Il Figlio dell’Uomo (Son of Man | 1971) di Robert Silverberg
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Il Figlio dell’Uomo

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Il Figlio dell’Uomo (Son of Man | 1971) di Robert Silverberg

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1

Si sveglia. Sotto di lui la terra scura è umida e fredda. Giace sulla schiena in una distesa di erba scarlatta; un alito gentile di vento lo accarezza, giocando con l’erba che si fonde in un torrente sanguigno. Il cielo è blu metallico, ha una tonalità intensamente trasparente che suscita per un istante un’eco disperata dentro di lui. Trova il sole: basso nel cielo, più grande di quello che dovrebbe essere, dall’aspetto un po’ pallido e vulnerabile, forse schiacciato ai poli. Nebbie perlacee si innalzano dal terreno e si agitano verso il sole creando vortici di blu, di verde e di rosso che si fondono innalzandosi.

Una cortina di silenzio preme contro di lui da ogni lato. Si sente perso: non vede città, nessun segno della presenza dell’uomo in un punto qualunque di questo prato, su quelle colline, in fondo a quella valle. Si alza lentamente in piedi e si volta verso il sole.

Il suo corpo è nudo. Lo tocca, scoprendo l’epidermide. Esamina una mano con una certa curiosità, appoggiandola aperta sotto il mento, sul petto ricoperto da una folta peluria scura. Come sono strane le dita: corrugate alle giunture, ricoperte da una soffice peluria sulle falangi, due nocche sono un po’ spelacchiate, le unghie hanno bisogno di essere tagliate. È come se non avesse mai visto le sue mani prima. Lascia scivolare lentamente la mano lungo il corpo, facendo una breve pausa per puntare i polpastrelli nella sviluppata struttura muscolare del ventre, per poi studiare la sottile cicatrice frastagliata della sua operazione di appendicite. La mano continua a scendere e scopre i genitali. Rabbrividendo, si afferra i testicoli, li solleva leggermente, forse soppesandoli. Si tocca il pene, prima l’asta e poi il bordo di delicata carne rosea sulla punta, e infine la punta vera e propria.

Sembra strano avere un aggeggio così strano ed elaborato attaccato al corpo. Ispeziona le gambe. C’è una grossa cicatrice gialla e purpurea sulla coscia sinistra. Sui polpacci crescono peli abbondanti. I suoi piedi non gli sono familiari. Li muove. Li infila nel terriccio. Flette le ginocchia. Stringe le spalle. Pianta i piedi per terra, distanziati. Orina. Guarda direttamente il sole, e passa un periodo sorprendentemente lungo prima che gli occhi comincino a bruciargli. Quando distoglie lo sguardo, vede il sole dietro le palpebre chiuse, incastonato nel mezzo del cervello, e per la sua presenza dentro di lui si sente meno solo.

— Ehilà! — chiama. — Ehi! Voi! Io! Noi! Chi?

Dov’è Wichita? Toronto? Dubuque? Syosset? Sào Paulo? La Jolla? Bridgeport? McMurdo Sound?

Dov’è Ellenville? Mantako? Morpeth? Georgetown?

Dov’è St.Louis? Mobile? Walla Walla? Galveston?

Dov’è Brooklyn? Copenhagen?

— Ehilà? Ehi? Voi? Io? Noi? Chi!

Alla sua sinistra ci sono cinque colline rotonde ricoperte da una vegetazione nera e brillante. Alla sua destra i campi di erba scarlatta si estendono in una pianura nebbiosa che serpeggia verso l’orizzonte. Di fronte a lui il terreno scende leggermente per formare una valle che è qualcosa più di una gola, ma qualcosa meno di un canyon. Non riconosce neanche un albero. Le loro forme non gli sono familiari; molti hanno tronchi marroni contorti e oleosi, paffuti e privi di rami, e da essi cascate di foglie carnose piovono come festoni di gocce splendenti bianche e gialle. Dietro di lui, annidati in ombre allungate e inesplicabili, si intravedono masse di alture e avvallamenti informi, sui quali crescono piccole piante scarne e sabbiose dai rami legnosi.

Si spinge avanti nella valle.

Adesso scorge il primo segno di vita animale. Su un albero contorto riconosce una specie di uccello che si catapulta dritto nell’aria, si ferma e scende con grandi cerchi per studiarlo da vicino. Si studiano reciprocamente. L’uccello ha le dimensioni di un falco, il corpo scuro, un muso appuntito e gretto, occhi verdi e gelidi, labbra sottili strettamente serrate. Le sue ali dalle striature fiammeggianti sono sfrangiate e trasparenti e dal suo posteriore si erge una coda a cuneo molto allungata e sottile. Passando su di lui, l’uccello lo colpisce con una dozzina di pallottole verdi splendenti che atterrano con precisione rinchiudendolo in una figura geometrica. Esitante, si accosta alla pallottola più vicina per toccarla. Essa sfrigola; la sente sfrigolare; ma quando finalmente la tocca non sente tessuto né calore. La butta lontana. L’uccello gracchia rivolto a lui.

— Io sono di Hanmer — dice l’uccello.

— Perché sei così ostile? Come ho potuto farti del male?

— Non sono ostile, non ho alcuna responsabilità, non ce l’ho con nessuno.

— Mi hai bombardato.

— È servito a stabilire una relazione tra noi — dice l’uccello, e si allontana volando. — Sono di Hanmer — grida ancora, in lontananza. Lui studia quella creatura fino a quando è scomparsa. Il sole si avvicina lentamente alle colline. Adesso il cielo sembra laccato e smaltato. La sua lingua sembra carta assorbente. Continua a dirigersi verso la valle. Si accorge che attraverso la valle scorre un ruscello, acque verdi, una superficie resa luccicante dai riflessi del sole, pozzanghere tremolanti costellano le rive. Ci si avvicina, pensando che le sensazioni acute del contatto dell’acqua con la sua pelle lo sveglieranno, perché adesso è stanco di quel sogno; in qualche modo ha assunto una nota sgradevole e inattendibile.

Si inginocchia accanto al ruscello. È inaspettatamente profondo. In mezzo allo scorrere cristallino delle acque scorge dei pesci, spinti tempestosamente avanti, trascinati da una corrente irresistibile. Sono creature abbastanza magre con occhi grigi grandi e intelligenti, bocche dentate molto profonde, pinne corte e appiattite. Vittime. Sorride loro. Cautamente immerge il braccio sinistro nell’acqua fino al gomito. Il momento del contatto è elettrizzante e intenso. Tira fuori il braccio e si schiaffeggia, poi piange per un impulso incontrollabile di intensa tristezza che si è impadronito di lui.

Nella sua mente balena un’immagine del mondo dell’uomo con la sua frenetica complessità: edifici e veicoli e strade e negozi e prati curati e barili di benzina e pezzi di carta strappati e semafori ammiccanti. Vede uomini e donne con vestiti aderenti, con scarpe strette e aggeggi che stringono i seni e i fianchi. Quel mondo è perduto e lui lo rimpiange. Sente il ruggito dei razzi e lo stridore dei freni. Sente le melodie della musica. Contempla gli aloni della luce solare su finestre untuose. Rimpiange.

Gelide lacrime gli solcano le guance e scivolano sul collo. Sono spariti i vecchi fiori? Scomparsi i vecchi semi? Sono scomparse le vecchie città? Gli amici e la famiglia? La tensione e lo stress? Le campane delle cattedrali, il rosso del vino sulla lingua, le candele, le radio, i gatti, i cactus? Con un piccolo sospiro di sconfitta si spinge avanti e si tuffa nel ruscello. La corrente lo trascina veloce.

Per alcuni minuti non oppone la minima resistenza. Poi, rapidamente, allunga un braccio e tocca un macigno sommerso. Aggrappandocisi, nuota verso il basso fino a quando il suo volto poggia proprio sul fondo fangoso del torrente, e ci rimane per qualche momento, acclimatandosi al mutato ambiente. Quando gli sembra che i polmoni gli scoppino, riemerge alla superficie e nuota fino a riva. Rimane per qualche momento sdraiato per terra, supino. Si rialza. Si tocca.

L’acqua gelida l’ha leggermente trasformato. I peli del corpo sono scomparsi e la sua pelle è liscia e pallida e nuova, come quella di un neonato. La coscia sinistra non porta più segno di cicatrici. Le nocche sono perfette.

Non riesce più a trovare il segno dell’operazione di appendicite. Il pene gli sembra estraneo, e dopo averlo osservato per qualche secondo si rende conto intimorito che è stato decirconciso. Rabbioso infila un pollice nell’ombelico; c’è ancora. Ride. Adesso si rende conto che mentre era nell’acqua è scesa la notte. Gli ultimi raggi solari scompaiono dalla vista, e istantaneamente l’oscurità s’impadronisce del cielo. Non c’è luna. Le stelle compaiono bruscamente, scoppiettando, annunciandosi con tonalità acute, cantando: “Io sono blu, io sono rossa, io sono d’oro, io sono bianca”. Dov’è Orione, dov’è l’Orsa, dov’è il Capricorno?

Le asperità della valle emettono un bagliore delicato e soffuso. Il suolo si distende e freme e rabbrividisce in superficie, e da un migliaio di piccoli crateri rilucono le prime creature notturne, lunghe e liquide e argentee, emergendo da anfratti nascosti e scivolando sinuosamente nel prato. Nell’avvicinarglisi si separano, lasciandolo come in un’isola nel mezzo di quelle miriadi di creature lucenti. Sente suoni sussurati e selvatici provenire da quella marea, senza però riuscire a capire qualcosa.

Si sente un battito d’ali e scendono due creature in volo, diverse l’una dall’altra; hanno corpi neri massicci, imponenti, a sacco, ricoperti da una pelliccia fitta e folta, e ali angolose montate su una cassa toracica estremamente spigolosa e ossuta. Hanno le dimensioni di anatre. Seguono metodicamente le creature notturne, risucchiandole nei loro elastici ventri per poi rigettarle come escrementi, apparentemente illese. Il loro appetito sembra insaziabile. Lui si tira indietro, offeso, quando lo degnano solo di uno sguardo amaro.

Qualcosa di massiccio e oscuro striscia attraverso il torrente e scompare prima che riesca a vederlo chiaramente. Dal cielo provengono rauche risate. L’aroma degli eleganti fiori cremosi risale dal ruscello, diventa aspro e pungente, e scompare. L’aria diventa fredda. Rabbrividisce. Comincia a cadere una pioggia leggera. Lui studia le enigmatiche costellazioni e le trova complessivamente estranee. In distanza la musica pervade la notte. I toni scendono, diminuiscono, per poi ricrescere in una melodia semplice e tremolante, e lui si accorge di poterli modificare portando quelle melodie ad adattarsi a lui: intarsia un vivace suono di corno, una melodia, un minuetto. Piccoli animali gli passano accanto. Sono scomparsi i topi? Sono estinti gli scoiattoli? Dove sono le scimmie? Dove sono i cerbiatti? Eppure sa che può imparare ad amare questi nuovi animali.

L’illimitata fertilità dell’evoluzione, rivelandoglisi in questi scoppi luminosi di abbondanza, lo rende felice, e lui trasforma la musica in un inno di lode. Di qualunque cosa si tratti, è positiva. Dalla plasticità delle tonalità informi estrae le percussioni e i fiati di un Te Deum. Contro questa melodia in un improvviso e brusco contrappunto si sentono passi pesanti, e lui non è più solo, perché emergono tre grosse creature, che gli si avvicinano. In questo momento il sogno è pauroso. Che sono queste cose, così bestiali, così maligne, così malevolenti? Erette, bipedi, hanno grandi alluci piatti, grandi petti, grosse pance capaci, spalle massicce. Sono più alte di lui, e le precede un aroma dolciastro di decomposizione: volti crudeli, non di meno quasi umani, occhi scintillanti, nasi schiacciati, bocche grandi e carnose, barbe grigie e sottili che puzzano di letame.

Si avvicinano muovendosi sgraziatamente, piegando le ginocchia, i corpi piegati in avanti all’altezza della cintola, colossali capre bipedi vagamente somiglianti agli esseri umani. Ovunque vadano, semi untuosi balzano nell’aria, spandendo odore di pesce. La pelle è bianca, cartacea e raggrinzita, e pende molle sui muscoli possenti e sulla carne spessa; piccoli foruncoli bitorzoluti sono presenti un po’ ovunque.

Nell’avvicinarsi sgraziatamente annuiscono, grugniscono, fiutano, e si scambiano sgradevoli commenti mormorati. Non gli prestano la minima attenzione. Li guarda passare. Chi sono queste creature incomprensibili?

Teme che siano la razza superiore di quel periodo, la specie dominante, i successori dell’uomo, forse addirittura i discendenti dell’uomo, e questo pensiero lo scuote e lo sconvolge al punto di farlo cadere al suolo, contorcendosi disperato, schiacciando i luccicanti abitatori della notte che continuano a sciamargli accanto. Pianta i palmi delle mani per terra. Afferra i semi maligni che sono appena sbocciati, e li strappa dal suolo. Appoggia la fronte contro una roccia levigata. Vomita, senza emettere nulla. Si stringe terrorizzato le braccia al petto. Realmente queste creature hanno ereditato il mondo? Immagina di vederne una…

Il figlio dell'uomo - C opertina

Tit. originale: Son of Man

Anno: 1971

Autore: Robert Silverberg

Edizione: Mondadori (anno 1995), collana “Classici Urania” #223

Traduttore: Giancarlo Tarozzi

Pagine: 223

Dalla copertina | Son of Man (1971) è un romanzo del lontano futuro e appartiene al periodo più creativo di Robert Silverberg, quando da provetto scrittore di avventura si trasformò, nel giro di quattro o cinque anni, in uno degli autori più maturi del genere. Come molti libri che hanno a che fare col tema dell’evoluzione, e cioè delle mutazioni cui la vita potrà andare incontro fra migliaia di anni, Il figlio dell’uomo deve qualcosa alla Macchina del tempo di Wells: ma il lettore vedrà da sé con quale eleganza, umorismo e assoluta modernità questo tema affascinante venga svolto dal grande romanziere americano.