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Il Drago come Realtà

Il genere fantastico è, per definizione, una branca di letteratura che ben difficilmente si lascia ascrivere in ristretti limiti e codificazioni. La fantasia si muove in ogni direzione, coinvolgendo la mitologia, il mondo delle fiabe, ma anche espressioni relativamente recenti note come fantasy e fantascienza.

Occuparsi di fantastico, cercare di imbrigliare un genere per sua natura assai bizzoso, è un’opera improba a cui, bisogna ammetterlo, SILVANA DE MARI nel suo saggio Il drago come realtà si approccia con originalità e competenza.

Quello che infatti manca in molte critiche letterarie legate soprattutto al periodo dell’infanzia è una certa visione rigorosa e scientifica, mentre di solito prevale il rimpianto per un’età passata, ormai non più ripetibile; senza contare che il punto di vista di una terapista è senz’altro qualcosa di nuovo e originale. La De Mari sceglie volutamente di soffermarsi sul mondo dei bambini. Favole, mitologia, fiabe, sono tratte dall’immaginario dei più piccoli, restringendo il cerchio: scelta rispettabile, perché forse una dissertazione più ampia sarebbe risultata dispersiva.

Accanto ai pregi, è tuttavia necessario segnalare anche le varie carenze riscontrabili in quest’opera.

Come si è detto, l’autrice si sforza spesso di applicare la sua esperienza medica in ambito letterario, fornendo interpretazioni originali e interessanti; ma, purtroppo, le scienze sociali non forniscono sempre risposte nette, come l’autrice vorrebbe farci credere, e quando si toccano le tradizioni storiche e mitologiche si evidenziano in maniera a volte imbarazzante dei limiti nella sua interpretazione.

Il mito come fulcro dell’idea di “nazione” è il primo forte concetto che Silvana De Mari ci propone. L’uomo è un animale sociale e tende ad aggregarsi ai suoi simili; lo fa per diverse ragioni, soprattutto per scopi difensivi. La nazione è semplicemente un’interpretazione evoluta del branco, secondo l’autrice, e il mito, come il tifo calcistico, serviva agli antichi come segno distintivo, una sorta di bandiera attorno a cui raccogliersi e affermare la propria diversità.

Ma è davvero così? Gli esempi sommariamente offerti non credo portino in questa direzione. Si parla di Achille, un eroe acheo, greco, che non era e non sarà mai un catalizzatore di consensi, o per meglio dire un eroe che possa appartenere a un’etnia in contrapposizione con un’altra. Del resto i Troiani di Omero non sono certo molto dissimili dai Greci. Orlando, altro eroe citato dall’autrice, incarna non certo un gruppo, ma una confessione religiosa che si contrappone violentemente a un’altra.

L’analisi della De Mari soffre di un difetto che viene a galla in quasi ogni capitolo del suo saggio: quello della decontestualizzazione. Citazioni e riferimenti, infatti, sono riportati senza quasi un ordine logico, come se l’autrice stesse tenendo una conferenza ai propri lettori affidandosi, per dimostrare le proprie tesi, a una serie di associazioni di idee. Ed ecco, dunque, che si passa con naturalezza dalla mitologia greca, al fascismo, enunciando semplificazioni e luoghi comuni che non dovrebbero essere propri di un’analisi rigorosa.

Gli svarioni in ambito storico non mancano, come la stupefacente tesi della decadenza di Roma, attribuita all’avvelenamento da piombo, un’ipotesi new age che qualsiasi storico serio accompagnerebbe con una sonora risata. Discutibilissimo è anche l’accostamento della fiaba del pifferaio magico alle crociate degli straccioni: preti malvagi avrebbero abusato della credulità dei bambini per spingerli a imprese folli e senza costrutto. Gli eventi storici, però, non si sono affatto svolti come la De Mari crede e non si possono attribuire a padri e madri dell’epoca le medesime reazioni dei nostri contemporanei.

Un altro riferimento che mi ha lasciato perplesso riguarda l’uccisione di Gesù Cristo e le colpe degli ebrei: chi scrive non ha certo tendenze antisemite e sono il primo a deprecare i numerosi crimini di cui i cristiani si sono macchiati contro i figli di Abramo, ma voler accollare tutta la colpa dell’uccisione di Gesù al buon pretore (sic!) Ponzio Pilato mi sembra non solo semplicistico, ma anche profondamente scorretto.

Riguardo al campo d’indagine, poi, si sarebbe dovuto forse fare maggiormente appello alla letteratura fantasy per bambini, e non soffermarsi soltanto su fiabe e favole: gli unici accenni recenti riguardano il celeberrimo Harry Potter ed ENDE, poco per un panorama fantasy fin troppo oberato da letture rivolte ai più piccoli. Un implicito riconoscimento della loro scarsa cura? Senza contare che gli accenni ai romanzi prodotti dalla De Mari stessa lasciano in bocca l’amaro sapore dell’autoreferenzialità.

Tutto ciò ridimensiona in parte il valore di quest’opera, ma – ribadendo quanto accennato all’inizio – non impedisce di apprezzarne molti altri contenuti.

La valenza allegorica e terapeutica della fiaba è espressa con forza dall’autrice, con argomentazioni abbastanza convincenti. Un’altra idea che mi ha colpito, rappresentando una decisa denuncia contro alcuni vezzi dei nostri tempi, è la condanna dei genitori borderline, della “mamma amica”, per intenderci, e del babbo giovanile: la De Mari con molta forza ritiene sbagliata la confusione dei ruoli; i genitori devono porsi su un piano diverso e non devono mettersi in concorrenza con i figli.

Forse nel saggio si fa troppo appello al patrimonio fiabesco occidentale, con la sola parziale eccezione di Cenerentola, la cui origine orientale non mi sembra, però, del tutto certa; ciò pone legittimi dubbi sull’universalità di certe conclusioni, ma ci si rende anche conto che un’analisi più generale sarebbe anche stata difficilmente contenibile in un agile tomo, come quello scritto dall’autrice.

Silvana De Mari ha anche il merito di prendere posizioni decise e coraggiose: se il ripudio della tirannia è qualcosa di scontato, meno banale risulta la decisa e spietata condanna di quei regimi che si avvalgono dei bambini per combattere le loro guerre. Essere politically correct di fronte a coloro che spingono dei ragazzini infarciti di esplosivo a immolarsi in nome di Dio è una cosa ipocrita e ributtante.

Per concludere, Il drago come realtà è un saggio che consiglio di leggere, anche se ciò che l’autrice afferma va meditato con attenzione. Del resto viviamo in un mondo a colori caratterizzato dalle sfumature, le opinioni e le conclusioni in bianco e nero difficilmente sono proprie dell’epoca in cui ci troviamo.