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Il mito arturiano

Secondo una tradizione affermatasi nel corso degli anni, le leggende del ciclo arturiano affonderebbero[1] le loro radici nel periodo in cui le legioni romane, vista la crisi attraversata dal Tardo Impero, abbandonano la Britannia lasciandola così in balia delle incursioni di tribù bellicose provenienti dalle coste danesi. In effetti, il nome del principale personaggio della saga, Artù, riecheggia Arctorius, un cognomen romano attestato in alcune iscrizioni,[2] anche in Britannia e nel più celebre luogo collegato al ciclo arturiano stesso, Glastonbury.

La prima testimonianza scritta che lega tra loro questi luoghi e questi avvenimenti è decisamente più tarda, risalente al IX secolo: si tratta dell’opera intitolata Historia Britonum, attribuita, con notevoli incertezze, a un monaco gallese di nome Nennio. Di poco più tardi, del 950 d.C., sono gli anonimiAnnales Cambriae,che, oltre al personaggio di Artù, presentano anche Mordred (chiamato Medraut), già visto come uccisore del re nella battaglia di Camlann.[3]

Il periodo di fioritura del ciclo arturiano, però, si colloca nei secoli successivi, a partire dal XII, quando non solo nell’Inghilterra normanna, ma anche e soprattutto in Francia, nascono diverse opere in cui trovano un posto di rilievo sia re Artù sia i suoi cavalieri. In quest’epoca, infatti, il ciclo arturiano assume due fisionomie completamente diverse, mantenendosi sulla trattazione storica in ambito anglofono, e divenendo invece materia per cicli cavallereschi in territorio francese.

Il più importante prodotto della narrativa di terra inglese, e sicura fonte di ispirazione per molti autori successivi, è l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, composta in latino come la maggior parte delle opere erudite del tempo: in questa storia del mondo britannico sono presenti i maggiori personaggi del ciclo arturiano e, in nuce, sono tratteggiati i caratteri essenziali dello sviluppo delle vicende legate ad Artù e soprattutto a Merlino, protagonista principale della narrazione “arturiana” di Goffredo.[4]

Il professor Ferruccio Bertini, docente di Letteratura Latina presso l’Università di Genova, sottolinea le differenze nel personaggio di Merlino esistenti tra l’Historia Regum Britanniae e l’altra opera legata al ciclo arturiano attribuita allo stesso Goffredo, la Vita Merlini, al punto da sospettare che si tratti di due figure distinte, entrambe con lontane reminiscenze storiche ma appartenenti a due età differenti.

È comunque importante ricordare che, sebbene Goffredo sostenga di aver composto la Historia Regum Britanniae in base al ritrovamento di un manoscritto originale celtico, ora perduto, la sua opera appartiene a un’età in cui diventano più frequenti gli scambi culturali con il resto dell’Europa, e con l’Italia in particolare: la Britannia, dunque, si ritrova nobilitata dall’aver dato i natali a un sovrano di levatura paragonabile ai grandi eroi del passato. Certamente, il periodo in cui vive e scrive Goffredo influenza la sua visione della storia (o della pseudostoria) alto-britannica, come risulta evidente dalla chiara antipatia che mostra nei confronti dei Sassoni, violenti, selvaggi, privi di qualunque virtù positiva, in contrapposizione ad altri popoli, come i Britanni o i Bretoni.

L’interesse per queste leggende non si limita al solo Goffredo: altri scritti, come la Vita Gildae di Caradoc di Llancarfan (risalente circa alla metà del XII secolo) o il Roman de Brut di Robert Wace (databile circa allo stesso periodo), contengono elementi pertinenti alla saga arturiana. Non solo gli Angli e i Gallesi, ma anche i Normanni iniziano a produrre opere concernenti questi argomenti, sia in francese (come nel caso di Béroul, autore di una versione in lingua d’oil della leggenda di Tristano e Isotta), sia in latino: Guglielmo di Malmesbury, infatti, compone, sempre attorno alla metà del secolo, ilDe Gestis Regum Anglorum e il De Antiquitate Glastoniensis Ecclesiae, in cui il collegamento tra il sito di Glastonbury e la saga arturiana diventa più evidente. Non manca nemmeno, con Draco Normannicus di Étienne de Rouen, una versione satirica delle vicende arturiane, ma ormai, come dimostra il poema epico Brut di Layamon, Artù è diventato un eroe nazionale.

Il capolavoro assoluto della produzione arturiana del XIV secolo è un breve romanzo allitterativo, il Sir Gawain e il Cavaliere Verde,composto nell’ambito di una grande corte della zona nord-occidentale dell’Inghilterra, indipendentemente, quindi, dalla forte influenza che gli autori francesi esercitano sui letterati dell’Inghilterra meridionale. Il testo riporta le avventure del cavaliere Gawain (Galvano), che raccoglie una sfida portata alla corte arturiana da Morgan le Fay (la fata Morgana), sia per spaventare i membri della corte stessa (Ginevra soprattutto), sia per testare le qualità morali dei cavalieri di Artù. Gawain, pur dimostrandosi all’altezza della prova, è costretto ad ammettere di non essere un cavaliere senza macchia, e questo introduce, nel testo, una componente di riflessione etica raramente presente nella letteratura inglese coeva, più attenta all’intrattenimento aristocratico.[5]

Non si conoscono le fonti di questo straordinario testo, in cui il protagonista è finemente descritto a livello psicologico: “Gawain è […] il primo eroe autocosciente, pensante e pensoso del romanzo inglese.”[6]

Nel frattempo, la leggenda di Artù, godendo di un sempre maggior successo, si diffonde anche in Germania, in cui sono attivi, ad esempio, Hartmann von Aue, Eilhart von Oberge e Wolfram von Eschenbach, e in Italia; nel 1106, le figure dei personaggi principali del ciclo vengono addirittura scolpite nella cattedrale di Modena.[7]

Il luogo in cui la saga arturiana riscuote maggiore fortuna, ottenendo anche, in parte, la sua fisionomia attuale, resta comunque certamente la Francia: molta produzione di autori inglesi del Basso Medioevo è composta in francese,[8] pur basandosi su una tradizione “indigena” angla, ma la straordinaria diffusione delle leggende di Artù è dovuta a Chrétien de Troyes, che può essere considerato, secondo l’Anthologie Poétique Française, “il vero inventore del genere bretone” e “l’iniziatore di tutti i poeti che con il ciclo della Tavola Rotonda hanno riempito più di due secoli della nostra letteratura”.[9] La sua influenza è notevole e non soltanto riguardo alla produzione francese: autori tedeschi, italiani, olandesi, scandinavi, ma anche gli stessi inglesi, subiscono il fascino delle sue opere. In particolare il Lancillotto o il Cavaliere del Carretto e il Perceval o il Racconto del Graal sono fonte certa di ispirazione per numerosi autori successivi. Il secondo, incompiuto a causa della morte dell’autore, fu concluso in vari modi da altri poeti francesi negli anni immediatamente successivi: nascono così le continuazioni attribuite a Wauchier de Denain, a Manessier e, qualche anno più tardi, a Gerbert de Montreuil.

La produzione francese sul ciclo bretone non si esaurisce certamente con Chrétien: negli stessi anni operano anche Marie de France e Robert de Boron; e soprattutto, all’inizio del XIII secolo, è composto in ambiente il Lancelot-Graal, considerato “il più completo e importante ciclo della materia di Bretagna”,[10] in cui compaiono tutti i principali temi della saga arturiana, dalla leggenda del Sacro Graal alle storie di Artù, di Merlino e di Lancillotto. Il Lancelot-Graal,concepito da diversi autori anonimi e diviso in cinque libri, diventa il corpus di cui gli autori successivi si servono come fonte, al punto da essere chiamato anche “Vulgata”, a indicare il suo profondo valore letterario.

Il fascino di questi personaggi è evidente anche nel XIV secolo, in cui si trova, ad esempio, un riferimento a Lancillotto e Ginevra anche in Dante, che li cita nel V Canto dell’Inferno, e in Boccaccio, in una delle sue opere erudite latine, il De Casu Principum; il personaggio di Artù ritorna prepotentemente sulla scena letteraria nel 1400, grazie alla fondamentale opera di Sir Thomas Malory, autore inglese de Le Morte Darthur (Le Morte d’Arthur), il quale, secondo la tradizione, avrebbe composto la sua produzione durante i lunghi anni di carcere che dovette scontare, per vari reati, in periodi diversi della sua vita.[11]

L’opera di Malory è interessante sotto diversi punti di vista: oltre a essere il motivo ispiratore di opere successive – di cui possiamo ricordare almeno la produzione di Lord Alfred Tennyson – e a presentare un forte anacronismo storico nella descrizione dei cavalieri, Le Morte Darthur è anche protagonista di una curiosa vicenda editoriale. Sappiamo, infatti, che l’opera fu conclusa nel 1469, due anni prima della morte dell’autore, avvenuta nel 1471, ma la data di edizione a stampa è successiva di circa 15 anni: il confronto tra un manoscritto del XV secolo e il testo pubblicato ha mostrato un forte intervento dell’editore, William Caxton, sull’originale di Malory. Lo stesso titolo, Le Morte Darthur, non è corretto, in quanto si riferisce solo all’ultimo degli otto libri di cui l’opera era composta, per derivazione dall’ultimo dei “capitoli” del Lancelot-Graal, intitolato, appunto, Mort Artu, da cui anche il titolo di un importante romanzo allitterativo inglese, Morte Arthure, grosso modo contemporaneo al testo di Malory.

Più ancora degli interventi sul testo, è interessante la prefazione inserita da Caxton all’originale, indicatrice di quale sia stata la fortuna del ciclo arturiano nel Medioevo: “È infatti universalmente noto – scrive Caxton nella prefazione – che nove furono gli uomini più nobili che mai siano esistiti, e cioè tre pagani, tre ebrei e tre cristiani”.[12] Secondo l’editore, la figura di Artù avrebbe lo stesso spessore di Ettore di Troia, di Alessandro Magno, di Giulio Cesare e di Carlo Magno; anzi, scrive Caxton: “[…] Re Artù, rinomatissimo sovrano, il primo, il maggiore, il più insigne, tra i tre eccellentissimi cristiani [Carlo Magno, Goffredo di Buglione e lo stesso Artù] è proprio colui che noi Inglesi dovremmo celebrare più di ogni altro monarca della nostra fede, […] dal momento che Artù era nativo del nostro regno e ne era stato re e imperatore, e considerando che in francese erano già apparsi numerosi volumi su di lui e sui suoi cavalieri.[13]”

Artù, insomma, per Caxton, è diventato non solo un eroe nazionale, ma il maggior condottiero che l’Europa cristiana abbia conosciuto, permettendo quindi di nobilitare le radici storiche del popolo inglese, che non poteva gloriarsi di alcuno degli altri grandi personaggi del passato. Caxton cerca di sottolineare la storicità della figura di Artù, per esempio citando l’epigrafe di Glastonbury precedentemente ricordata e altri ritrovamenti, più o meno credibili: “l’altare di sant’Edoardo nell’abbazia di Westminster che reca l’impronta del suo sigillo in cera rossa incastonata in berillo con la scritta Patricius Arthurus, Britannie, Gallie, Germanie, Dacie, Imperator;[14] il Castello di Dover, in cui si possono vedere il cranio di Galvano e il mantello di Craddock; Winchester, dove è conservata la Tavola Rotonda, e vari luoghi in cui si ammirano la spada di Lancillotto e altri reperti”.

Dopo che, nel corso degli anni, il ciclo arturiano era stato collegato alla tradizione cristiana, grazie alle vicende legate alla ricerca del Santo Graal, Artù si allaccia ora anche al più prestigioso potere dell’antichità, quello dell’Impero Romano. Eppure, secondo l’editore, questo personaggio, il “primo dei cristiani” per importanza, sarebbe stato dimenticato dal suo stesso popolo, e la narrazione delle sue vicende sarebbe stata affidata solamente ad autori stranieri, francesi in primis.

Diventa, dunque, compito improbo il ricercare elementi effettivamente storici in una vicenda letteraria così complessa e stratificata: diverse componenti leggendarie entrano a far parte del ciclo arturiano, che fin dagli inizi risente di tradizioni angle e gallesi, ma anche cristiane e dotte.[15]

I ritrovamenti epigrafici, anche se fossero riconosciuti autentici, non possono, da soli, essere testimonianza certa dell’esistenza di un re Artù; e, se anche questo sovrano fosse realmente esistito, le sue vicende sarebbero nascoste nei meandri di quel periodo oscuro della storia di Europa che segue immediatamente alla caduta dell’Impero Romano di Occidente.

Le fonti letterarie devono essere interpretate con estrema cautela: i cavalieri di Chrétien de Troyes risentono dell’influsso della poetica cortese, così come, pur conservando una patina di primitiva cavalleria, i personaggi di Thomas Malory appartengono al XV secolo. Ma, soprattutto, pesa il giudizio sul primo compositore dell’intera vicenda arturiana: “Goffredo [di Monmouth] spaccia per storia ciò che per lo più è frutto solo della sua fantasia”, scrivono le curatrici italiane della sua Storia dei Re di Britannia.[16] Eppure, proprio sull’opera di Goffredo, criticata già dai contemporanei, si basano in gran parte gli autori successivi, sia francesi, sia inglesi.

La ragione di questa fortuna, comunque, è facilmente spiegabile: la storia di Artù “fornì ai popoli di origine celtica e di stirpe britannica che nel XII secolo abitavano ancora nell’isola o si erano insediati in Bretagna una storia nazionale, i propri eroi e la propria gloria.”[17]

Non può quindi stupire che le vicende arturiane, sopite per alcuni secoli, tornino prepotentemente sulla scena letteraria nell’Ottocento, periodo in cui il Romanticismo rimanda, proprio in Inghilterra, alla ricerca delle radici di ogni popolo.[18] Anche nel corso del Novecento, una sempre maggior curiosità nei confronti delle popolazioni celtiche si accompagna a un rinnovato interesse verso la leggenda arturiana, evidente in ambito cinematografico e letterario, attraverso, ad esempio, l’opera di Marion Zimmer-Bradley, di Stephen Lawhead, di Bernard Cornwell e di moltissimi altri autori, che hanno variamente interpretato, o modificato, l’ampia messe di leggende fiorite nel corso dei secoli attorno al mitico sovrano e ai suoi compagni.


[1] Non si intende nel presente articolo discutere di tale possibilità. Chi fosse interessato alla questione può trovare numerosi fonti in http://it.wikipedia.org/wiki/Storicit%C3%A0_di_re_Art%C3%B9.

[2] L’elenco dei cognomina latini nelle varie zone dell’Impero è disponibile in I. Kajanto, “The Latin Cognomina”, Commentationes Humanarum Litterarum, tomo 36, 1965, Societas Scientiarum Fennica.

[3] http://www.fordham.edu/halsall/source/annalescambriae.html.

[4] Un’ottima caratterizzazione della vita e dell’opera di Goffredo e un’interessante analisi del personaggio di Merlino è reperibile all’indirizzo web http://www.airesis.net/giardinomagi_merlino.html

[5] Sir Gawain e il Cavaliere Verde, a cura di Piero Boitani, Milano, 1994., pp 26-27.

[6] Ibid., p. 25.

[7] Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Parma, 2005, p. 28.

[8] Sir Gawain e il Cavaliere Verdeop. cit..

[9] Anthologie Poétique Française, Moyen Age 1, a cura di A. Mary, Paris, 1967, p. 101.

[10] Thomas Malory, Storia di Re Artù e dei suoi Cavalieri, vol. 1, Milano, 1996, p. XXII.

[11] Per maggiori dettagli sulla vita dell’autore, si rimanda a T. Malory, op. cit., pp. IX-X.

[12] Tutte le citazioni dalla prefazione di Caxton provengono da T. Malory, op. cit., pp. XI- XII.

[13] Si può qui notare una velata polemica anti-francese, perfettamente spiegabile alla luce della recente conclusione della Guerra dei Cent’Anni.

[14] Si dovrebbe comunque tener conto del significato originario del termine imperator, che indica semplicemente la carica del comandante militare dell’esercito romano.

[15] Per l’elenco delle fonti utilizzate da Goffredo si veda l’op. cit. di Goffredo, pp. 19-20.

[16] Goffredo di Monmouth, op. cit., p. 25.

[17] Ibi, p. 29.

[18] In Inghilterra, ricordiamo il caso, estremamente famoso, della fortuna dei Canti di Ossian, in realtà un falso settecentesco di Macpherson.