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Il Circo della Farfalla

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Il Circo della Farfalla (The Butterfly Circus, 2009) è un cortometraggio nato dalla fantasia di Joshua e Rebekah Weigel. Girato in soli dodici giorni nell’ assolata California meridionale, proposto in svariati festival di orientamento cristiano, è divenuto un piccolo cult.

Dal punto di vista formale, è un lavoro impeccabile. La sceneggiatura solida lascia spazio a virtuosismi fotografici, a inquadrature insolite, a uno stile narrativo efficace che ammicca al passato . Molti sono i richiami ai Freaks, a Dumbo, alle creature di Tim Burton o a serie televisive quali il tetro serial Carnivale.

Non si tratta tuttavia una vicenda lugubre, ma di una storia di riscatto, speranza e salvezza, narrata con i registri della fantasia più sognante e interpretata da validi caratteristi. La vicenda è ambientata durante la Grande Depressione. L’epopea del West si è conclusa, il miraggio dell’industrializzazione dell’Ovest è rimasto irrealizzato e di esso restano solamente piccole cittadine polverose. Circhi ambulanti vagano per la campagna, cercando di tirare su il morale di una folla di derelitti. Il signor Méndez è un impresario circense piuttosto anomalo: nel suo spettacolo si esibiscono personaggi capaci di compiere meraviglie, piuttosto che poveri freak esposti morbosamente allo sguardo dei ‘normali’. Un giorno incontra Will, un uomo nato senza arti, costretto a mostrarsi in un altro circo insieme a un individuo tatuato, due gemelle siamesi, la donna barbuta e altre creature deformi. Will viene presentato come “una perversione della natura, un uomo – se così lo si può chiamare – a cui Dio stesso ha voltato le spalle!” È una persona indurita dal dileggio degli spettatori e sulle prime rifiuta l’invito del signor Méndez a unirsi alla sua compagnia, salvo poi, in un secondo tempo, ripensare alla sua scelta e accettare la proposta. Con modi talvolta bruschi, l’impresario gli aprirà nuovi orizzonti, e Will si troverà accolto da una sorta di famiglia… E scoprirà di poter nuotare…

“Signori e signore, ragazzi e ragazze, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore”.

La vita dell’attore che interpreta Will è davvero una sorpresa. Non c’è trucco, Nick Vujicic è veramente privo di arti; si è laureato in economia e tiene conferenze ‘motivazionali’, cioè insegna alla gente come mostrare il lato migliore di sé o dei prodotti da vendere. È cristiano e predica la sua fede con grande fervore… e il film stesso a cui ha preso parte è una dimostrazione delle sue convinzioni.

Probabilmente il punto debole del cortometraggio è proprio il voler dare per condivisi valori cristiani e puritani, e il difenderli in modo talvolta ingenuo. Davanti al dramma umano di Will, le risposte di un ateo o di un agnostico, o di una persona di un’altra confessione, potrebbero essere molto diverse da quelle ostentate nel cortometraggio!

A una prima visione, The Butterfly Circus commuove: gli spettatori rivivono la fiaba di Dumbo, o del Brutto anatroccolo. Chi non vorrebbe davvero credere al messaggio di speranza che il coraggioso protagonista diffonde? A una successiva e più disincantata visione, alcuni passaggi della narrazione appaiono invece prevedibili e alcune battute purtroppo sembrano adatte a un sermone.

La stessa figura di Méndez è ispirata a un Cristo predicatore, che accoglie con amore creature tanto sfortunate, si prodiga per rendere loro dignità e le mantiene senza chiedere niente in cambio. Forse è il tono più adatto per proporre un personaggio altrimenti inverosimile: allontanandosi dalla metafora cristiana, si potrebbe immaginare un paternalistico padrone, che instilla una forma di dipendenza psicologica in soggetti tanto fragili, li fa sentire apprezzati e utili, li ripaga con pochi dollari e un surrogato di vita sociale. Il buon Méndez diviene così una figura evangelica, affascinante quanto il leone Aslan di Narnia… e purtroppo altrettanto verosimile.

A voler essere oggettivi, la trasformazione dei bruchi in farfalle riesce a metà. Il protagonista viene accettato da un gruppo di presone con alle spalle scelte sbagliate; inserirsi tra la gente senza essere oggetto di morbosi voyeurismi, esercitando un mestiere adatto alle proprie capacità, resta per lui un sogno irrealizzabile.

The Butterfly Circus va apprezzato proprio per il messaggio utopico, per il suo distaccarsi dalla realtà più concreta, per i valori positivi che comunque veicola. Il cortometraggio raggiunge sì momenti di intensa poesia, ma occorre lasciare da parte qualsiasi scetticismo e voler credere al miracolo dell’amore.