Il Porto delle Anime (Playground, di Lars Kepler)
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Il Porto delle Anime

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Anteprima testo

Prima di una missione pericolosa, il tenente Jasmin Pascal-Anderson aveva l’abitudine di guardare per qualche istante la fotografia che teneva nel portafoglio. La carta lucida si era piegata formando una screpolatura che divideva in due l’immagine. Raffigurava il commando del suo plotone: cinque coppie di fuoco e movimento, con lei nel mezzo, unica donna. Gli uomini, in giubbotto antiproiettile ed elmetto, avevano assunto una posa scherzosamente adorante. Mark aveva i suoi occhiali da sole rosa e una sigaretta all’angolo della bocca, Lars si era dipinto una striscia nera sotto gli occhi, da una parte all’altra del naso, e Nico aveva abbassato le palpebre nell’istante dello scatto.

Nella foto, Jasmin portava i capelli rossi legati in una treccia stretta, rideva come una bambina alla festa di compleanno e reggeva il suo M240B con l’affusto aperto. La mitragliatrice era lunga quasi quanto lei, motivo per cui i muscoli delle braccia lentigginose erano tesi. La pesante cartucciera piena di pallottole incamiciate si snodava per terra accanto agli stivaletti militari.

Jasmin non aveva mai paura, ma sapeva riconoscere una missione particolarmente rischiosa. Guardò per un po’ la fotografia, per ricordare a se stessa che i suoi uomini si fidavano di lei, che era responsabile della loro incolumità.

Era un bravo ufficiale.

Mark, per ridere, diceva che l’avevano promossa a tenente solo perché voleva sempre avere l’ultima parola.

«Non è assolutamente vero», rispondeva lei, tutte le volte.

Ripose la fotografia nel portafogli e rimase immobile per un istante.

Le capitava di rado, di avere brutti presentimenti. Ora le sembrava che sulla sua anima si fosse stesa un’ombra, anche se tutto sembrava uguale a sempre.

Esitò, poi si mise gli orecchini di perla che le aveva regalato sua madre.

E questo la tranquillizzò, chissà perché.

La sua squadra rientrava nell’operazione Joint Forge della NATO, ma ora le era stata assegnata una missione speciale a Leposavic.

Le forze serbe si erano ritirate dal Kosovo da un bel pezzo. I soldati, in file come lunghi serpenti, abbandonavano i paesi e le città. Doveva essere finita, e invece nel Kosovo settentrionale c’erano ancora enclave che agivano autonomamente.

Quello di Jasmin era uno dei cinque gruppi incaricati di verificare le denunce di violenze ai civili di Socanica.

Non avevano veicoli per il trasporto di truppe e con l’intensificarsi della pioggia era sempre più difficile avanzare con la jeep. Le strade erano dissestate, con i margini corrosi dalle intemperie e il fiume Ibar intorbidato dal fango.

Seduta al volante, Jasmin vide che Lars era terreo in volto. Si era tolto l’elmetto e lo teneva sulle ginocchia.

«Non sarebbe meglio usare un sacchetto, per vomitarci dentro?» lo canzonò.

«Sto come un pascià», rispose Lars, levando il pollice.

«Ti abbiamo tenuto da parte un po’ di Misty Green», sogghignò Nico.

«E degli spaghetti alla merda di topo», rise Mark.

La sera prima, gli uomini avevano avuto il permesso di far festa, con la scusa del Capodanno cinese. Avevano ricavato lanterne rosse da sacchetti di popcorn e sparato i bengala in cielo per vederli scendere piano piano con i loro piccoli paracadute, come lente meteore. Avevano pasteggiato a involtini primavera e spaghetti di riso, accompagnandoli con un drink di loro invenzione, che avevano battezzato Misty Green: vodka svedese e foglie di tè verde della provincia di Hangzhou.

Lars, come al solito, aveva bevuto troppo. Quando poi aveva vomitato, Mark gli si era piazzato accanto dicendogli che aveva festeggiato l’anno del Topo aggiungendo agli spaghetti un po’ di escrementi di quell’animale. Lars, ancora abbracciato al secchio, si era messo a gridare che stava per morire, ma il resto del gruppo gli aveva risposto che era un onore morire sotto il comando di Jasmin.

Mentre la festa andava avanti, Jasmin era tornata alla sua tenda e si era seduta a studiare le ultime immagini via satellite, tentando di memorizzare la conformazione del luogo. Amava sentirli ridere, ballare e cantare.

Nel corso degli anni, Jasmin aveva fatto sesso con tre degli uomini che facevano parte dell’attuale squadra, ma questo era accaduto prima che diventasse la loro superiore. A essere sinceri, non le sarebbe dispiaciuto andarci a letto un’altra volta. Naturalmente era fuori discussione, anche se la vicinanza della morte rendeva assai palpabile la solitudine.

All’inizio della serata, aveva incrociato lo sguardo lucido di Mark. Era un bell’uomo, con quegli occhi maliziosi e i bicipiti gonfi, e Jasmin si era domandata se non fosse il caso di fare un’eccezione, per quella notte, anziché limitarsi a fare da sola.

Il mattino era arrivato con un cielo plumbeo e carico di pioggia. La jeep sbandava e un’acqua brunastra saliva sulle ruote. Jasmin scalò la marcia, sterzò a sinistra e risalì lentamente il pendio scosceso.

Mezzo chilometro a sud di Socanica la strada era del tutto impraticabile, così Jasmin decise di proseguire a piedi.

Mentre guidava il gruppo verso valle, sentiva più forte che mai l’odore di grasso lubrificante. Il peso dell’arma era improvvisamente un tormento. A ogni passo, la mitragliatrice tirava la cinghia, quasi che stesse tentando di sfuggire al proprio destino.

Il brutto presentimento si faceva sempre più forte.

Mark fumava sotto la pioggia, cantando China Girl a due voci con Simon. Su tutto pesava un velo lugubre. Sul cielo umido, sui pendii desolati e sull’acqua grigiastra del fiume.

La radio crepitava, la ricezione era pessima, ma Jasmin udì quel che bastava per capire che i gruppi britannici erano bloccati appena dopo Mitrovica, così decise di fare una ricognizione in attesa degli inglesi e condusse a valle le cinque coppie di fuoco e movimento verso il villaggio incolore.

Gli orecchini tintinnavano contro le fibbie dell’elmetto a ritmo con i suoi passi.

Già quando raggiunsero la prima abitazione videro una bambina stesa bocconi nell’erba umida, accanto a un triciclo. Di fronte all’ingresso c’era una donna incinta, seduta per terra con la schiena appoggiata al muro. Le avevano sparato al petto ed era morta dissanguata. Davanti a lei, alcune galline bianche beccavano la ghiaia. La pioggia faceva ribollire le pozzanghere.

Jasmin tranquillizzò Nico, gli diede il tempo di recitare una preghiera e baciare il crocifisso, poi condusse tutti verso l’abitato.

Uno scoppio in lontananza, breve come una frustata, riverberò fra le case della vallata.

Jasmin fermò il gruppo davanti a una lunga scala fra due edifici, si spostò di lato con circospezione e lanciò un’occhiata verso la piazza del mercato, dove c’era una bancarella di verdure e una vecchia roulotte. Circa trenta uomini dell’enclave serba tenevano in fila un gruppo di ragazzini.

Un soldato reggeva un ombrello sopra la testa di un ufficiale dalla lunga barba nera, seduto su una poltrona a fiori. La pioggia non riusciva a lavare il sangue dal terreno davanti ai suoi piedi. Un bambino venne messo a forza in ginocchio, l’ufficiale disse qualcosa e poi gli sparò in faccia.

Volevano giustiziare tutti i maschi del paese.

Mentre il cadavere veniva trascinato via, Jasmin riuscì a ristabilire il contatto radio con i due gruppi britannici. Stavano venendo a darle man forte. L’avrebbero raggiunta in meno di quindici minuti.

Ora toccava a un ragazzino dalle guance paonazze, che venne messo in ginocchio davanti all’ufficiale.

Qualcuno avrebbe potuto pensare che lei a quel punto fosse in balia delle proprie emozioni, ma nessuno dei suoi uomini avrebbe esitato a obbedirle. Sapeva che le sarebbero bastati tre minuti per posizionare le cinque coppie di fuoco e movimento in modo tale da poter abbattere l’80 per cento dei nemici senza subire perdite.

Non appena i suoi uomini si furono appostati, guardò nel binocolo e vide una colonna di dieci automobili inzaccherate di fango, piene di soldati serbi, che imboccavano la strada principale dirigendosi verso la piazza del mercato.

Prima, dalle immagini via satellite, le aveva viste allontanarsi dall’abitato, già oltre Lesak. Ora, chissà perché, erano tornate indietro. Per impedire quelle esecuzioni, il suo gruppo avrebbe rischiato il doppio.

Jasmin diede ugualmente a Mark l’ordine di eliminare il boia. Si udì uno sparo, il proiettile trafisse il cranio da parte a parte e il sangue schizzò sullo schienale della poltrona.

Fra i serbi esplose il caos, ma nel giro di trenta secondi gli uomini di Jasmin ne resero inoffensivi più della metà.

Il suo cuore martellava, l’adrenalina entrò in circolo dandole una lucidità glaciale.

Tre soldati armati di fucile automatico si ripararono dietro un muro.

L’M240B di Jasmin rinculò, i proiettili scavarono una linea di fori nei mattoni e una nuvola rosa di sangue turbinò sopra la cresta del muro.

Circa dieci soldati si erano rifugiati dentro una casa. La porta era socchiusa e dondolava. I ragazzini, che si erano gettati a terra all’inizio della sparatoria, nell’improvviso silenzio si alzarono in piedi, atterriti e confusi, e cercarono scampo in un vicolo accanto alla piazza. Uno di loro, esile, teneva per mano il fratellino in lacrime.

La porta della casa si spalancò: ne uscì un uomo della milizia serba, che partì all’inseguimento dei ragazzini mentre toglieva la sicura a una bomba a mano. Nico, accanto a Jasmin, fece scattare il fucile da cecchino e lo colpì dritto alla testa. Il soldato cadde in avanti e rimase immobile finché la bomba non esplose, facendo sparire il corpo in una nuvola di polvere.

I ragazzini corsero lungo il vicolo, diretti a valle, e Jasmin crivellò di colpi la porta e le finestre della casa, per dare loro il tempo di allontanarsi.

Non appena se ne furono andati, Jasmin lanciò una rapida occhiata a destra. Le auto dei rinforzi serbi si erano fermate e avevano cambiato percorso: stavano risalendo a gran velocità una strada in pendenza che portava alle spalle del suo gruppo. Evidentemente erano in contatto radio con qualcuno che li vedeva e sapeva dove si nascondevano.

Mark e Vincent erano stati feriti in modo lieve. Ben presto la situazione le sarebbe sfuggita di mano. Jasmin ordinò a Lars e a Nico di restare dov’erano e coprire le spalle agli altri, che si sarebbero riparati sul retro della vecchia chiesa. Capiva bene che i due rimasti sul posto sarebbero stati tagliati fuori dal gruppo, ma non c’era altro da fare. Lei, invece, corse verso monte, aprì l’affusto e si stese bocconi. Finché avesse avuto munizioni, sarebbe stata in grado di tenere a bada i soldati arrivati con le macchine.

L’adrenalina le faceva tremare le dita. Prese la mira.

Jasmin teneva sotto tiro la fila di edifici di un intero quartiere, ma non aveva alcuna possibilità di difendersi da un eventuale attacco alle spalle. In quel momento, il suo obiettivo principale era proteggere i suoi uomini fino all’arrivo dei rinforzi britannici.

Grazie al suo fuoco di copertura, Mark e gli altri riuscirono a raggiungere la chiesa. Un soldato serbo corse verso di loro reggendo un fucile automatico color sabbia, ma Jasmin lo colpì al torace, con una raffica che distrusse anche un motorino arrugginito appoggiato al muro.

Udì alcune grida dietro di sé, ma non aveva il tempo di…

Il Porto delle Anime - Copertina

Tit. originale: Playground

Anno: 2015

Autore: Lars Kepler pseudonimo di Alexander Ahndoril

Edizione: Longanesi (anno 2015), collana “La Gaja Scienza”

Traduttore: Alessandro Storti

Pagine: 360

ISBN: 8830443573

ISBN-13: 9788830443570

Dalla copertina | Jasmin è una donna, una madre, un soldato dell’esercito svedese. Vive per l’amore del figlio Dante, avuto da un commilitone, un uomo segnato che cerca di affogare nell’alcol e nella droga gli orrori della guerra. Jasmin in Kosovo è stata ferita gravemente, e mentre lottava tra la vita e la morte la sua anima si è trovata per qualche giorno in un posto misterioso, una specie di sovraffollata, caotica e minacciosa città portuale. Lì ha visto uno dei suoi uomini imbarcarsi e prendere il largo… Senza tornare mai più. È soltanto grazie alla sua forza interiore se Jasmin riesce a capire come lasciare quel posto terribile, come tornare indietro, alla vita. Ma pochi anni dopo la prima esperienza nel porto delle anime, Jasmin è costretta a farvi ritorno. Solo che stavolta non è da sola: con lei c’è anche suo figlio. Anche lui era a bordo dell’auto quando hanno avuto il tremendo incidente che li ha fatti precipitare nello stato sospeso tra la vita e la morte che Jasmin purtroppo conosce bene. Purtroppo, perché mentre lei si riprende quasi subito, le condizioni di Dante si rivelano più critiche. E Jasmin sa di non poter abbandonare il figlio da solo, immerso nei pericoli della città misteriosa. Non c’è che una soluzione: rischiare di nuovo la morte, tornare nel porto delle anime e lottare per quello che ha di più caro.