Il Pianeta del Tesoro (Invaders of Space, di Murray Leinster)
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Il Pianeta del Tesoro

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Anteprima testo

Fuori della palazzina della torre di controllo, le luci dello spazioporto parevano gareggiare in numero e luminosità con le stelle. Oltre le finestre della sala si potevano scorgere tre buoni chilometri di asfalto nero sul quale le luci si riflettevano diventando luminosi nastri serpeggianti. Nello spazioporto tutto era silenzioso e tranquillo. Nella sala-controllo, Horn, che vi si trovava occasionalmente, era intento ad ascoltare un lieve ronzio sordo ritrasmesso dall’altoparlante fissato in alto su una parete.

Il ronzio era la voce di una vecchia “carretta” spaziale, la Theban, che si stava preparando per un atterraggio notturno d’emergenza.

L’addetto al servizio-atterraggio, cioè il vero responsabile della sala-controllo dello spazioporto, se ne stava comodamente sdraiato nella sua poltroncina, apparentemente rilassato, ma con lo sguardo fisso a una serie di quadranti e a uno schermo sul quale brillava un solitario punto luminoso. Quel puntino era la Theban, l’astronave che stava per essere presa sotto controllo dal campo di forza di Fomalhaut.

– Che ronzio strano – disse Horn. – Quel propulsore minaccia di bloccarsi da un momento all’altro. Mi domando come hanno fatto ad arrivare fin qui.

Il tecnico annuì. Poi disse, senza scomporsi: – Adesso li faccio scendere. – Parlava in tono indifferente e distaccato, ma non perdeva d’occhio un momento il quadro di controllo sulla parete. A un tratto si protese in avanti e toccò alcuni comandi. Subito il ronzio aumentò di tono e sullo sfondo emersero altri rumori. Il ronzio lamentoso proveniva dalla sala-macchine di un’astronave nello spazio. Adesso si sentivano anche i movimenti delle persone a bordo, il borbottio di una voce, e un’altra voce aspra che rispondeva alla prima.

– Pronto, terra! – ringhiò la voce un momento dopo. – Pronto! Dov’è il raggio-guida? Dobbiamo girare qua attorno all’infinito? Dov’è il raggio?

Il tecnico disse con flemma: – Ci state arrivando in questo momento. State navigando a bassa quota e vi trovate nel cono d’ombra del pianeta. Se non aveste tanta furia…

La voce ringhiante riprese: – Altro che furia! A che punto siamo con la squadra riparazioni?

– Vi ho già avvertito che le officine sono chiuse – disse il tecnico. – Fino a domani mattina, ora locale. Potevate aspettare il vostro turno in orbita, come vi avevo detto io!

La voce dallo spazio imprecò selvaggiamente. Il tecnico riprese: – In questo momento state per entrare in contatto con il nostro raggio. Reggetevi bene. Riduco la velocità laterale. Siete bassi e temo che sentiate il contraccolpo.

La voce dallo spazio urlò un ordine, e la nave invisibile, ancora fuori dall’atmosfera, fluttuò entro il misterioso e impalpabile raggio. Nella sala-comando dello spazioporto, quadranti e indicatori rivelavano che lassù nello spazio, nell’ombra nera del pianeta Fomalhaut III, l’astronave era penetrata nel campo di forza determinato dalla rete d’atterraggio.

Ormai questa era un’operazione quasi del tutto automatica. Il tecnico girò una manopola e osservò l’effetto sullo schermo. La Theban, sempre invisibile nella notte, era ormai saldamente agganciata al raggio impalpabile dello spazioporto.

Il ronzio dell’altoparlante aumentò, accompagnato da una serie di tonfi. A bordo della nave, gli oggetti liberi cadevano al suolo per effetto della gravità.

Il tecnico gridò: – Ma siete matti? Fermate il propulsore!

Ancora dei colpi e degli schianti, poi il ronzio cessò. La nave scendeva, guidata dal raggio.

Il tecnico storse la bocca, disgustato: – C’è qualcosa che non va su quella nave. Ci chiedono l’atterraggio d’emergenza e pretendono che gli facciamo trovare pronta la squadra riparazioni per poter ripartire tra qualche ora. Ma voglio proprio vederli a tirare giù dal letto a quest’ora i meccanici; e poi per una carretta del genere!

Horn scrollò il capo: – Ci vorranno giorni, e non ore, per rimetterla in sesto. Hanno un motore Riccardo di vecchio tipo, e con il fracasso che fa, è evidente che sta per finire i suoi giorni. Non capisco perché lascino ancora in servizio quei vecchi relitti! Dio solo sa quanti anni deve avere!

Avrebbe potuto tirare giù L’Annuario Spaziale, contenente tutte le indicazioni del caso, ma la cosa non gli interessava poi così tanto.

Horn era venuto allo spazioporto per chiedere notizie dell’astronave di linea Danae, che era in viaggio per Fomalhaut. Sapeva che era ancora troppo presto per avere notizie, ma a bordo della Danae viaggiava una ragazza, la “sua” ragazza. Si sarebbero sposati appena l’astronave fosse giunta in porto, ed era logico che lui fosse ansioso di sapere notizie.

Una voce, proveniente dalla Theban, sbraitò nell’altoparlante.

– Pronto! Voi! – gridò la voce furiosamente. – Se non è possibile avere subito la squadra manutenzione, annullate l’atterraggio e rimandateci nello spazio! Da qualche parte andremo! Abbiamo troppa fretta!

Il tecnico lanciò un’occhiata annoiata a Horn, come per richiamare la sua attenzione su quell’assurda richiesta. Horn si limitò ad alzare le spalle. Il tecnico disse nel microfono: – Avete richiesto l’atterraggio d’emergenza, e le norme aeroportuali dicono che una volta iniziata l’operazione questa dev’essere condotta a termine. L’astronave rimarrà sotto controllo fino al decollo. – Poi aggiunse in tono falsamente ingenuo: – Troppe navi approfittano dell’atterraggio d’emergenza. Lo sapete, vero?

Dall’altoparlante la voce lanciò una serie d’imprecazioni. Il tecnico ridusse il volume finché gli urli s’affievolirono in una specie di eco lontana. Con uno scatto accese i segnali di posizione per avvertire tutte le unità in volo all’interno dell’atmosfera che un’astronave si stava preparando all’atterraggio su quello spazioporto. Ma a quell’ora di notte non si correvano rischi eccessivi, dato il traffico ridotto di quella zona aerea.

– Da dove arriva la Theban? – domandò Horn.

L’addetto all’atterraggio scosse la testa: non lo sapeva.

– Se seguono la rotta normale hanno la Danae alle spalle. Forse è meglio avvertirli – suggerì Horn.

Il tecnico annuì e sorrise. – I viaggi spaziali sono cose di ordinaria amministrazione, purché a bordo non viaggi qualcuno a cui teniamo particolarmente! Allora uno comincia a preoccuparsi, vero?

– Già – disse Horn. – La Danae è un’ottima astronave. Io stesso ho progettato il motore. Però a bordo viaggia qualcuno che mi preme e allora…

Si avvicinò a una finestra e guardò fuori. Tutto era quieto. Le miriadi di luci dello spazioporto e soprattutto la torre della rete d’atterraggio alta cinquecento metri, avevano un aspetto spettrale. Ma era sempre così di notte, quando lo spazioporto era pressoché inattivo. Di giorno invece era un continuo andirivieni di cargo e navi passeggeri, di trasporti e viaggiatori che andavano e venivano sulle piste nere d’imbarco.

Horn guardò il cielo notturno. La Theban era stata presa dalla “rete” a una quota insolitamente bassa, ma ci voleva comunque del tempo per guidarla fino a terra. Quella carretta doveva per forza aver incrociato la rotta della Danae.

La Danae aveva lasciato già da un pezzo Canna II, e dopo aver fatto scalo a Thotmes per ripartire quasi subito aveva fatto rotta attraverso le Beryliines. In quel punto la navigazione era tutt’altro che facile, ma la rotta era ben segnata e tenuta sotto controllo costante. La Danae, dopo un secondo scalo su Wolkim per imbarcare passeggeri e merci, avrebbe ripreso il viaggio per Fomalhaut dove Horn la stava aspettando.

La traversata non presentava assolutamente alcun rischio, Horn lo sapeva benissimo, eppure si sentiva inquieto, di quell’inquietudine che prova sempre chi conosce lo spazio. Horn era progettista di motori per navi spaziali e conosceva l’assoluta sicurezza delle astronavi moderne. E proprio su questa sicurezza contavano gli istituti di credito che affidavano alle astronavi i loro effetti di commercio infrastellare. E se una banca affida il proprio denaro a un’astronave, vuol proprio dire che il mezzo di trasporto è dei più sicuri!

Sulle astronavi moderne non esisteva più l’ufficiale di macchina, e c’erano soltanto gli apparati motori ausiliari. Da anni non si verificavano più guasti a bordo delle unità in navigazione, e di conseguenza si era smesso di mandare nello spazio tecnici specializzati addetti alla riparazione di eventuali avarie, dato che di avarie non se ne verificavano mai. Del resto Horn non era preoccupato per il funzionamento dei propulsori della Danae, ma per i tanti imprevisti che possono capitare nello spazio.

Lo spazio, infatti, non è vuoto. Nella galassia non esistono soltanto astri luminosi, pianeti e meteore, che le astronavi possono facilmente avvistare e scansare. Esistono le stelle morte e nere, e ancor più numerose dei corpi irradianti luce, ed esistono i campi gravitazionali, gli ammassi di meteoriti, le nuvole di polvere cosmica, così minuta che sfugge a ogni controllo, finché una nave si trova quasi addosso all’ostacolo.

Horn, dunque, era preoccupato. A volte le astronavi scomparivano nello spazio, come un tempo le navi affondavano negli oceani. Tuttavia i disastri spaziali si verificavano raramente, data la strettissima sorveglianza esercitata sulle rotte, continuamente setacciate dai radiofari e pattugliate ininterrottamente allo scopo di localizzare e prevenire, mediante un complesso sistema di segnalazioni, ogni nuovo pericolo che si fosse presentato all’improvviso. In tal modo i viaggi interstellari non presentavano maggiori rischi delle antiche traversate oceaniche.

Ma sulla Danae c’era Ginny, e questo bastava a spiegare l’assurda, sproporzionata apprensione di Horn.

Il tecnico dell’atterraggio si teneva diritto sulla sedia e fissava con estrema attenzione gli strumenti. La manovra era in gran parte pura routine, ma una mossa falsa sarebbe bastata per combinare un sacco di guai. Quell’uomo era espertissimo, e sebbene abbandonasse buona parte dell’operazione al dispositivo automatico, sapeva intervenire al momento opportuno.

Una grande striscia luminosa solcò il cielo nero e in alto brillò un riflesso argenteo, che scese rapidamente, s’ingrandì, divenne un oggetto, quasi sorretto dalla grande coda luminosa del raggio. Era l’astronave.

L’unità atterrò e il fascio luminoso si affievolì fino a scomparire completamente mentre appariva la fusoliera di una piccola e tozza astronave di disegno antiquato, saldamente poggiata sulle alette d’atterraggio.

Uno sportello si aprì e tre uomini infilarono la scaletta, scesero sulla pista e si diressero verso la palazzina di comando.

Le luci dello spazioporto li avvolgevano in un bizzarro riverbero giallo.

– Preparati a discutere – disse Horn. – Vengono a chiederti la squadra di manutenzione!

– E con ciò? – Il tecnico si strinse nelle spalle. – Per gli orologi della loro astronave forse è mezzogiorno, ma quaggiù mancano ancora parecchie ore all’alba. Se devono aspettare, aspetteranno!

I tre uomini si diressero verso l’ufficio di controllo. Il tecnico li seguì con lo sguardo.

– Si sono portati dietro una trasmittente portatile. Cosa se ne faranno?

– Affari loro – osservò Horn. – Forse quel tipo vuole parlarti a quattr’occhi, per cercare di corromperti.

Il tecnico brontolò qualcosa tra i denti. Lo spazioporto era avvolto nel silenzio. Le sue miriadi di luci brillavano immobili, in contrasto con l’ammiccare tremolante degli astri nel cielo. A quell’ora solo il tecnico addetto all’atterraggio e le guardie ai cancelli d’ingresso erano di servizio nello spazioporto, e molto probabilmente Horn era l’unico che si trovasse all’interno senza essere di guardia. Sulle piste tutto era quieto, mentre i tre uomini avanzavano sull’asfalto nero, avvolti dal riverbero giallastro delle luci.

Nell’ufficio si udì uno scatto metallico, e una voce registrata chiese: – Comunicazioni?

Il tecnico disse: – Da registrare: il mercantile spaziale Theban ha chiesto l’atterraggio d’emergenza. Motivazione: guai alle macchine. Propulsore evidentemente troppo vecchio. Atterraggio effettuato. Non c’è altro, per ora.

Ci fu un nuovo clik.

L’atterraggio della Theban venne registrato con l’indicazione dell’ora esatta.

Non si può certo dire che quest’uomo dorma durante il servizio, pensò Horn.

I tre della Theban erano arrivati sotto la palazzina. La cicala avvertì che stavano aspettando alla porta esterna. Il tecnico premette il pulsante di apertura. Si udì uno scalpiccio su per le scale. Un uomo dai capelli rossi, con addosso una tuta sporca di grasso, entrò nell’ufficio, tenendo in mano la trasmittente. Due altri figuri, ancora più male in arnese di lui, lo seguivano da vicino.

– Siamo della Theban – disse il rosso, bruscamente. – Abbiamo fretta e bisogno urgentissimo di riparazioni. Quanto volete?

– Ripassate domani mattina – disse il tecnico con calma.

– Ne abbiamo bisogno subito. Quanto?

– Niente: questi argomenti non attaccano – dichiarò il tecnico. – Io non posso lasciarvi ripartire, dopo un atterraggio d’emergenza, senza aver prima controllato le riparazioni fatte. Questi sono gli ordini.

Il rosso gli lanciò un’occhiata torva. – Quanto volete? – ripeté.

Horn s’intromise. – Ho ascoltato al microfono mentre il vostro motore era in funzione. È un…

Il pianeta del tesoro - Copertina

Tit. originale: Invaders of Space

Anno: 1964

Autore: Murray Leinster (pseudonimo di William Fitzgerald Jenkins)

Edizione: Mondadori (anno 1965), collana “Urania” #389

Traduttore: Bianca Russo

Pagine: 128

Dalla copertina | Per questo movimentatissimo episodio spaziale, Leinster sembra essersi ispirato a due capolavori della narrativa avventurosa: L’Isola del Tesoro di Stevenson, e Il Lupo dei Mari di Jack London. Chi avesse letto di recente questi due romanzi, potrà divertirsi a stabilire una quantità di astute somiglianze, e di ancor più astute differenze. Ma naturalmente la fantascienza di Leinster, come sempre, vale di per sé: per l’immaginosità e, al tempo stesso, concretezza delle situazioni; per l’unità e varietà dell’intreccio; per l’equilibrio tra il dialogo, le pause descrittive e le tensioni drammatiche; insomma, per le solide garanzie che questo scrittore offre sempre.