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Il Creatore di Mondi – World Builder

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Un software sofisticato e un programmatore all’opera: in una stanza olografica, partendo da figure geometriche semplici, l’uomo inizia a erigere palazzi, strade e fontane, passando poi al disegno dei dettagli, dei decori, degli spazi verdi, fino a creare un vero e proprio quartiere virtuale, del tutto indistinguibile da quello di una città una vera.

Per ultimo, dà vita a un fiore giallo.

Poi si nasconde e attende l’ingresso in scena della donna dei suoi sogni, restando a spiarla mentre passeggia incantata all’interno di questo piccolo universo.

La magia digitale è destinata però a una breve durata; quando il miraggio svanisce, troppo presto, all’operatore non resta che tornare alla triste realtà, e concludere la sua visita alla stanza 2048 del Neuro Holographic Recovery Unit, dov’è ricoverata in coma la donna protagonista del suo “sogno” virtuale.

A Bruce Branit sono occorsi due anni di fatiche per realizzare Il Creatore di Mondi (World builder) questo delicato cortometraggio. Le sequenze sono curatissime, sempre accompagnate da musica strumentale che ammicca al minimalismo di Nyman. L’animazione digitale si fonde perfettamente con la mimica dell’attore, e la mancanza di dialogo accresce il fascino dell’immagine rendendola accessibile agli spettatori di tutto il mondo. O dovrei dire: di tutte le persone provenienti da Nazioni informatizzate, pronte a credere che in prossimo futuro verranno elaborati programmi tanto sofisticati da proiettarci in universi virtuali ma “tangibili” come fossero veri.

C’era il forte rischio, col parlato, di banalizzare la vicenda; siamo invece liberi di interpretare gli eventi in modi molto diversi: fiaba romantica, rivisitazione tecnologica del mito di Orfeo, poetica riflessione sulle applicazioni della realtà virtuale nella medicina del domani, meditazione sul valore della memoria e sull’incompiutezza della capacità rappresentativa…

Il mondo virtuale, per quanto verosimile, è fragile, nasce da un atto mimetico. Proviene dal ricordo, dall’azione del pensiero umano, e, in quanto tale, costituisce solamente un’interpretazione della realtà, influenzata dai sensi, dalle emozioni provate, dai desideri consapevoli e inconsci. Un atto nato imperfetto, sostenuto da una sofisticata tecnologia che non riesce però a colmare la distanza tra l’oggetto e il soggetto conoscitivo. La donna che si aggira timida nelle vie della cittadina, che s’avvicina al fiore giallo, potrebbe essere solo una creatura virtuale, fedele alla realtà nella stessa misura in cui può esserlo un quadro, o la foto che la ritrae; la proiezione del desiderio di un uomo che vede la compagna immobile in un letto d’ospedale, e vorrebbe riaverla sana come un tempo. Orfeo perde Euridice per essersi voltato indietro prima di uscire dagli Inferi; qui il mondo si disfa, forse perché incompiuto, perché il creatore si è attardato nel fabbricare il fiore lasciando incompleto un palazzo.

Più probabilmente, la mente della donna è stata interfacciata con un sistema olografico. Nella medicina del futuro, la realtà virtuale potrà forse trovare impiego a fini terapeutici, consentendo una degenza più serena o garantendo una qualità di vita più dignitosa a quei malati per i quali non esiste cura. La nostra simulazione diventa allora una seduta terapeutica, o il semplice regalo confezionato con amore da un uomo rimasto solo, una stanza effimera aggiunta all’ambiente virtuale in cui la donna è costretta a vivere, un piccolo angolo dove, per qualche attimo, ella può abbandonarsi a felici ricordi… prima che l’illusione scompaia.

La tecnologia non è ancora capace di sostituirsi alla vita.

Il risultato è commuovente, senza troppa retorica: c’è simbiosi tra tecnologia e arte. Dieci minuti di poesia.