Il Dono di Farhome (By Furies Possessed, di Ted White)
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Il Dono di Farhome

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Parte prima

Fu un volo di ordinaria amministrazione. Decollammo alle 3,00 e atterrammo sulla Luna dopo tre pasti e due periodi di sonno. Ho sempre dormito bene in caduta libera.

Simmons mi aspettava allo spazioporto. Avvertii il fastidio degli altri passeggeri quando mi fece passare per l’uscita riservata alle personalità, superando la Bio-dogana in barba ad ogni burocrazia. Non potei fare a meno di sorridere.

– Sono già atterrati? – chiesi non appena fummo soli nel corridoio.

– La Longhaul II dovrebbe arrivare fra una trentina di minuti – disse Simmons dando un’occhiata al cronometro da polso. È un articolo che l’Ufficio fornisce a tutti i dipendenti (ne avevo uno anch’io, identico, con quadrati concentrici per l’ora di Greenwich, per quella locale (regolabile) e per una seconda ora locale, che in questo caso era quella lunare standard (avevo già regolato il mio cronometro sulla nave). Simmons era uno di quei tipi incredibilmente precisi e pignoli che controllano l’orologio per essere sicuri dell’ora, anche se l’hanno guardato un minuto prima. Pareva che sapesse dove si trovava solo in relazione a una costante fissa e immutabile, come il Tempo. Se la pila avesse smesso di funzionare, probabilmente gli sarebbe venuto un attacco di cuore nell’istante in cui si fosse accorto che la lancetta dei secondi non si muoveva più.

L’ufficio di Simmons però era lì, sulla Luna. Lui era stato una volta su Marte e una volta su Ganimede (lo sapevo perché avevo guardato la sua scheda personale). E il mio ufficio rimaneva sulla Terra. Questo mi stava proprio sul gozzo, certe volte… e certe volte, quando mi trovavo in compagnia di quell’ometto dalle labbra strette, non potevo fare a meno di detestarlo.

Prendemmo un ascensore fino al livello degli uffici e una capsula fino al suo quadrante; la Longhaul II sarebbe anche arrivata entro mezz’ora, ma le navi interstellari non attraccano con la stessa disinvoltura di un traghetto dalla Terra e avevamo un po’ di tempo a disposizione. Simmons era dell’idea che il modo migliore per impiegarlo consistesse nel darmi le sue istruzioni.

Provavo sempre una certa soddisfazione quando mi trovavo nell’ufficio di Simmons. Misura esattamente tre metri per tre ed è alto due e venti. Devo stare attento quando cammino sulla Luna perché, con i muscoli abituati alla gravità terrestre, salto troppo in alto: non ho il passo dinoccolato dei lunari.

Ogni volta che mi ero trovato nell’ufficio di Simmons, ero stato in grado di sopportare con calma la cosa per non più di quindici minuti. Dopo di che lo spazio angusto (e con ogni centimetro delle pareti riempito dalle cianfrusaglie raccolte da Simmons in più di sette anni di permanenza) comincia a darmi sui nervi. Prima avverto una specie di pressione alle tempie che mi fa venire voglia di scuotere la testa. Poi l’aria si fa soffocante e mi accorgo di respirare con la bocca aperta, ansimando. Alla fine devo alzarmi e passeggiare su e giù.

Come ho detto, trovo qualche motivo di soddisfazione in quell’ufficio, sapendo che è il prezzo che Simmons deve pagare in cambio dell’accesso allo spazio profondo.

– Devo dirvi, Dameron – disse Simmons, alzando gli occhi dal visore – che ho sollevato dei dubbi sull’opportunità di assegnarvi a questo incarico.

Io non dissi niente. I miei quindici minuti non erano ancora passati. Mi appoggiai alla spalliera della poltroncina e accavallai le gambe, sfiorando appena la scrivania con un piede.

– Tuttavia – continuò Simmons, probabilmente infastidito dalla mia indifferenza – da Ginevra mi hanno assicurato che siete l’uomo più adatto per questo lavoro. Inoltre dovrete scortare il soggetto sulla Terra, dove sono sicuro che vi sentirete più a vostro agio.

Mi passai una mano fra i capelli, spingendo all’indietro la frangetta e massaggiandomi la tempia destra. “Uno a zero per te, bastardo.”

– Forse è il caso di rivedere insieme i pochi elementi che abbiamo a disposizione – suggerì Simmons.

_ Perché no? – dissi alzando le spalle e schizzando quasi dalla seggiola. – Finora non devo essermi riletto la pratica più di una dozzina di volte. Sono certo che potrò trarre giovamento dal vostro superiore giudizio.

Lui alzò gli occhi, mentre un’ombra di Fastidio gli passava sulla faccia petulante. Quel gioco avrebbe dovuto svolgersi secondo le sue regole. Io stavo andando oltre i limiti consentiti.

La Longhaul II era una delle sette astronavi interstellari costruite negli ultimi quarant’anni, la seconda a utilizzare il motore Feinberg, che permette di arrivare tanto vicino alla velocità della luce quanto probabilmente non arriveremo mai. La Longhaul tornava da Farhome, la nostra prima colonia oltre il sistema solare. Era la prima nave a compiere il viaggio di andata e ritorno, da quando una nave, destinata al solo viaggio di andata, aveva lasciato il nostro sistema solare agli inizi dell’ultimo secolo, con a bordo i primi coloni in ibernazione. Secondo il messaggio laser spedito dalla Longhaul da un punto non molto al di là dell’orbita di Plutone, sulla nave c’era anche un emissario proveniente da Farhome, identificato solo come Bjonn. Oltre a questo non avevamo saputo molto altro: l’Ufficio per gli Affari Non-Terrestri ha un nome altisonante, ma una collocazione piuttosto bassa nella gerarchia mondiale degli enti. La maggior parte del messaggio conteneva dati scientifici, accumulati sia su Farhome che durante il viaggio. Utilizzavamo i motori Feinberg da quarant’anni, ma la Longhaul II era solo la terza di sette navi a tornare (anche se la Rolling Stone era tornata due volte). Il mio Ufficio era interessato al signor Bjonn, ma alla maggior parte degli altri uffici stavano più a cuore i dati tecnici e i dettagli di un viaggio di andata e ritorno fra le stelle durato trent’anni.

Simmons mi mise a parte di questa grande messe di informazioni con deliberata lentezza, come un gatto che giochi col topo. Immagino che si divertisse a vedermi contorcere in quel buco di ufficio. Spesso guardava l’orologio: non sapevo se per controllare il suo ruolino di marcia o se per verificare la velocità con cui mostravo i miei ormai classici sintomi di claustrofobia. Forse tutt’e due.

Finalmente, dopo aver guardato ancora un volta l’orologio, sospirò e si alzò in piedi. Io rimasi seduto, più che altro per guadagnarmi qualche punto nei suoi confronti. Mi ero virilmente trattenuto dal mettermi a passeggiare, malgrado Simmons attendesse con evidente impazienza che cominciassi a farlo. Se fossi balzato in piedi, sarebbe stato capacissimodi rimettersi a sedere, coronando così con un successo le sue manovre.

Invece ricorse a un nuovo stratagemma. – Allora? – disse. – State aspettando qualcos’altro? Arriveremo in ritardo… – e girò sui tacchi (un esercizio di notevole abilità, nella bassa gravità lunare) dirigendosi verso la porta.

Attraversammo una serie di corridoi, prendemmo una capsula, poi altri corridoi, quindi un ascensore per la superficie. Ripercorremmo più o meno la strada fatta prima. Non avendo mai dovuto vivere sulla Luna, non mi ero mai posto il problema di memorizzare il complicato sistema di corridoi, livelli e trasporti di Lunaport. La maggior parte dei corridoi, dalle pareti di cemento colorate in tinte pastello, mi sembravano uguali. Ogni incrocio è contrassegnato da una quantità di lettere e numeri, ciascuno nella sua arcana sequenza, sufficiente per una città delle dimensioni di Megayork. Ho sentito dire, però, che il sistema è stato creato per una Lunaport molto più grande di quella finora costruita. Un po’ come un paesino di venti isolati con la Milleventunesima Strada: per uno che non ci viva, è una gran confusione.

Alla fine ci ritrovammo in una stanza dall’aria sterile, grande forse il doppio dell’ufficio di Simmons, e priva di mobili. Attendemmo, fra vari funzionari e dignitari, mentre i giornalisti si aggiravano con registratori e telecamere, piazzando in ciascun angolo della stanza gli analizzatori laser portatili per le riprese olografiche. Pareva che Simmons avesse abbassata un po’ la cresta, dovendo aspettare fra uomini quasi tutti più importanti di lui, che rappresentava un Ufficio di seconda categoria. Per qualche istante, mi trovai a identificarmi con Simmons e a simpatizzare con lui, ma solo per qualche istante.

Le porte sul lato opposto della stanza si aprirono e apparvero quattro uomini, appena usciti dai controlli biologici.

Riconobbi immediatamente il capitano Lasher e nello stesso istante provai una sensazione simile alla vertigine da caduta libera. Sembrava tale e quale a quando era partito, quasi 30 anni prima. Una cosa è parlare della Contrazione di Einstein e tutto il resto, un’altra è trovarsi di fronte un uomo che ne è la prova vivente, in carne ed ossa. Lasher era partito quando io avevo tre anni. Avevo visto la sua immagine sui libri di testo e nelle trasmissioni 3-D. Avevo anche registrato un tema su di lui quando facevo il Terzo Corso, da ragazzino. Diavolo, ero talmente patito dello spazio, a quei tempi, che appendevo foto di Lasher e degli altri componenti della spedizione su tutte le pareti della mia stanza, provocando più di una volta l’irritazione delle mie madri collettive.

E adesso eccolo lì, di ritorno dalle stelle, con lo stesso ciuffo ribelle di capelli rossi, lo stesso sorriso da ragazzino sulla faccia coperta di lentiggini: vivo e a colori, come si dice, e invecchiato solo di qualche mese, in tutti quegli anni. Era piccolo. L’avevo sempre immaginato come un omone, ma questo era solo il frutto della mia adorazione infantile. Era alto meno di me di tutta la testa e aveva anche un’aria stanca. Era lo stesso, e insieme non lo era. Più lo guardavo (mentre i giornalisti facevano a gomitate con i funzionari per arrivare vicino a lui e a quelli del suo gruppo), più notavo piccoli dettagli diversi dai miei ricordi. Ma erano dettagli umani, colti da occhi più vecchi ed esperti di…

Il Dono di Farhome - Copertina

Tit. originale: By Furies Possessed

Anno: 1970

Autore: Ted White

Edizione: Modadori (anno 1986), collana “Urania” #1027

Traduttore: Delio Zinoni

Pagine: 158

Dalla copertina | Per una Terra sovrappopolata e ormai solita a considerare l’alimentazione individuale come una necessaria ma quasi fastidiosa funzione fisiologica simile a tante altre, la notizia che Farhome è stata un successo rappresenta una ventata di speranza. Farhome è stata la prima colonia umana stabilita oltre il sistema solare, e dopo decenni di isolamento il suo emissario Bjonn si dirige ora verso la Terra per riprendere i contatti. Naturale, quindi, che l’Ufficio per gli Affari Non Terrestri assegni al prezioso ambasciatore un accompagnatore ufficiale nella persona di Tad Dameron, ma non è altrettanto naturale che dopo breve tempo Bjonn sparisca come un fantasma insieme a una collega di Dameron. Ritrovare le loro tracce non è cosa facile, ma quando Dameron riesce nel’impresa si rende conto di dover affrontare un altro problema, ben superiore alle sue forze: si tratta di una invasione… o forse della salvezza per il genere umano?