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Il Cacciatore di Draghi

L’opera di Tolkien è vasta. Il “continente” di riferimento è il Fantastico; la “regione” da cui prende spunto quella del medioevo inglese, assieme ai grandi cicli mitologici del Nord Europa. Non è possibile tuttavia circoscrivere il lavoro speculativo e creativo di questo indiscusso maestro del genere Fantasy facendolo aderire ad uno stereotipo comune, perché, nonostante il background delle sue opere sia simile, i risultati sono diversissimi.

Ciò traspare chiaramente confrontando, ad esempio, Il Signore degli Anelli con i Racconti Perduti, o con Il Cacciatore di Draghi.

Quest’ultima opera è un racconto breve, quasi una “favola della buonanotte”. Si apre con un’ambientazione in qualche modo “realistica”: l’autore afferma di aver tratto spunto da vari manoscritti che tramandano storie dell’antica Britannia.

Quello che ci viene descritto inizialmente è un paese di tranquilla quotidianità, popolato da agricoltori e artigiani, e non così dissimile da un immaginario villaggio medievale, sebbene “ripulito”, filtrato degli aspetti più grossolani. Questa prima impressione va stemperandosi nel corso del racconto, quando compaiono “moderni” uomini di Chiesa e riferimenti a tempi pre-cristiani, e alcune armi da fuoco.

Il protagonista, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo, in paese chiamato semplicemente Giles, è un agricoltore che, eccezion fatta per la compagnia di Garm (niente meno che un cane parlante), sembra vivere di cose abbastanza banali: lavora i suoi campi e cerca di mantenersi benestante e in salute come il padre lo ha lasciato.

Una notte d’estate proprio Garm, girovagando in cerca di conigli, s’imbatte in un gigante e corre subito a svegliare il padrone. Giles, seccato, esce di casa imbracciando un vecchio “trombone”, un fucile di grosso calibro caricato a chiodi e ferraglia, e non ci pensa un attimo a sparare.

Il gigante, uno dei più grossi e stupidi della sua razza, gira sui tacchi e se ne va, convinto che quelle fertili pianure siano infestate da qualche tipo d’insetto particolarmente fastidioso.

L’abbozzo di quotidiano, già contaminato e poi scosso da elementi “magici”, a questo punto diventa farsa.

A Ham, il suo villaggio, Giles viene osannato come eroe; la sua impresa diventa nota al punto che perfino il re di quelle terre, Augustus Bonifacius, lo omaggia inviandogli in dono dalla lontana capitale una spada, un vecchio cimelio arrugginito fuori moda che l’agricoltore pone sul camino. Si viene a scoprire in seguito che la lama è Mordicoda, protagonista di famose leggende.

Intanto il gigante, tornato a casa, racconta ai suoi simili di quelle ricche pianure abitate da malevoli insetti. La voce si diffonde in lungo e in largo, arrivando alle orecchie dei draghi…

L’estate passa, l’autunno porta un buon raccolto. Giles ormai è piuttosto conosciuto in zona, e la sorte gli arride; Garm è orgoglioso del padrone e, tutto tronfio, allarga il raggio dei suoi giri notturni.

Ma ecco, con l’inverno, accadere qualcosa; girovagando assai lontano dal paese, il fedele cane s’imbatte in un imprevisto assai peggiore di quello estivo: incontra un drago, Chrysophylax Dives. Pieno di malizia, e affamato a causa di una stagione particolarmente infelice, il drago sta ripercorrendo il cammino del gigante, suggestionato dai suoi racconti.

Giunto nel regno di Augustus Bonifacius Rex una settimana prima di Natale, ha iniziato a fare strage d’uomini e animali, avvicinandosi sempre più alle terre di Giles.

I Cavalieri della Corte Reale, tra tornei sfarzosi e banchetti a base di “code di drago”, sono restii a rischiare la vita contro un drago vero; così, quando, attorno a Capodanno, i bagliori provocati dalla creatura s’iniziano a scorgere dietro i colli di Ham, e Caudimordax (Mordicoda) esce dal suo fodero senza che vi sia verso di rimetterla a posto – svelando la sua peculiarità di restare sguainata se nelle vicinanze c’è presenza di draghi –, tocca proprio all’agricoltore, suo malgrado, intervenire. I compaesani lo vestono con una cotta di maglia messa insieme alla bell’e meglio dal fabbro, lo issano sulla sua giumenta e lo spediscono ad affrontare il mostro.

Tutti i meccanismi della favola diventano quindi giochi di parodia: il protagonista è un uomo maturo, già sistemato, non un giovane in cerca d’avventure e cambiamenti; gli animali-guida (Garm e la giumenta di Giles) sono fanfaroni o testardi e, anche se il loro istinto indirizza il padrone verso una buona sorte, non sono certamente le figure nobili e sagge delle leggende.

Che dire poi di re e cavalieri? Troppo immersi nelle loro abitudini cortesi, finiscono per perdere il contatto con la realtà (le terre in cui Giles vive e che loro dovrebbero difendere), restando confinati in un mondo lontano e irreale.

Chrysophylax, infine, è solo apparentemente uno dei classici draghi cattivi da leggenda; il suo aderire agli stereotipi viene infatti distorto: il mostro è pavido, l’affrontarlo è già sufficiente a vincerlo. La creatura si salva solo con l’astuzia: promette il suo tesoro, piange e supplica, gioca con l’avidità degli uomini del villaggio, che finiscono per lasciarsi corrompere dal miraggio della ricchezza; tutti tranne il fabbro, l’uomo del pessimismo, colui che si fida solo della materia che può plasmare, l’uomo del buonsenso che vede oltre le menzogne del lusso.

Nelle antiche favole è l’avidità del cuore umano che apre la breccia al male. Allo stesso modo si comporta il drago di questo racconto, insidiando il villaggio con promesse di tesori irraggiungibili, giuramenti solenni e infrangibili che alla fine, naturalmente, non manterrà.

Sconfitto il drago, lasciatolo andare a patto di tornare poi con immense ricchezze, ma infine stanchi di aspettare, gli abitanti del villaggio si rivolgono nuovamente a Giles.

Ancora una volta, all’agricoltore è sufficiente affrontare il drago per domarlo; memore infatti delle ferite patite a opera di Mordicoda, Chrysophylax evita il duello e si arrende. Non solo porta una buona fetta del suo considerevole tesoro a Ham, ma aiuta l’agricoltore a tenerselo, in barba alle velleità del Re, che dalla sua lontana capitale vanamente reclama per sé il bottino.

Presto i villaggi attorno a Ham si uniscono a fondare addirittura un nuovo regno, con nuovi ordini cavallereschi e un nuovo re: Giles.

La forza di Giles è di saper mettere da parte l’avarizia, questa seconda volta, di accettare l’aiuto e i beni che il drago può portare, condividendo la sua fortuna con chi merita. Riesce così ad alienarsi sia la maledizione del drago che quella degli uomini.

Tolkien sapeva che i draghi delle leggende del Nord erano la summa dei mali umani condensati in un unico essere: come Fafnir, come il drago senza nome che è la nemesi ultima di Beowulf. Così li descrive in uno dei numerosi saggi sul mondo medioevale (Beowulf: Mostri e Critici), così li riporta anche in questo racconto.

Tuttavia, se nell’origine leggendaria il drago è un nemico quasi invincibile, qui pare sufficiente sfidarlo senza indietreggiare per averne ragione. Anche questo dettaglio diventa più comprensibile, inserendo Il Cacciatore di Draghi nel genere dei “miti in chiave minore” dove l’Eroe è un agricoltore paffuto e la Bestia non è la creatura possente ed assoluta delle leggende; si esce qui dall’ottica comune che vedeva “il drago, e la sua uccisione, come il principale dovere del più grande degli eroi”. Entriamo in un mondo di piccole cose, dove la sfida viene vinta senza sacrificio, e il trionfo dell’eroe sa un po’ di sbadataggine, d’incertezza, di fortuna, e un po’ di buonsenso e di equilibrio. Il risultato è un racconto semplice ma completo nelle sue fasi narrative, e mai banale. Una lettura veloce e piacevolissima.

Alla fine, la parola resta proprio al destino del drago. Un po’ più grosso e un po’ più vecchio, lascia le terre di Giles, con “stima reciproca e patti di non aggressione”; torna al suo covo, insidiato da un giovane drago, che gli fornisce la cena e la scusa per un po’ di movimento.

Infine, sazio e riposato, va a trovare il più alto e stupido dei giganti, chiudendo così il cerchio, riportandoci a chi aveva dato inizio alla storia e ricordandoci ancora una volta che la fiaba può essere qualcosa di leggero e sottile come la risata di un bimbo.

“Gli disse chiaro e tondo quel che pensava, e quel poveraccio fu conciato per le feste. «Allora era una schioppettata, è così» disse quello, grattandosi la testa. «Pensare che l’avevo presa per un tafano!»”