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Il Ciclo del Ghiaccio e del Fuoco

GEORGE RAYMOND RICHARD MARTIN è Americano e scrive senza dubbio da Americano: azione e passione, poca dietrologia, una rara efficacia di contatto col pubblico attraverso i suoi impianti narrativi.

Che sia un esperto nel comunicare attraverso le immagini, su carta o su pellicola, lo dimostra il suo lungo curriculum: la laurea in giornalismo, le decine di nomination nei più importanti premi letterari di Fantasy e Sci-Fi, la sua partecipazione in fiction televisive (tra cui Twilight Zone e The Beauty and the Beast) come sceneggiatore, consultant e producer, i cinque premi Hugo ricevuti, tra gli altri, per Canzone per Lya nel 1975, per La Via della Croce e del Drago e Re della Sabbia nel 1980, quest’ultimo vincitore come miglior racconto breve anche del Nebula e del Locus. Inoltre un altro Nebula nel 1985 per Ritratti di famiglia, altri numerosi Locus, un premio Bram Stoker nel 1988 con Pear-Shaped Man e un World Fantasy nel 1989 con Commercio in pelle…

L’attività di Martin è poliedrica, anche se proiettata tutta nel fantastico; appassionato di GdR e di fumetti, conserva tuttora questi primi affetti che hanno sicuramente influenzato tutta la sua produzione letteraria: sono in cantiere diversi progetti per dare una veste “comics” alle sue opere più famose. Attualmente è membro del “Science Fiction and Fantasy Wrtiters of America” e del “Writers Guild of America”. Ce ne sarebbe abbastanza per chiunque, ma l’attività di questo prolifico scrittore sembra tutt’altro che esaurita, e ultimamente è concentrata sulla sua famosa e sterminata saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: la nuova (ma non ultima) puntata è di prossima uscita.

In una sua recente intervista (A. Fabra – Fantascienza.com) in occasione della sua partecipazione al “Lucca Games and Comix” (ottobre/novembre 2005), Martin racconta di aver sentito l’esigenza di “una grande storia, con tanti personaggi, infinite comparse e battaglie epiche”, da poter gestire senza le limitazioni imposte da dieci anni di collaborazione con Hollywood. Si può dire che stia centrando in pieno il suo obiettivo, anche se la scelta di iniziare una saga così lunga e composta da volumi non autoconclusivi fa supporre non propriamente un’innovazione ma piuttosto un’abile previsione commerciale, sebbene supportata da capacità narrative innegabilmente sopra le righe.

Questa lunga e complessa storia, al quarto volume in America e al settimo in Italia (per la discussa divisione decisa dalla Mondatori), è di certo quella che ha assicurato a Martin il successo definitivo, per l’ampio respiro narrativo e l’indubbio coinvolgimento che la trama ispira nel lettore.

L’ambientazione riprende alla grande gli scenari tradizionali molto amati dal tipico lettore fantasy, aggiungendo però un realismo narrativo ed un’originalità di spunti che in grado di attirare anche i non affezionati al genere, per il puro gusto delle avventure narrate.

La storia è, tutto sommato, più medieval-cavalleresca che fantasy in senso classico, con cavalieri e castelli, tornei e battaglie all’ultimo sangue, piuttosto che scontri magici a colpi di sfere infuocate. Un esempio di Sword and Sorcery “evoluto”, che presta maggiore attenzione all’intrigo politico ed ai meccanismi della guerra anziché all’elemento arcano, decisivo in certi casi ma presente solo a tratti e in modo quasi defilato.

Il teatro della vicenda è una terra in cui le stagioni durano intere generazioni e l’inverno, terribile e lunghissimo, costituisce una delle più grandi minacce. La magia si ritrova in situazioni particolari, come la Donna Rossa a fianco di uno dei pretendenti Baratheon, oppure l’oscura minaccia che preme dal Nord, o ancora la presenza (che non poteva mancare) dei draghi, elemento magico-fantasy per eccellenza.

La visione è sicuramente epica, i personaggi (buoni o cattivi) sono sempre di alta statura, blasonati cavalieri o comunque forti combattenti, dame che si contraddistinguono per la loro nobile bellezza, feroce crudeltà, o intrepido coraggio. Il “volgo” è un insieme abbastanza confuso, visto per lo più come una marea di comparse create al computer, necessarie alle scene di massa ma prive tutto sommato di presenze individuali.

Dare un’idea precisa della trama di questa saga non è semplice: in realtà sono almeno tre i fili narrativi che, sin dall’inizio, s’intrecciano, si allontanano e poi convergono nuovamente nel susseguirsi incalzante degli avvenimenti.

Teatro della narrazione sono i Sette Regni – ipoteticamente riconducibili a una pseudo-Gran Bretagna – dominati dalle vicende di alcune potenti casate nobiliari. La Guerra delle due Rose è stata reinterpretata “alla Martin”, introducendo due grandi famiglie contrapposte in un conflitto sanguinoso, assieme ai rispettivi e non sempre fidati alleati.

Tutti questi Signori (e Signore) della guerra si combattono con ogni mezzo a disposizione, intrecciando lotta aperta, violente passioni e trame nascoste. Alle loro alterne vicissitudini si sovrappone la realtà cupa della Barriera, con i suoi Guardiani in Nero impegnati in un’altra e più oscura battaglia contro tutto ciò che quest’ultimo confine tra i ghiacci separa dal resto del regno: i Bruti, barbari ribelli divisi in clan ma riuniti sotto il comando di un temibile capo, e gli Altri, i non–morti, il pericolo più tenebroso che incombe su tutti coloro che possono definirsi in qualche modo umani.

Un terzo filo narrativo, parallelo ma destinato fatalmente ad incrociarsi con gli altri due, è costituito dalle vicende di Danaerys, regina dei draghi ed ultima superstite della precedente dinastia reale, che in una terra lontana (una specie di Medio Oriente?) lotta per raccogliere un esercito e riconquistare il trono perduto.

Martin non si tira indietro di fronte a nessun aspetto del mondo che descrive. Il tratto forse più particolare della sua narrazione è che non necessariamente i buoni vincono, anzi spesso vengono sconfitti e muoiono, con una freddezza descrittiva che poco indulge al sentimentalismo. Si parla di incesto, violenza e sesso con la stessa naturalezza con cui a cena si potrebbe dire “scusa, passami il sale”, e questo aspetto ha turbato non poco una parte dei lettori. Nonostante molti dei protagonisti siano adolescenti, o comunque molto giovani, le “Cronache” sono infatti lettura da adulti, ma più per la brutalità dell’impostazione generale che per la crudezza di certi contesti materiali. Affermare che Martin si compiaccia nel descrivere scene spinte è errato: la storia è talmente piena di sfaccettature, azioni spettacolari e complessità d’intrigo, che di sicuro i passi “forti” non possono essere considerati come un mezzo per attrarre pubblico più numeroso.

Tuttavia, a questo punto della saga, nel mezzo dell’enorme panorama eroico che Martin è arrivato a narrare, è un’altra la sensazione che provoca almeno inquietudine, se non fastidio: com’è possibile continuare a svolgere in modo chiaro una trama ramificata fino all’inverosimile, in cui per ogni situazione che sembra risolversi altre dieci emergono complicando ancora di più il tutto? C’è da chiedersi se davvero Martin sarà all’altezza di districare il labirinto epico che ha costruito, o sarà costretto a trattarlo come un tentacolare nodo di Gordio. È vero che qui le spade non mancano, e nemmeno cavalieri ad impugnarle, ma i finali di un’opera (racconto, romanzo o saga che sia) sono il vero banco di prova per un autore. Scoprire le fattezze di un nano sulle spalle di un gigante sarebbe una delusione veramente grande dopo anni di fedeltà a questa lettura.

Attorno al trionfo editoriale, e per sfruttarne ogni possibile vantaggio, si è sviluppata naturalmente un’ottima operazione di mercato fatta di giochi di ruolo, carte e magliette, come del resto sempre succede con i prodotti di successo: in fin dei conti, se è questo che i fan vogliono, perché non accontentarli? Eppure, recentemente, in un forum dedicato a Martin, uno degli “aficionados” esplodeva con: “Ebbasta con gli stemmi nobiliari!!!” (di cui la saga abbonda), segno che forse siamo vicini all’indigestione; il lettore che ama i libri di Martin ha voglia di perdersi nelle sue avventure, di farsi trasportare in un mondo di emozioni forti ma senza dover pensare troppo.

Data la loro complessità, le “Cronache” risultano forse un po’ impegnative per poter adempiere a questa funzione di svago “leggero”, in esse l’autore dispone però una scacchiera degna di nota.

L’opposizione ghiaccio/fuoco che dà il nome alle “Cronache” viene introdotta fin dall’inizio con l’antagonismo delle due casate, Stark e Lannister, diverse per ideali e destinate a scontrarsi per un predominio che sempre più andrà significando sopravvivenza. Prosegue poi nello scontro che va profilandosi tra gli Esterni (gli Altri, esseri del ghiaccio) da una parte e poteri oscuri, il fuoco del culto di un Dio di fiamme e dei Draghi (questi ultimi rinati da una morte che si credeva certa) dall’altra.

Questa contrapposizione è sviluppata in tasselli indipendenti, ognuno con un proprio cuore; casate morenti ed emergenti, tradimenti e inganni, burattini che pensano di poter manovreare il proprio destino mentre restano vittime di un fato orchestrato da altri.

Martin delinea sapientemente le sue pedine, conferendo ad ognuna un’identità, uno scopo, un ruolo di capo o di pecora nera, spesso simboleggiati dall’animale o dall’emblema prescelto dalle casate: ad esempio la lealtà per i lupi Stark, il potere per i Leoni Lannister.

La narrazione si apre nello scenario dei i Sette Regni, riuniti sotto l’unica corona dei Baratheon dopo la destituzione di un imperatore pazzo, della stirpe dei Targaryen; con il passare delle pagine la certezza che quest’ultimo fosse pazzo e che avesse meritato la fine tragica imposta a lui ed alla sua stirpe va sbiadendo. Troppi segreti sono sepolti e vengono dimenticati, perchè chi sapeva è morto e chi rimane spesso non vuole conoscere la verità.

Dei Regni, uno è governato in nome del Re dagli Stark. Il loro simbolo è il metalupo (una sorta di grande lupo) grigio in campo bianco; il motto: “L’inverno sta arrivando”. Vengono cresciuti con l’idea fissa dell’onore, e per onore il padre sceglie di seguire il Re a sud, dove muore. La famiglia, unita seppur composta da individui molto diversi tra loro, viene divisa dal caso e in tal modo indebolita e portata alla fine o a cambiamenti estremi. Jon, ad esempio, l’unico figlio bastardo di Ned Stark, entra nei Guardiani in Nero, lo sparuto gruppo di ex-nobili e reietti che protegge il nord dai Bruti, sulla Barriera (imponente costruzione di pietra e ghiaccio).

La casata che più di tutte si oppone agli Stark è quella dei Lannister: portano un leone dorato in campo porpora, e il loro motto è “Udite il mio ruggito”. Tanto gli Stark si attengono all’onore e alla fedeltà quanto i Lannister perseguono il potere; sono una piccola corte reale comandata da un padre che è signore e padrone, il cui nome è temuto in lungo ed in largo per crudeltà e scaltrezza. Il leone dello stemma è d’oro, e d’oro è tutto ciò che i Lannister toccano. Dietro la superficie dorata tuttavia si nascondono volti distorti; l’unico a levare il velo dall’orrore è l’ultimogenito, Tyrion, un nano deforme che rispetta l’onore, e sa riconoscerlo negli altri.

Imparentati agli Stark da parte materna sono i Tully (stemma una trota argentea in campo blu/rosso, motto “Famiglia, dovere, onore”) e gli Arryn (stemma un falcone sulla luna in campo azzurro, motto “In alto quanto l’onore”). Questi legami del passato, quando messi alla prova, si rivelano fragili; portano ad alleanze non sempre fruttuose, e talvolta a disastrosi tradimenti.

Le famiglie del Sud sono appena accennate all’inizio della storia, diciamo i primi due volumi della versione italiana. Vanno però delineandosi passo dopo passo, a caratterizzarsi e trovare una propria identità. Così anche i popoli al di là del mare: tra essi si muove Daenerys, l’ultima discentende dei Targaryen, venduta in sposa dal fratello ad un signore delle steppe, e divenuta poi regina –attraversando “fuoco”, morte e disperazione.

A completare il quadro dei protagonisti sono i Signori dei Draghi, dei quali poco restava se non frammenti del passato e utopie per il futuro; eppure bastano poche coincidenze perchè il fuoco dei Draghi risorga, come un miracolo. Con essi entra quasi di soppiatto nella narrazione il primo segno dell’occulto, o del fantasy più classico: questi Draghi da una parte, mentre dall’altra letali leggende allungano i loro artigli di gelo sulle terre del nord.

L’attesa per il seguito di questa lunga e coinvolgente storia, è molta: A Feast of Crow uscirà a breve in Italia, e se la narrazione mantiene le promesse del titolo, il lettore sarà trascinato in un banchetto “all’ultimo sangue” in cui gli ospiti sono numerosi e decisamente affamati. Svariate vicende vengono finalmente “cucite” insieme, soffermandosi su personaggi a volte minori, ma che occupano sicuramente un posto importante nello smisurato affresco a cui Martin sta dando l’assetto finale: dopo A Feast of Crows, avremo Dance with Dragons, The Winds of Winter, e, infine, A Dream of Spring. Sempre che il nostro voluminoso autore, non decida, con un improvviso colpo di scena, di rimescolare ancora le carte con la magia che gli è propria.