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Il Deserto di Ghiaccio

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CAPITOLO UNO

La notte di Imbolc

Anaid dormiva profondamente con le braccia aperte e il volto placido, incurante della luce che filtrava dagli spiragli delle persiane. Intorno a lei, nella stanza dai soffitti altissimi e dalle pareti imbiancate mille e una volta, si respirava l’aria che precede le migrazioni stagionali. Vestiti ammucchiati, libri sparsi, scarpe allineate, tutto pronto per essere trasferito nella grande valigia che, ancora vuota, attendeva il suo turno ai piedi del letto. Selene, con i capelli arruffati e una tazza di caffè fumante in mano, entrò silenziosamente seguita da una figura imbacuccata nella giacca a vento. Con occhi furbi si chinò su Anaid e le soffiò lievemente sull’orecchio. «Buongiorno».

Anaid, nel mondo dei sogni, agitò la mano in aria e Selene sorrise. Soffiò di nuovo, e sua figlia si rigirò bruscamente, scoprendosi. La contemplò con un misto di malinconia e orgoglio. La sua bambina piccola era cresciuta troppo in fretta. Così addormentata, con la punta delle dita che sfioravano le labbra socchiuse, conservava ancora il gesto di bimba inadeguata; ma quelle gambe, lunghe come la fame, i fianchi arrotondati, la curva del seno che si muoveva al ritmo del respiro e quella pelle fresca, elastica, appena indossata, appartenevano già al corpo di una ragazza.

Selene le sussurrò nell’orecchio: «Svegliati, bella addormentata».

«Lasciami» giunse la risposta, «non ci sono». E per confermare, si coprì la testa con il piumino.

Sua madre, però, continuò a disturbarla. «È venuto il tuo principe azzurro a svegliarti».

«Va’ al diavolo».

Allora le fece il solletico senza pietà e fece segno alla figura silenziosa di avvicinarsi.

«Preparati» avvertì Selene. «Riceverai un bacio d’amore».

E ricevette l’impeto di labbra giocherellone che le baciarono il mento, il naso, le guance e, proprio nel momento in cui si avvicinavano alla bocca, Anaid spalancò gli occhi e fece un salto con una sincera espressione di gioia.

«Clodia!»

L’affettuosa intrusa era l’amica siciliana di Anaid. La simpatica Clodia, rubacuori, estroversa e discotecara. Quindicenne, come lei. Una strega Omar come lei. Una giovane del clan del delfino che le doveva la vita, e con la quale aveva condiviso un grande pericolo, là, a Taormina, sotto il fuoco dell’Etna, quando insieme erano rimaste prigioniere della strega Odish Salma. Selene si ritirò prudentemente e le lasciò sole.

Le ragazze si abbracciavano e festeggiavano incredule il loro ritrovo. Alla valigia ci avrebbero pensato dopo. Anaid assimilava poco a poco la sorpresa.

«Selene mi aveva detto che non potevi venire».

«Non potevo certo perdermi la tua prima festa di compleanno!»

«Mi aveva detto che eri incasinata con le lezioni» insistette, mentre le mostrava i suoi abiti nuovi.

Clodia era entusiasta di quello che Anaid aveva comprato e si incapricciò di una minigonna.

«È stata una bella scusa. Ho saltato il compito di matematica. Ti voglio bene, Anaid. E adoro questa gonna, me la devo provare». E si sfilò i pantaloni in un battibaleno.

«Quindi sei venuta qui per saltare il tuo schifoso compito e per fregarmi le gonne».

«Esatto… Credevi forse che venissi alla tua festa perché sono tua amica?»

«E chi sacrificherà il coniglio per leggerne le viscere?»

«Io, ovviamente. Ma questo avverrà dopo».

«Dopo cosa?»

«Dopo che mi sarò provata tutti i tuoi modellini super trendy e ti avrò impartito l’ultima lezione di trucco. Mi dici come vuoi rimorchiare con questa faccia?»

«Ma se mi sono appena svegliata…»

«Per questo. Se appena sveglia hai la faccia assonnata, che faccia avrai a mezzanotte?»

«Sei tremenda!»

«Vieni qui, ti faccio la riga come si deve».

«Vieni prima tu, ti faccio vedere una cosa».

Anaid spalancò la finestra e l’aria fredda dei Perinei scivolò nella stanza come un mulinello trascinando un pulviscolo che fece starnutire Clodia.

«Questo è terrorismo! Non puoi aprire la finestra di questo frigorifero montano davanti a una siciliana di sangue mediterraneo».

«Taci e guarda». E Anaid, con la mano, le mostrò l’imponente catena pirenaica, con le cime dipinte di bianco.

Estasiate, rimasero in contemplazione del paesaggio durante alcuni istanti in cui l’unico rumore fu il debole scricchiolio dei rami scossi dal vento.

Clodia, però, non riusciva a stare zitta per più di mezzo secondo. «Sembra una cartolina. Una cartolina surgelata».

«Shhhhhht».

«Questo bianco… non sarà mica neve?»

«Ma è ovvio».

«Che orrore! Così vicino!»

«È stupenda. Abbaglia».

Clodia richiuse la finestra tremando e si piazzò di fronte ad Anaid.

«Ora capisco perché tua mamma si conserva così bene. Con questa temperatura…no problem».

E insieme si buttarono sul letto, litigando per una maglietta azzurra. Ancora spettinata e con gli occhi assonnati, Selene tornò nell’accogliente cucina della sua casa, a Urt, mise una nuova caffettiera sul fuoco e servì un piatto in più sulla tavola apparecchiata con una tovaglia a fiori gialli e blu, dove in quel momento stavano facendo colazione Valeria, Karen e Elena. Si erano appena presentate tutte insieme, a sorpresa, e quella colazione era nel contempo un ritrovo e un commiato. Karen, che era medico rurale e conosceva come le sue tasche le strade pirenaiche, era andata a prendere alla stazione di Jaca Valeria, biologa e patriarca del clan del delfino, e sua figlia Clodia. Le due streghe siciliane si sarebbero unite, così, alla festa che Anaid e Selene avevano organizzato per quella sera, prima di intraprendere il loro viaggio.

«Su, assaggia la coca di pinoli, è appena uscita dal forno» la tentò Elena, la bibliotecaria paffutella che con i suoi otto figli e i suoi venti chili di troppo era la cliente preferita della pasticceria del paese.

Valeria, affamata dopo il lungo viaggio, si leccava golosamente le dita inzuccherate. «Se mi avessi detto che nella tua terra avevate inventato questo dolce che chiamate coca, Clodia e io saremmo venute più spesso».

Selene le sorrise, pescò distrattamente un pinolo, sorseggiò il suo caffè e si sedette di fianco a Karen, la sua migliore amica che, forse per deformazione professionale, con un colpo d’occhio formulò la sua diagnosi. «Sei spaventata».

Selene assentì.

Valeria, tutta energia, strinse la sua mano con forza. «Puoi contare su di noi».

Selene sospirò. «Nessuno potrà sapere dove siamo. Nemmeno voi».

«Quando partite?»

«Domani mattina».

«Anaid lo sa?»

«Le risparmio certe cose. È ancora molto giovane, potrebbe ancora credere che la nostra situazione non è disperata, che è una semplice avventura e che può raccontarla alle amiche. Questo sarebbe fatale».

Nessuna mise in dubbio che la situazione di Selene fosse disperata, ma Elena obiettò: «Anaid è molto matura per la sua età».

«”La sua età”, l’hai detto. In qualsiasi momento potrebbe reagire come quello che è, una quindicenne» rispose Selene.

«Vuoi dire che non è ancora pronta per usare lo scettro del potere?»

Selene rimase sorpresa di fronte all’ingenuità di Karen. «Certo che no. È stata iniziata solo qualche settimana fa. Ha saputo di essere una strega da pochi mesi…»

Era vero. Erano accadute troppe cose in poco tempo. La morte di Demetra, la grande matriarca e madre di Selene, un anno prima, per mano delle streghe Odish. La scomparsa della rossa Selene pochi mesi dopo. La sua ricerca disperata, la trasformazione di Anaid in strega, la sua iniziazione e dopo, la grande rivelazione: Anaid – e non sua madre Selene – era l’eletta della profezia, quella dai capelli di fuoco e dai grandi poteri che le streghe Odish e Omar avevano atteso durante millenni affinché inclinasse la bilancia della loro lotta, definitivamente. Erano trascorse poche settimane da quando si era verificata la grande congiunzione astrale che annunciava l’inizio del regno dell’eletta. E Anaid, col suo scettro del potere sorto dalle viscere della terra, doveva fuggire, nascondersi e rafforzarsi fino a essere in grado di dominarlo per portare a termine la difficile missione che profetizzavano i libri antichi: restaurare la pace definitiva sterminando le immortali e sanguinarie Odish, che dissanguavano le bambine e adolescenti Omar per poter perpetuare la loro giovinezza e la loro bellezza. Karen, però, provava una grande ammirazione per Anaid.

«Anaid è eccezionale, in poco tempo è riuscita a imparare tutto ciò che una strega impara nell’arco di una vita. Chi di noi è stata capace di recitare un incantesimo di volo senza averlo mai provato? Chi è riuscita a trasformarsi in delfino e a solcare i mari? O a tuffarsi in un lago ghiacciato trasformata in una carpa? A sorvolare l’Appennino e le Alpi con le braccia alate e le penne d’aquila?»

Le tre donne, meravigliate, le diedero ragione. Valeria aggiunse: «E cavalcò il sole, e tornò dal mondo opaco con te dopo aver sconfitto Salma. Anaid è molto potente».

Selene lo ammise. «Tutto questo è vero, i suoi poteri ci superano. Non a caso è l’eletta della profezia».

«Forse è pronta» azzardò Karen. Selene, però, non la pensava allo stesso modo.

«Non è sufficiente».

«Cos’altro deve imparare?»

«Non si tratta di imparare, non si tratta di memorizzare nozioni o di praticare tecniche. Si tratta di trovare un equilibrio tra la sua mente, il suo corpo e i suoi poteri. Anaid sta appena iniziando a crescere, sta ancora scoprendo se stessa e non si ama abbastanza».

«È bella».

«Intelligente».

«E scaltra».

Selene scosse la testa. «È cresciuta troppo in fretta. L’ho lasciata che era un brutto anatroccolo e ora è già un cigno e sa volare, ma non sa ancora orientarsi in mezzo a una tempesta e…» sospirò, «non conosce il Cammino di Om».

La menzione di quel nome provocò i brividi.

«E tu, Selene? Lo conosci, forse? Per caso l’hai percorso?» sbottò Karen. «Nessuna strega Omar ha mai percorso il Cammino di Om, che mette in comunicazione col mondo dei morti. Sono solo voci e leggende».

Selene era molto bella, trasudava potere e forza, respirava l’aria a fiotti, era la vita stessa. Eppure, quando riviveva il suo passato, i suoi occhi verdi, quasi sempre incauti e vaghi, precipitavano come le acque del lago e diventavano vecchi e saggi. «Non è affatto una leggenda. Io l’ho percorso e Anaid dovrà farlo. Questa sarà la nostra missione più…