in serie come Star Trek, se non fosse che tutto ciò accade mentre gli eroi e i loro antagonisti sono coinvolti in una battaglia frenetica, che si trascina per i corridoi dell’astronave fino a concludersi in una vasta stiva candida, citando tutti i cliché del più classico cinema di pirati.

L’azione tuttavia procede a strappi, nell’erratico fluire del tempo, e ciò determina imprevisti ribaltamenti di situazione; il figlio di Jason e Karina, concepito durante la scena della doccia, ha il tempo di venire partorito in velocità in un angolo, svezzato, addestrato alla scherma, equipaggiato, e può infine scendere in campo, giovane aitante e di belle speranze, per salvare il proprio anziano genitore nel duello finale.

Tutto in dieci minuti di caos assoluto, competentemente coreografato, nel quale neppure la povertà delle scenografie può ottundere il filo tagliente di quell’unica idea – una battaglia lunga una vita, incapsulata in pochi attimi frenetici; oppure pochi attimi di combattimento estesi, stirati come un elastico su tutta un’esistenza.

Meraviglie dello spazio einstein-roseniano.

Certo, i mezzi tecnici a disposizione del regista sono miserrimi, e la perizia stessa di Raffill non gli permette grandi giochi di macchina, o sottigliezze di montaggio che avrebbero reso quest’unico concetto veramente straordinario.

Possiamo solo immaginare cosa avrebbe (o cos’ha?) fatto un regista visionario come Kubrik, con un’idea del genere.

O anche solo un furbastro come Roger Corman.

Invece, il destino ha voluto dietro la macchina da presa Stewart Raffill, inadeguato di fronte al solo spunto che la trama gli offrisse per diventare un grande regista; e il fatto che quella scena ci rimanga in mente tanto a lungo è più una testimonianza dell’originalità del concetto che non un tributo alla maestria del director.

Quindi, un film mediocre, che spreca un cast più che dignitoso su uno script scassato, ma anche una pellicola in fondo divertente, che non si macchia del peccato mortale di prendersi sul serio, e che ci regala uno dei combattimenti finali più memorabili della storia del cinema di Serie B.

Non si potrebbe chiedere di più, a un titolo come I Pirati dello Spazio.