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I vermi conquistatori

“Nel luna park della narrativa horror, Brian Keene gestisce le montagne russe!”

Cemetery Dance Publications

Questa l’entusiasta presentazione che la nota realtà editoriale del Maryland, specializzata in narrativa horror, propone per il prolifico Brian Keene. Indubbiamente l’autore della Pennsylvania, vincitore di riconoscimenti prestigiosi tra cui due Bram Stoker Award e uno Shocker Award, con già 16 romanzi all’attivo e alcune antologie di racconti, risulta essere un’ottima penna, un abile maestro di narrativa horror contemporanea.

Il suo I vermi conquistatori (The conqueror worms), pubblicato per la prima volta nel 2005 (con il titolo Earthworm Gods) ma tradotto e distribuito in Italia nel 2011 da Edizioni XII in un elegante volumetto arricchito dalla splendida copertina del duo Angiulli-Mondino (Diramazioni), costituisce una valida lettura capace di trascinare in un contesto apocalittico da cui non sembra esservi scampo alcuno. L’ambientazione si fa angosciante sin dalle prime pagine quando, attraverso la penna di Teddy Garnett, veniamo introdotti all’orrore da lui sperimentato: la Terra è divenuta un pianeta ostile alla sopravvivenza del genere umano, vessata da piogge insistenti, e devastata da tsunami che hanno inondato continenti e nazioni risparmiando solamente brandelli di città o qualche cima di montagna; il sole è poco più che un pallido miraggio al di là della nebbia umida e delle nubi che coprono il cielo, mentre, lentamente, ogni forma di vegetazione e di vita animale cede alla furia degli elementi. In un tale inferno umido, solamente una manciata di comunità umane resiste ancora, cibandosi delle poche provviste disponibili e adattandosi a nuove precarie condizioni di vita; tutt’attorno, la pioggia continua a scendere ininterrottamente e a erodere le poche terre emerse.

Teddy è un tenace vecchietto sopravvissuto in solitaria abbarbicato alla sua abitazione montana per quasi tutto il tempo, sin da quando la pioggia ha iniziato a cadere.

Ma non è il solo superstite. Veniamo a scoprire che attorno al quarantesimo giorno dall’inizio del secondo diluvio universale altri si sono uniti a lui, un suo vecchio conoscente alla disperata ricerca di un rifugio – dopo che la sua abitazione è stata letteralmente risucchiata nel terreno – e alcuni sconosciuti in fuga da Baltimora, precipitati poco distante dalla proprietà del vecchio e accomunati dalla medesima disperata lotta per la sopravvivenza.

A questo punto che il resoconto di Teddy si fa concitato e inquietante, lasciando emergere tutta la disperazione e l’inquietudine che, proprio grazie all’escamotage di affidare la narrazione a un personaggio del romanzo, anziano e gravemente ferito, divengono vivide. Se già la situazione iniziale non era delle più rosee, le probabilità di un lieto fine si fanno ancora più remote a mano a mano che il racconto procede e le condizioni del narratore si aggravano.

L’erosione delle terre ha infatti portato in superficie “cose che sorgono dalla polvere della terra e annientano le speranze degli uomini”, creature ancestrali e nauseabonde fuoriuscite dai recessi del sottosuolo e dalle profondità dell’oceano, alla ricerca di cibo. Attraverso le annotazioni di Teddy e, al suo interno, del racconto di Kevin, uno dei fuggiaschi di Baltimora, scopriamo che esseri immondi e colossali hanno fatto la loro comparsa: sirene e kraken e vermi grandi quanto mucche, autobus o palazzi interi (il più grande è chiamato Behemoth) minacciano la sopravvivenza delle altre specie superstiti.

In un crescendo di tensione e angoscia, Keene ci porta ad affrontare diverse sfaccettature dell’orrore, che confluiscono in un’ambientazione catastrofica a dir poco terrificante e priva della benché minima luce di speranza. La lotta è impari, ogni fuga è vana, l’immedesimazione diviene totale. Come non bastassero le condizioni climatiche avverse e le devastanti creature di dimensioni bibliche che aprono gigantesche voragini nel sottosuolo, i nostri eroi devono vedersela anche con la ‘Peluria Bianca’( una malattia che atrofizza le creature viventi e che sembra essere propagata dalle piogge), con la follia di nuovi culti (che offrono sacrifici ai mostri in nome di rituali arcani) e con la brutalità di un vecchio pazzo apparentemente posseduto dai vermi stessi – analogamente a quanto accade con i parassiti del manga Manhole di Tetsuya Tsutsui.

Nessuno dei personaggi conosce – né l’autore si sbilancia per fornire dettagli in tal senso – il motivo che ha portato il pianeta al collasso e alla comparsa di simili bestie: potrebbe trattarsi del fallimento di un qualche esperimento scientifico, ad esempio legato al progetto HAARP, un po’ come accade in La nebbia di Stephen King; oppure di riti di magia nera ormai fuori controllo, come lascerebbero intendere i cosiddetti Satanisti di Baltimora, impegnati ad accendere falò e a offrire sacrifici umani al Kraken, il Leviatano, una sorta di Cthulhu lovecraftiano; o ancora del giudizio divino che ha deciso di abbattersi sull’umanità intera, per purificarla, esattamente come ai tempi di Noè. Tesi quest’ultima che viene sostenuta dai passi della Bibbia che Teddy, uomo retto e giusto, devoto e credente al pari della defunta moglie Rose, legge e cita a memoria riferendosi a mostri quali Leviatano e Behemoth, chiudendo poi il proprio racconto con un riferimento che potrebbe alludere all’arrivo della tanto attesa colomba della pace o, addirittura, alla comparsa di mastodontici esseri alati – al pari del biblico Ziz – pronti a cibarsi dei vermi che hanno ormai conquistato la superficie terrestre. Il finale aperto, seppure non affatto idilliaco, concede margine alle più disparate supposizioni ma non placa di certo la curiosità del lettore.

Malgrado la tendenza – non certo una svista ma un calcolo preciso – a non spiegare mai troppo, e alla discutibile scelta di relegare il ruolo di protagonista a un personaggio ottantenne che, per tonicità e resistenza fisica, parrebbe aver quanto meno quindici anni di meno, il merito di Keene è quello di offrire una lettura avvincente e inquietante al contempo, decisamente molto cinematografica. La scorrevolezza è molto buona e la narrazione non risente di particolari incoerenze o sbavature, forse addirittura troppo minuziosa e approfondita nonostante la precarietà con la quale Teddy dichiara di averla scritta. La tensione viene mantenuta sempre su buoni livelli, e il punto di vista risulta fedele alla psicologia dei personaggi, i quali divengono rapidamente familiari e tridimensionali. Lo stile dell’autore statunitense è efficace, mai monotono, capace di arrivare diretto al lettore e di convincerlo, arricchendo scene e situazioni di particolari e di riferimenti che contribuiscono a rendere vivido ogni passaggio, talvolta adducendo particolari vagamente scurrili che contribuiscono a definire e a colorire certe scene (difficile dimenticare il riferimento al rutto immenso del Behemoth). Non mancano nemmeno momenti in cui l’angoscia si attenua per concedere spazio a un minimo di quiete e di ‘normalità’, spesso prima di qualche concitato colpo di scena.

I mostri sono un equilibrato collage di bestie ancestrali e creature relativamente familiari agli amanti del genere fantastico, su cui spiccano i vermi di dimensioni inaudite che richiamano i graboid della saga di Tremors o i vermi delle sabbie di Dune. Essi caratterizzano appieno questa storia horror, rendendola inquietante e oltremodo cupa, una sensazione acuita dalla loro natura irrazionale e incontrollabile. Creature viscide e ripugnanti senza occhi né arti, resistenti e incomprensibili, capaci di minare le fondamenta su cui si poggia l’arroganza della razza umana, il suo ritenersi a buon diritto padrona assoluta del pianeta Terra, i vermi rappresentano una minaccia difficilissima da contrastare, contro cui – diversamente da belve fameliche o alieni provenienti dallo spazio – sembra non essere possibile adottare alcuna strategia difensiva. Il loro ‘fascino’ preistorico e il loro aspetto flaccido sanno risvegliare ribrezzo e timori irrazionali, senza bisogno di zanne o artigli.

In linea con le sensazioni suscitate da queste bestie colossali, sembrano essere sufficienti la furia degli elementi o la presenza di batteri analoghi a quelli rinvenuti a Fukushima dopo il disastro nucleare del 2011 a minare le probabilità stesse della sopravvivenza umana, lasciandoci d’un tratto indifesi e sgomenti dinnanzi alla potenza sublime della natura o ai misteri che si celano nelle profondità della Terra e degli oscuri anfratti oceanici.

In questo romanzo, Keene propone insomma scontri titanici tra esseri impossibili e immani catastrofi naturali, senza inventare nulla di nuovo ma dosando e amalgamando ogni elemento per garantire suspense, coerenza e solidità all’impianto narrativo.

I vermi conquistatori, quanto mai realistico e plausibile, rappresenta quindi un ottimo prodotto e rende merito a Edizioni XII per aver voluto tradurre e distribuire in Italia un autore che, almeno finora, non ha goduto di un’adeguata visibilità nel mercato letterario nostrano.

Accanto alla soddisfazione per una simile esperienza di lettura e alle lodi per l’innegabile talento narrativo dello scritture, occorre però muovere anche qualche critica riguardo alcuni elementi un po’ ostici da accettare. Come già accennato, l’estrema lucidità e precisione del resoconto di Teddy risulta infatti sospetta: il vecchietto riesce a confezionare un diario impeccabile, stilisticamente perfetto, malgrado scriva ferito e prossimo alla fine. La presenza del lungo racconto di Kevin potrebbe poi costituire per certi lettori una parentesi troppo ampia, che smorza il crescendo costruito sino a quel momento proponendo un forte cambiamento di contesto, una Baltimora divenuta improvvisamente città marittima (al pari di certi paesaggi visti in Blue Submarine No. 6 o di alcune illustrazioni del manga Hotel di Boichi) contrapposta ai paesaggi rocciosi degli Appalachi. Per finire, il buio risulta un elemento decisamente sottovalutato: l’oscurità totale di un mondo senza più luci artificiali né stelle sicuramente priverebbe Teddy di quella visibilità che invece dimostra di avere in quell’ultima notte, prima di cedere definitivamente al disperato e folle bisogno di nicotina e prima della comparsa del Behemoth, che divorerà ogni più intima speranza del gruppo di superstiti.