Il Clan della Lupa (El Clan de la Lloba, di Maite Carranza)
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Il Clan della Lupa

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CAPITOLO UNO

La scomparsa di Selene

La bambina dormiva nella sua stanza dai soffitti altissimi e dalle pareti imbiancate mille e una volta. Una stanza allegra in una casa di paese, che profumava di legna e latte dolce appena munto. Le imposte erano verniciate di verde, come i motivi del kilim che copriva il pavimento di legno, i quadri appesi alle pareti, e i dorsi dei libri ammucchiati sulle mensole insieme a molti altri rossi, gialli, arancioni e blu. I colori si spargevano allegramente sui cuscini, sul copriletto, sulle scatole dei puzzle e sulle babbucce dimenticate sotto il letto. Erano colori d’infanzia che contrastavano con l’assenza di bambole, riposte in fondo all’armadio, e con la seria scrivania occupata quasi interamente da un computer di ultima generazione. Forse la bambina non era tanto bambina. E anche se lo fosse stata, quella mattina avrebbe smesso di esserlo. Il sole filtrava dalle fessure della persiana, mentre Anaid, così si chiamava la bambina, si rigirava nervosamente e gridava nel sonno. Un raggio di sole strisciò sul copriletto e le lambì la mano, s’inerpicò lento ma cocciuto sul collo, sul naso, sulla guancia e, alla fine, sfiorò le palpebre chiuse e la svegliò. Anaid gridò ancora e aprì gli occhi. Si sentiva annebbiata. Aveva il respiro affannoso e la luce intensa del giorno la infastidiva. Ancora in dormiveglia, non riusciva a distinguere il sogno dalla realtà. Nel suo incubo, così reale, correva a perdifiato sotto il temporale cercando riparo nel bosco di querce. In mezzo al fragore dei tuoni, sentiva la voce di Selene che urlava: “Fermati!’, ma non badava all’avvertimento di sua madre. Intorno a lei i fulmini cadevano a centinaia, a migliaia, abbagliandola, accecandola, inondando il bosco di una pioggia di fuoco, finché uno la colpì e lei cadde, folgorata. Anaid sbatté le palpebre e sorrise, sollevata. Ecco. Il colpevole era stato un raggio di sole giocherellone che era sgattaiolato attraverso la tapparella senza chiedere permesso. Non c’era traccia della tempesta elettrica che la notte precedente aveva flagellato la valle. Il vento aveva spazzato via le nuvole e il cielo pulito splendeva come l’acqua violetta dei laghi. E quella luce così intensa? Era così tardi? Che strano! Perché Selene non l’aveva ancora svegliata per andare a scuola? Saltò giù dal letto e represse un brivido di freddo mentre appoggiava i piedi nudi sul kilim. Si vestì velocemente e, senza specchiarsi, guardò l’orologio. Le nove! Era tardissimo! Aveva già perso la prima ora di lezione! E sua madre? Come mai Selene non era ancora in piedi? Le era successo qualcosa? La svegliava sempre alle otto.

«Selene?» mormorò Anaid spingendo la porta della camera di sua madre. Si sentiva di nuovo in preda all’angoscia, come durante l’incubo.

«Selene?» ripetè incredula vedendo che nella stanza non c’era nessuno oltre a lei e all’aria gelata del nord che entrava dalla finestra spalancata.

«Selene!» esclamò infine, arrabbiata come quando sua madre le faceva uno scherzo. Questa volta, però, Selene non sbucò da dietro la tenda, ridendo con la sua risata fragorosa, né le si buttò addosso per rotolare insieme sopra il letto mezzo sfatto. Anaid respirò profondamente una volta, due… Peccato che il vento si fosse portato via il profumo di gelsomino che impregnava la camera di sua madre e che le piaceva così tanto. Chiuse la finestra tremando: aveva nevicato. Nonostante il mese di maggio stesse finendo e fossero già spuntate le prime foglie primaverili, quella notte era caduta la neve. Il campanile di ardesia dell’eremo di Urt, sopra la collina, era tutto bianco come una torta di panna. Pensò che fosse un cattivo auspicio, essendo un anno bisestile, e incrociò le dita come le aveva insegnato sua nonna Demetra.

«Selene?» ripetè ancora una volta Anaid, entrando in cucina. Lì, però, tutto era rimasto come l’avevano lasciato la sera prima dopo la discussione, prima del temporale e dell’incubo. Frugò dappertutto: nessuna tazza sporca di caffè, niente resti di biscotti e nemmeno un bicchiere d’acqua abbandonato sul lavello. Di sicuro Selene non aveva messo piede in cucina.

«Selene!» chiamò Anaid, sempre più tesa. E la sua voce echeggiò nell’aia, nel portico e giunse fino al vecchio pagliaio che fungeva da garage. Anaid si fermò lì qualche secondo, attonita, appoggiata alla fatiscente porta di legno, cercando di abituare gli occhi al buio. La vecchia macchina polverosa era davanti a lei, con le chiavi nel cruscotto. Senza macchina, Selene non poteva essere andata molto lontano: Urt era distante da tutto e a metà strada da tutto. Era necessario guidare per andare in città, alla stazione dei treni, alle piste da sci, in montagna, al lago e anche al supermercato. Se non aveva preso la macchina, però… Anaid cominciò a covare un sospetto: tornò in casa e ricominciò a cercare. Ma non mancava niente tra le cose di Selene; sua madre non poteva essere uscita da casa senza cappotto, senza borsa, senza chiavi e senza scarpe. Anaid era sempre più nervosa. Sentiva di rivivere la medesima angoscia del mattino in cui sua nonna Demetra era morta. Era assurdo, ma tutto sembrava indicare che Selene era sparita così com’era, mezza nuda e scalza. Con il cuore che batteva all’impazzata, la ragazza strappò il piumino dall’attaccapanni dell’ingresso, lo infilò frettolosamente, si assicurò di avere le chiavi in tasca e uscì di corsa. Il vento gelato fuggiva fischiando per la stretta via, in mezzo alle case del paese costruite al riparo dal nord.

Il paese di Urt, con le case di pietra e i tetti di ardesia, sorgeva nel punto più alto della valle dell’Istai, ai piedi dei Pirenei, circondato da alte vette e stagni ghiacciati. Nella piazza, orientata ad est per ricevere il primo raggio di sole, si ergeva la chiesa romanica. Sopra la collina, dominando la valle e l’entrata della gola, si stagliava la torre di vedetta in rovina, abitata solo da corvi e pipistrelli. Anticamente, la vedetta era in allerta giorno e notte con l’unico compito di mantenere viva la torcia destinata ad accendere il fuoco in caso di pericolo. La torre di vedetta di Urt era la torre–madre delle valli, il suo segnale si vedeva da sei abitati diversi. Secondo la leggenda fu il falò di Urt a fermare l’avanzata implacabile dell’esercito saraceno attraverso le valli dei Pirenei, nell’VIII secolo, una prodezza ormai dimenticata. Anaid si mantenne al riparo dal vento costeggiando le rovine delle vecchie mura. Quando uscì allo scoperto ricevette in pieno viso il Flagello del Nord. Due lacrimoni le scivolarono giù per le guance, ma non si perse d’animo e affrontò l’uragano gelato, imboccò la strada del bosco e procedette senza fermarsi una sola volta. Di prima mattina, il vecchio querceto faceva rabbrividire. Rami spezzati, tronchi centenari carbonizzati, foglie cadute, arbusti bruciati… Qua e là la tempesta aveva lasciato ferite che solo il tempo avrebbe guarito. Anaid, aiutandosi con un bastone, rimuoveva pezzo per pezzo il mantello grigio e fangoso che intralciava il cammino. Aveva paura di trovare ciò che stava cercando, aveva paura al punto da negarlo a se stessa una e mille volte, ma questo non bastava a fermarla. Voleva attraversare il bosco da un estremo all’altro e controllarlo palmo a palmo. Cercava il corpo di Selene. Anaid non avrebbe mai dimenticato la mattina in cui era scomparsa Demetra, né la notte che aveva preceduto la sua morte. Demetra, sua nonna, era morta nel bosco in una notte di tempesta, mentre tornava a casa dopo aver assistito una partoriente. Era levatrice. Quando ci pensava, Anaid sentiva ancora il sapore salato delle lacrime che aveva versato per lei.

Quella mattina, dopo la tempesta, una nebbiolina sbiadita aveva accompagnato il sorgere del sole. Selene era agitata perché Demetra non aveva dormito a casa e Anaid aveva sentito una paura inspiegabile. Sua madre non le aveva permesso di accompagnarla nel bosco, aveva voluto andare da sola. Quando era tornata, tremando per il freddo e con gli occhi coperti da una ragnatela di dolore, non era riuscita a pronunciare le poche parole necessarie per comunicarle la morte della nonna. Ma non ce n’era stato bisogno, perché Anaid già lo sapeva. Aveva percepito il sapore acre della morte che le risaliva nella gola. Selene era riuscita a malapena a dirle di aver ritrovato il corpo di Demetra nel bosco; poi era ammutolita. Lei, di solito così chiacchierona, per una volta era rimasta senza parole e non aveva risposto a nessuna delle domande di Anaid. Nei giorni seguenti la casa si era riempita di lontane parenti venute da ogni parte del mondo. Erano giunte centinaia di lettere, telefonate, e–mail, ma nessuno azzardava ipotesi. Alla fine dissero che era stata colpita da un fulmine e il medico legale, una specialista venuta da Atene, l’aveva certificato. Anaid non poté baciare Demetra prima che fosse chiusa nella bara, poiché il suo corpo era carbonizzato, irriconoscibile. In paese si parlò molto della nonna di Anaid uccisa dal fulmine la notte della tempesta elettrica, ma nessuno seppe mai, neppure Anaid, cosa ci facesse Demetra nel querceto a quell’ora di notte. La sua macchina fu trovata sulla statale, parcheggiata sul ciglio della strada, con il finestrino del guidatore abbassato, le luci di posizione accese e la freccia che ticchettava cocciutamente. Anaid si fermò e il presente riprese forma e colore nell’ombra degli alberi. Il suo bastone aveva toccato qualcosa, un oggetto duro coperto dal fogliame. Le sue mani iniziarono a tremare convulsamente. Si ricordò del consiglio di Demetra per vincere la paura, quando il panico prendeva il sopravvento sulla volontà: svuotare la mente dai pensieri. Anaid scostò le foglie con i piedi, trattenendo il respiro: un corpo ancora caldo. Non apparteneva a un essere umano, era… un lupo, o meglio, una lupa. Si vedevano chiaramente le mammelle gonfie di latte. I cuccioli non dovevano essere lontani. Poverini, senza il latte della mamma erano condannati a morire di fame… Ma forse, si consolò Anaid, erano già abbastanza grandi da poter sopravvivere senza latte. Osservò l’animale. Era bello e il suo pelo, nonostante la sporcizia e il fango, era grigio perla, morbido e soffice al tatto. Provò dispiacere per la giovane lupa e la ricoprì nuovamente con foglie secche, ramoscelli e pietre per evitare che divenisse pasto di altri animali. La lupa era lontana dalle montagne, era scesa a valle spingendosi in territorio umano e aveva trovato la morte. Perché si era spinta fin lì? Anaid diede un’occhiata all’orologio. Era mezzogiorno: la cosa più saggia era tornare a casa a vedere se non fosse successo qualcosa. A volte le circostanze cambiavano all’improvviso e ciò che prima sembrava orribile tornava in un attimo a essere normale. Nuovamente ottimista, Anaid imboccò d’impulso la strada del ritorno, ma si fermò subito: c’erano i suoi compagni che uscivano da scuola. Dare spiegazioni o rispondere a domande fastidiose era l’ultima cosa che voleva in quel momento, per non parlare delle loro battute. Così, girò sui tacchi e corse nella direzione opposta, infilandosi nella stradina del ponte. Si voltò per vedere se li aveva seminati, ma così facendo non vide la Land Rover blu arrivarle addosso. La gamba le cedette, i freni stridettero. Poi un urlo. Poi silenzio. Anaid giaceva a terra immobile. La donna al volante, una turista dall’abbigliamento sportivo, capelli biondi, occhi azzurri e lieve accento straniero, era scesa precipitosamente dall’auto e si era inginocchiata al suo fianco, tastandola con delicatezza.

«Povera piccola, non ti muovere, adesso arriva l’ambulanza. Come ti chiami?» Prima che Anaid aprisse bocca, un coro di voci rispose per lei.

«Anaid Tsinoulis».

«Il microbo sapiente».

«La secchiona». Maledizione. Anaid si impose di non aprire gli occhi: aveva sentito la voce di Marion, la più bella della classe, che organizzava le feste più trendy e non la invitava mai. E aveva sentito anche la voce di Roc, il figlio di Elena, con il quale aveva giocato da piccola, ma che adesso non le parlava, né la guardava, né la vedeva… Li immaginò, gli avvoltoi della sua classe, tutti in cerchio intorno a lei, che la additavano, si rallegravano per la sua disgrazia, vedendola piccola, miserabile, brutta, e ridevano del suo incidente… Voleva morire per la vergogna. Da quando le sue compagne di classe erano cresciute e l’avevano messa da parte, ridendo del suo fisico infantile, Anaid si sentiva come una…

Il Clan della Lupa - Copertina

Tit. originale: El Clan de la Lloba (catalano) / El Clan de la Loba (spagnolo)

Anno: 2005

Autore: Maite Carranza

Ciclo: La Guerra delle Streghe (La Guerra de las Brujas) #1

Edizione: Salani (anno 2007)

Traduttore: Anna Benvenuti

Pagine: 316

ISBN: 8884517893

ISBN-13: 9788884517890

Dalla copertina | Le cose non sono sempre quel che sembrano. Questa amara verità è ben nota ad Anaïd Tsinoulis, che ha quattordici anni ma è talmente piccola e magra da dimostrarne dieci; e quel che è peggio, sua madre Selene è una vera bellezza, sensuale e provocante. Certo, Anaïd è intelligente, ma a che cosa serve essere intelligenti quando nessuno ti vuole? Ma ecco che all’improvviso Selene scompare. Forse una fuga d’amore? Sconvolta e angosciata, Anaïd si ritrova sola, accudita dalla maldestra zia Criselda, sorella di sua nonna materna.Ancora una volta, le cose non sono quelle che sembrano: zia Criselda e le amiche di Selene – Elena, Gaia e Karen – parlano di cose sinistre e pericolose, di profezie e tradimento, e in una notte indimenticabile rivelanoad Anaïd la verità: che è una strega, come tutte loro; che la stirpe a cui appartengono è in guerra da millenni con una stirpe di streghe malefiche e vampiresche; che Selene era l’eletta, indicata da un’antica profezia come colei che avrebbe deciso le sorti dello scontro; e che avrebbe tradito, mettendo a repentaglio l’esistenza di tutte. Turbata dalla rivelazione, impressionata dai nuovi poteri che emanano da lei con incredibile energia, Anaïd comincia un difficile viaggio dentro se stessa e dentro la magia più oscura, nel tentativo di strappare sua madre alle forze del male e di compiere la propria iniziazione di strega…

#1 – Il Clan della Lupa

#2 – Il Deserto di Ghiaccio

#3 – La Maledizione di Odi