I Proteiformi (The War of Two Worlds, di Poul Anderson)
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I Proteiformi

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Dopo un breve crepuscolo, la notte venuta dall’Atlantico dilagò sul mondo.

Alcune luci si accesero nella città, ma la maggior parte di essa rimase nelle tenebre. I punti luminosi erano più numerosi in cielo che sulla Terra, quando le stelle s’accesero.

Sua Grandezza Intelligenza Suprema, Signore del Sistema Solare, aprì la finestra, si appoggiò sui gomiti per contemplare le costellazioni respirare l’aria calda e pesante che arrivava      dalle illimitate profondità del Brasile.

“Che magnifico universo” pensò “Che meraviglioso pianeta, la Terra!” merita davvero che si combatta per lei, per conquistarla e tenersela, come si farebbe per un’amante molto cara!” Non udiva che il brusio leggero e un poco triste del vento; dovunque al disotto di lui, regnavano silenzio e solitudine.

Sospirò staccandosi dalla finestra, mentre nella stanza, automaticamente, la luce diventava più intensa. Si sentiva pesare sulle spalle il carico di una lunga fatica.

Sì la lotta era conclusa. La parola fine era stata messa all’ultimo episodio. Ma era veramente un punto fermo? E che cosa sarebbe accaduto, dopo? C’erano ancora tante cose da fare, e loro erano in numero troppo esiguo, per portarle a termine. Lui stesso, scelto come capo supremo dal proprio popolo, non era, in un certo senso, schiavo delle loro conquiste? Che cosa avrebbe portato l’avvenire? Forse altri scontri, e il prossimo quando li avrebbe colpiti? E da dove? Ci sarebbe mai stata per tutti una vera pace, sotto le stelle amiche?

Andò a sedersi alla scrivania, sforzandosi di scacciare la tristezza che lo abbatteva. Si disse, con irritazione che il suo pessimismo       era unicamente frutto della stanchezza, della prolungata tensione nervosa. Si disse che, in quei tempi terribili, non aveva il diritto di abbandonarsi alla depressione e allo scoraggiamento. Prese dalla scrivania alcuni fogli di Marte e incominciò ad esaminarli.

Ebbe un gesto di irritazione al suono di un campanello. Non lo avrebbero   dunque lasciato lavorare in pace almeno per una mezz’ora di seguito? Invece di rispondere ritornò accanto alla finestra e guardò nuovamente il cielo. Trascorsero alcuni minuti, durante i quali egli rimase assorto nei propri pensieri. Non correva nessun pericolo, rimanendo alla finestra. Chi avrebbe potuto guardarlo e sorprendersi? Il suo ufficio segreto era posto a tale altezza sulla città di San Paulo, in cima ad una immensa torre, che nemmeno il rumore della circolazione riusciva ad arrivarvi. Del resto, la città era scura, quasi deserta. E nel suo ufficio non entrava nessuno che non appartenesse al suo popolo.

Il campanello suonò ancora. Egli pensò d’aver avuto torto a non rispondere subito, ad essersi lasciato andare a qualche minuto di pigrizia. Poteva trattarsi di una comunicazione urgente, importante. Si chinò sul piccolo schermo che trasmetteva la sua voce fino all’anticamera.

«Entrate!» Disse poi, andò nuovamente a sedersi dietro la sua scrivania.

La porta si aprì, ed entrò un ufficiale. «Che cosa desiderate?» gli chiese Intelligenza Suprema. «Ho molto da fare.» L’ufficiale salutò, scattando sull’attenti con un movimento elastico e rapido.

«Prego Vostra Grandezza di scusarmi. Si tratta dell’affare Arnfeld. Mi hanno appena portato un nuovo documento che lo riguarda.»

«Datemelo, allora, invece di rimanere lì impettito. Per il diavolo, questo caso Arnfeld è la più fastidiosa storia che abbiamo avuto, dopo l’Esodo…»

L’ufficiale avanzò con passi rapidi e depose un quaderno sulla scrivania. «Ecco» disse «che cosa hanno trovato laggiù, perquisendo la casa, dopo che tutto fu finito. A quanto sembra, Arnfeld, visto che ogni cosa era perduta, redasse quest’ultimo rapporto per trasmettere a quelli della sua razza il racconto di quello che aveva scoperto e che aveva tentato. Aveva nascosto questo quaderno sotto una piastra del pavimento.»

«È quasi patetico, da un certo punto di vista» disse Intelligenza Suprema. «Sento quasi ammirazione per quella creatura e per i suoi amici. Hanno dimostrato molto coraggio, persino la femmina, che alla fine li ha traditi, non l’ha fatto per motivi ignobili.» Dalla sua grossa testa, sormontata da una cresta carnosa, sembrava emanare una luce fredda, mentre si chinava sul documento che l’ufficiale gli aveva consegnato. Era un quaderno scolastico, sgualcito e sporco. Le prime pagine erano riempite da una scrittura infantile: problemi di aritmetica, illustrati da goffi disegni. Le pagine seguenti erano coperte da una minuta scrittura maschile, ferma rapida, serrata. Si capiva che le frasi erano state vergate in fretta.

«Il testo, è molto lungo» disse Sua Grandezza. «Devono essere occorsi parecchi giorni ad Arnfeld, per scrivere tutta questa roba.»

«Infatti, sono rimasti chiusi parecchi giorni in quella casa isolata.»

«Già. Pare che sia così.»

Intelligenza Suprema lesse, con occhio quasi vitreo, le prime linee del manoscritto. “Queste pagine, scritte da David Mark Arnfeld, cittadino degli Stati Uniti d’America, pianeta Terra, sono state iniziate il 21 agosto 2043. Io sono sano di corpo e di mente. Un esame delle mie schede psichiatriche dimostrerà come sia poco probabile che io possa essere impazzito, il che, senza dubbio non mancheranno di affermare. Desidero unicamente esporre qui tutta la verità su un problema che interessa tanto la specie umana quanto i marziani.”

«Uhm!» esclamò Intelligenza Suprema, guardando il soffitto. «Dovremo, è chiaro, modificare un poco quelle schede, nel caso che qualcuno pensasse di esaminarle…» Sorrise. «Devo essere grato al signor Arnfeld di avermi suggerito questa misura di prudenza. Sembra che il testo sia un resoconto di… È quello che vedrò io stesso. Portate qui la donna.»

«Subito Vostra Grandezza vado a cercarla.»

Intelligenza Suprema continuò a leggere. “Onde evitare di trascurare qualcosa che possa fare luce sulla verità, riporterò qui tutto quello che è successo nei minimi particolari, sia che essi riguardino fatti e conversazioni avute sia che si tratti di sensazioni soggettive, e tutto ciò nei limiti della mia memoria. Se sembrerà un racconto di fantasia, me ne scuso, ma supplico chiunque leggesse queste pagine di trasmetterle segretamente, insisto sulla necessità del segreto, a Rafael Torreos, ex colonnello del Servizio dell’Ispezione delle Nazioni Unite, e di deporle nelle sue mani. Credo anche, di potere permettermi di scrivere a modo mio. In altri tempi, ho desiderato diventare scrittore e ho passato ore e ore a riempire pagine su pagine. Poiché questo racconto è probabilmente l’ultima delle mie opere, voglio almeno redigerlo nello stile che mi piace.”

«Torreos?» mormorò Intelligenza Suprema. «La donna non mi ha fatto questo nome…Dovremo occuparci di costui, che evidentemente deve collaborare coi marziani ed essere quindi in buoni rapporti con loro. Sì, sarà prudente metterlo subito nell’impossibilità di nuocere: una precauzione che credo utilissima. Darò ordini in merito, domani mattina.»

La suoneria riprese a trillare. La porta s’aprì silenziosamente, e l’ufficiale entrò, seguito da due guardie fra le quali stava una donna. Nonostante i lineamenti tirati per la disperazione la donna conservava la dignità del portamento e una bellezza in circostanze normali più favorevoli. I suoi magnifici capelli, folti dai riflessi dorati, captavano la luce, ma il viso era pallido e patito e gli occhi arrossati dalle lagrime.

«Christine Hawthorne, avete già visto questo quaderno?» Le chiese, senza preamboli, Intelligenza Suprema. S’esprimeva con tono calmo e neutro, con un lieve sforzo per adattare le proprie corde vocali a una pronuncia corretta dell’inglese.

«Dov’è la mia bambina?» Chiese lei, rimando, con voce strozzata.

«Non temete, ne abbiamo cura. Vi sarà resa a suo tempo, se collaborerete con noi.»

«Non ho già fatto abbastanza per voi?» rispose la donna, in tono triste, angosciato. «Non è sufficiente che vi abbia consegnato Dave e Reggy, e tradito tutti quelli della mia razza?»

«Sembra che voi non comprendiate il carattere definitivo della nostra vittoria» replicò Intelligenza Suprema, con un leggero tremito di voce. «David Anfield e Regelin dzu Coruthan sono morti. I loro cadaveri sono in nostro possesso, per lo meno ciò che ne resta. Insomma: non li avete uccisi voi stessa?»

«Sì» ammise lei col gli occhi bassi. «Sì, l’ho fatto…Per la mia bambina.»

«Bene, tutto è finito, ormai. E voi, l’unica sopravvissuta, siete nostra prigioniera. Siete ufficialmente morta, e non vi lasceremo andare. Tenete quindi conto di tutto ciò e comportatevi di conseguenza. Ora rispondetemi: avete già visto questo quaderno?»

La donna s’accostò alla scrivania e guardò il documento. «Sì» disse infine. «Quel quaderno era nella casa quando vi arrivammo. Dave lo usò per scrivere, se ne servì ogni giorno. Poi lo nascose, proprio prima della fine, ma non ci ha mai detto dove, per evitare che Reggy o io potessimo rivelare il nascondiglio, nel caso in cui fossimo stati catturati vivi. Avrebbe potuto prevedere le nostre minuziose ricerche. È vero che ormai non aveva più niente da perdere….»

Intelligenza suprema alzò una mano. Una mano con sette dita. «Portatela via.» Mentre il piccolo gruppo stava per oltrepassare la porta, lui aggiunse con improvvisa condiscendenza: «Dopo tutto potete anche renderle sua figlia.»

«Grazie» mormorò lei.

La porta si chiuse. Intelligenza Suprema trasse un sospiro di sollievo e s’appoggiò allo schienale della poltrona. Si sentiva nuovamente molto stanco. La lotta era stata così lunga!

Pensò che sarebbe stato meglio leggere personalmente il documento. Il racconto di quell’episodio così com’era stato vissuto nel campo nemico, avrebbe potuto contenere utili insegnamenti.

Scorse rapidamente le indicazioni puramente biografiche, perché le conosceva: Dave Arnfeld era nato nel 2017, nel nord dello Stato di New York, in un’antica agiata famiglia. Aveva cinque anni quando era scoppiata la guerra fra la Terra e Marte. A dodici anni era stato ammesso all’Accademia Lunare. A sedici, munito dei suoi diplomi, era entrato a far parte dei Servizi dello Spazio, dove era…

I Proteiformi - Copertina

Tit. originale: The War of Two Worlds

Anno: 1959

Autore: Poul Anderson

Edizione: Mondadori (anno 1970), collana “Urania” #553

Traduttore: Giorgio Monicelli

Pagine: 168

Dalla copertina | L’”invasione da Marte” come tutti sanno è uno dei temi più antichi della fantascienza; dalla “Guerra dei Mondi” di Wells (1898) all’ultimo racconto di Philip Dick si calcola che gli abitanti del IV Pianeta siano sbarcati in forze sulla Terra almeno un centinaio di volte. Per cui nel 2023, quando i Marziani arriveranno sul serio, la cosa ci sembrerà quasi naturale. Ma vent’anni più tardi, nel 2043, quando avremo definitivamente perduto la guerra, e gli umanoidi di Marte domineranno la Terra incontrastati, qualcuno di noi comincerà ad avere i primi dubbi: chi sono, in realtà, gli invasori?