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Il Cavaliere Inesistente

Ognuno rischia di restare schiavo del suo ruolo sociale, tanto da scomparire dietro di esso. Sembra essere questo l’insegnamento del romanzo di Italo Calvino, Il Cavaliere Inesistente, uscito nel 1959. Esso compone la trilogia I Nostri Antenati insieme ad altre due grandi opere, Il Barone Rampante e Il Visconte Dimezzato.

Calvino (1923-1985) aveva esordito con il realismo de Il Sentiero dei Nidi di Ragno, ma, dopo la redazione dell’antologia Fiabe Italiane, aveva trovato nell’allegoria, nel fantastico e nell’umorismo il modo migliore per traghettare riflessioni sociali ed esistenziali. Ne Il Cavaliere Inesistente, l’autore rielabora i poemi cavallereschi del ciclo carolingio, cari alla tradizione popolare del nostro paese (si pensi ad esempio al teatro dei pupi siciliani), ma piegandoli completamente ad una narrazione comico-surrealistica.

La trama ruota attorno ad “Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli altri di Corbentraz e Sura, Cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez”. Questo nobile dal lungo nome è, tra i paladini di Carlo Magno, il più sollecito e ligio al dovere, e non perde mai occasione per riprendere i commilitoni sulle infrazioni al regolamento. In realtà, Agilulfo V è solo un’armatura vuota, dotata però di coscienza, tanto da potersi muovere, parlare e persino vestire un titolo nobiliare. Non ha invece bisogno di mangiare, bere, dormire, divertirsi e probabilmente nemmeno di amare.

A lui si affiancano dapprima il folle scudiero Gurdulù, un individuo che tende a immedesimarsi in tutto ciò che incontra (uomini, animali e perfino oggetti), e poi il giovane Rambaldo, unitosi alle truppe di Carlo Magno per vendicare la morte del padre.

Rambaldo s’innamora della bella Bradamante, anch’ella paladina e a sua volta attratta da Agilulfo, nel quale vede incarnato l’ideale del cavaliere perfetto. A complicare le cose si aggiunge Turrismondo, un altro cavaliere che accusa Agilulfo di aver mentito riguardo all’impresa che gli ha valso l’investitura a cavaliere, ossia l’aver salvato la verginità della principessa Sofronia, in realtà la madre dello stesso Turrismondo. Quest’ultimo considera veramente nobili (di spirito e non solo di nome) unicamente i Cavalieri del Santo Graal, dai quali è stato cresciuto. I paladini di Carlo Magno, infatti, nonostante le belle imprese di cui si vantano, sono una banda di cialtroni, scansafatiche e lestofanti, eccezion fatta per il Cavaliere Inesistente e i suoi amici.

Tutti i personaggi si trovano così coinvolti in una “cerca”: Agilulfo, accompagnato dallo scudiero Gurdulù, deve ritrovare Sofronia per dimostrare la legittimità dal suo titolo; Turrismondo vuole raggiungere i Cavalieri del Graal; Bradamante insegue Agilulfo, mentre ovviamente Rambaldo insegue lei. Sarà quest’ultimo, dopo molti anni, a raggiungere la propria meta, il suo “Graal” personale, ossia la sua l’amata, scovandola alfine in un monastero, dove si era ritirata per la disperazione d’aver perso Agilulfo.

Questa bizzarra vicenda, che tuttavia segue la struttura labirintica di poemi come L’Orlando Furioso dell’ARIOSTO, venne riproposta con poche varianti in un lungometraggio d’animazione, grazie ad un genio dimenticato, quale Pino Zac, al secolo GIUSEPPE ZACCARIA. Questo regista, noto anche nelle vesti di vignettista satirico, tra i fondatori della rivista Il Male, aveva già collaborato al film a episodi Capriccio all’Italiana, con una parodia del cinema spionistico caratterizzata da una tecnica mista che usava animazione tradizionale, attori in carne ed ossa e persino fotografie ritagliate.

Zaccaria utilizzò per Il Cavaliere Inesistente pochi attori (tra cui STEFANO OPPEDISANO e LANA RUZICKOVA), che interpretarono quasi tutti i personaggi principali, per il resto si affidò ai cartoni animati e alla stop-motion. Tale tecnica, nota anche come “passo uno”, aveva avuto in precedenza i suoi massimi esempi nelle pellicole realizzate da RAY HARRYHAUSEN (Il Viaggio Fantastico di Sinbad, Un Milione di Anni Fa) e da WILLIS O’BRIEN (effetti visuali di King Kong), e si basa sullo spostare un oggetto riprendendolo un fotogramma alla volta, in modo da dare l’illusione della fluidità del movimento. Mentre O’Brien e Harryhausen si servivano però di pupazzi che raffiguravano mostri e animali mitici, Zac animò normali oggetti della vita di tutti i giorni, facendoli così interagire con gli altri character, animati o in carne ed ossa. Il risultato fu un piccolo gioiello di surrealismo, dove l’Alto Medioevo si confonde con altre epoche storiche e finanche con l’attualità: sulle tende dei paladini svettano antenne per seguire le trasmissioni Rai, un cavaliere alemanno ha la faccia di Hitler, i saraceni parlano con accento partenopeo e si appellano ad una fantomatica Convenzione Internazionale di Losanna.

Sebbene i Cavalieri del Graal divengano qui i Cavalieri del Valhalla, e i viaggi dei vari paladini tra Scozia, Marocco e reami immaginari risultino più brevi rispetto al romanzo, Pino Zac riesce a mantenere l’elemento di specularità tra i diversi “eroi” come sono presentati da Calvino. Quella più spiccata è fra il Cavaliere Inesistente e Gurdulù: mentre Agilulfo è una coscienza senza corpo nella quale predomina la ragione, il suo scudiero è un corpo senza coscienza che si lascia guidare dal solo istinto. D’altro canto pure Agilulfo e Bradamante appaiono speculari, essendo ambedue cavalieri sui generis. “Il primo non è un uomo e il secondo è una donna” dice ad un certo punto Rambaldo, eppure svolgono il loro ruolo meglio degli altri paladini, i quali, come accennato, risultano tanti bricconi che approfittano della guerra per arraffare il più possibile.

In quanto all’antagonista Turrismondo, egli finisce comunque per risultare simpatico. Si rende conto di quanto l’esercito di Carlo Magno sia degradato, per cui spera di trovare l’autentica cavalleria tra i seguaci del Valhalla; prova però grande astio nei confronti di Agilulfo, forse perché intuisce che la perfezione del Cavaliere Inesistente è in ultima analisi molto fredda.

Agilulfo infatti è costretto a esercitare senza pause la sua “coscienza di essere”: se si abbandonasse ad un qualunque sentimento, o si desse allo svago o anche soltanto al riposo, smetterebbe di esistere. Quando non è impegnato a far rispettare i regolamenti, il nostro eroe si dedica allo studio delle più svariate scienze, nel film di Zac lo vediamo addirittura risolvere problemi matematici e geometrici servendosi di semplici foglie d’albero. In questa sequenza, a mio parere molto significativa, l’elemento naturale – oserei dire l’elemento di spontaneità, una qualità che manca ad Agilulfo – si trova così imbrigliato nelle maglie della ragione. Una ragione smodata, invadente e in fin dei conti poco umana.

Il Cavaliere Inesistente rimane quindi la metafora di un ideale irraggiungibile, che forse tale sarebbe preferibile restasse, ma il regista si dimostra particolarmente sottile e spinge più in profondità la sua riflessione…

Bradamante divenuta monaca è la narratrice della vicenda. Il film comincia in bianco e nero con una scena di vita quotidiana nel convento… compaiono i colori e l’avventura ha inizio quando Bradamante prende in mano la penna per scrivere il suo resoconto. Da notare che nulla specifica che ci troviamo in un monastero dell’epoca carolingia, potrebbe benissimo trattarsi di un qualunque convento dei giorni nostri. Forse una contrapposizione tra il nostro presente reale e il passato immaginario dei paladini di Carlo Magno? Più che un semplice scontro tra realtà e fantasia, il tutto diviene un confronto tra l’ideale e la sua traduzione pratica. Se anche la realtà non potrà mai avere lo splendore dei sogni, non dobbiamo per questo rinunciare ad essi – sembra suggerirci Zac –, altrimenti la vita diventerebbe ben più piatta del razionalismo e del legalismo di un Agilulfo.

Un film del genere difficilmente potrebbe essere realizzato oggi in Italia. Allora esisteva una scuola italiana di animazione che lavorava per il Carosello. Tra i suoi esponenti si deve segnalare perlomeno BRUNO BOZZETTO, che è stato un po’ il re dell’animazione nostrana avendo realizzato tre lungometraggi per il grande schermo, ossia West and Soda (1965), Vip, Mio Fratello Superuomo (1968) e Allegro Non Troppo (1976). Ma non vanno scordati nemmeno i FRATELLI PAGOT che inaugurarono il filone insieme a ANTON GINO DOMENEGHINI e LUCIO DE CARO. Nel 1949 erano usciti in contemporanea I Fratelli Dinamite, ottenuto da Nino e Toni Pagot allungando un loro precedente cortometraggio, e La Rosa di Bagdad, ambiziosa produzione di Domeneghini diretta da De Caro.

Si trattava di un cinema d’animazione molto diverso da quello statunitense. Specie nei suoi esordi, l’animazione italiana si era orientata verso uno stile onirico che oltreoceano aveva avuto espressione giusto in Fantasia di Walt Disney. Con Bruno Bozzetto, invece, l’attenzione si volse verso la sociologia. Oltre ai caroselli, Bozzetto aveva realizzato, e continua tuttora a realizzare, dei corti, rivolti non ai bambini ma al pubblico adulto dei festival internazionali; cercò allora di trasferire anche nei lungometraggi, almeno in parte, questa prospettiva “matura” e critica. I problemi dell’ecologia, del consumismo e della cultura di massa sono al centro di ogni suo film.

Zac ha un approccio diverso, come abbiamo visto, più filosofico che sociologico. Comunque si tratta di un modo di fare cinema molto personale, raro da rintracciare in prodotti più recenti. Sebbene l’animazione italiana negli ultimi anni si sia rifatta viva grazie per esempio ai lavori di ENZO DALÒ, non siamo ancora tornati ai livelli di Bozzetto o di Zac. Concludiamo esprimendo la speranza che l’animazione italiana, attualmente malconcia, si rimetta negli anni a venire e non si tramuti in un cinema “inesistente”.