Il Primo Cavaliere
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Il Primo Cavaliere

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Il Primo Cavaliere è una delle trasposizioni cinematografiche più recenti della leggenda di Re Artù. La pellicola amalgama con invenzioni tutte moderne elementi ereditati dalla tradizione letteraria medioevale e dall’opera La morte di Artù di Sir Thomas Malory (circa 1405-1471), o derivati dall’arte neogotica e preraffaellita.

Artù ci viene presentato come un uomo vecchio e stanco; ha affrontato tante battaglie e ha portato la pace nel regno di Camelot. Suo unico nemico il cavaliere rinnegato Malagant; questi, spinto dalla sete di potere, mette a ferro e fuoco il vicino regno di Leonesse arrivando a imporre a Lady Ginevra, la bellissima sovrana di quella terra, un trattato di pace che equivale a una resa incondizionata.

L’unica speranza per sfuggire alle mire del crudele feudatario è sancire un’alleanza con la potente Camelot. Ciò coincide col desiderio di Artù di sposare Ginevra e trascorrere con lei una serena vecchiaia.

La giovane, dal canto suo, è affascinata dalla sensibilità e dal carisma del sire, amico e… coetaneo del padre. Accetta dunque la proposta di matrimonio e si mette in viaggio verso Camelot ma, durante il tragitto, gli sgherri di Malagant assaltano la sua carrozza.

Ginevra viene salvata da un uomo misterioso che le strappa un bacio galeotto. L’eroe è Lancillotto: uomo di umile origine e abile con la spada, si guadagna da vivere partecipando a giostre e combattendo per gioco nelle fiere. Tra i due è un colpo di fulmine; Ginevra scopre di amare il suo salvatore ma è vincolata dalla promessa fatta ad Artù e dalla responsabilità nei confronti del suo popolo.

Quando Lancillotto vince un torneo ed entra nelle grazie del re – che poi lo nominerà cavaliere – ella ne è felice pur sapendo di non poter valicare gli stretti limiti del codice cavalleresco.

Degli altri cavalieri nessuno ha importanza: la sceneggiatura li relega al ruolo di comparse e si focalizza invece sul rapporto che viene instaurandosi tra Artù, Ginevra e Lancillotto. Un ménage scandito dal senso del dovere e dell’onore, dalla passione fieramente soffocata, interrotto qua e là da avventurosi salvataggi della regina, rinchiusa nella cupa roccaforte di Malagant, e parentesi militari come la riconquista della perduta Leonesse.

Artù e Lancillotto escono vincitori dalla battaglia per il regno di Ginevra ma il nuovo cavaliere decide di andarsene. Il bacio di addio – niente più – tra la giovane regina e l’eroe è però “fatale”; per l’anziano Sire è già mancare alla parola data. Piuttosto che sistemare lo scandalo in privato, come consigliano i saggi cavalieri, Artù esige un processo nella pubblica piazza. Malagant non aspetta altro che un diversivo come questo per sferrare il suo attacco a tradimento.

NON C’E’ PIU’ RELIGIONE…

Colpisce immediatamente l’assenza del sovrannaturale. Manca la magia: non ci sono il sapiente Merlino e la strega Morgana, e neppure echi di spiritualità celtica in contrasto o in fusione con il Cristianesimo. Non c’è la mitica spada Excalibur, niente Dama del Lago. La stessa nave che dovrebbe trasportare Artù morente verso la mitica Avalon o le Isole dell’Occidente si riduce a una comune scialuppa funebre, vagamente ispirata alle usanze vichinghe. Ovviamente si tace la Cerca del Santo Graal, e l’atmosfera è prepotentemente laica.

Mancano anche incantesimi, e di miracoli nati dalla fede o dalla credulità popolare non c’è traccia.

La scelta di presentare un mondo medievale in cui le forze mistiche restano estranee alle vicende degli uomini è interessante ma è tipicamente moderna, si distacca tantissimo dalla sensibilità di quanti dettero vita alle leggende su Re Artù, che riflettono il modo di pensare dell’epoca e del luogo in cui sono nate. Quando Dante Alighieri fece proferire a Francesca nel girone dei lussuriosi la frase “galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse”, sapeva che i suoi contemporanei avrebbero immediatamente compreso il parallelo… Ignorare il sentire comune al quale un’opera si ispira ne genera fatalmente la decontestualizzazione.
Può essere vero che le belle storie sono basate su sentimenti universali trasponibili in epoche e culture diverse, eppure esistono alcune caratteristiche proprie di ciascun ambiente, rimuovendo le quali si rischia di intaccare il significato stesso delle vicende che vi si svolgono. Il Medioevo europeo era prevalentemente cristiano con echi di paganesimo mal sopito, di filosofia classica recuperata dagli Arabi e dagli Ebrei, e interpretazioni a volte fantasiose della cosmologia e della natura.

La mancanza di stregonerie e prodigi finisce allora per smorzare il senso della meraviglia che tanto entusiasmava i contemporanei di Sir Thomas Malory. Inoltre il sovrannaturale, a qualunque credo sia ispirato, crea atmosfera e motiva le azioni dei personaggi; supporta momenti di introspezione che in un film di avventura possono apparire troppo brevi. Privati di un background spirituale, i protagonisti vivono gli eventi in balìa di una sceneggiatura che stenta nel trovare una chiave di interpretazione attuale capace di mantenerne inalterato lo spirito. 

STORIE DI CORNA VISSUTE

Tutti i protagonisti vengono accostati all’esperienza quotidiana dello spettatore e acquistano umanità. Perdono la loro connotazione di archetipi in nome di un’ipotetica più facile immedesimazione. Peccato che ogni forma d’arte epica e fantastica sia basata proprio sull’esistenza stessa degli archetipi. Li ritroviamo anche qui, trasposti in ambientazioni diverse, tuttavia si indeboliscono quanto più vengono trasformati.

Anche ai tempi di Malory esistevano svariate versioni delle leggende, spesso vecchie di secoli, tramandate e adattate di volta in volta al pubblico. Tutte le varianti convenivano nell’attribuire a figure come Artù, Lancillotto, Ginevra, Parsifal la natura di personaggi appartenenti all’immaginario universale. Nessun menestrello si sarebbe sognato di trasformarli in persone concrete, magari del popolo grasso, alle prese con botteghe e fiorini. Né la platea avrebbe probabilmente gradito un simile cambiamento, a meno che non fosse parte di una farsa, in un esplicito contesto di trasgressione.

Le varie narrazioni si diversificavano più per le avventure presentate che per il tono. Non desta troppa meraviglia che la loro suggestione sopravviva ancora oggi, divulgata con mezzi moderni: romanzi, film, fumetti, cartoni animati, oggettistica…
La pellicola fa luce sulle emozioni dei protagonisti, attualizzando una vicenda nota, ma purtroppo non è Lancillotto e Ginevra (Lancelot du Lac, 1970) di Robert Bresson. Il Maestro poteva permettersi di rendere il sentimento di Lancillotto in tutta la sua tragicità, contravvenendo talvolta alla leggenda, interpretandola e modificandola, facendo riflettere sul tema del peccato e della redenzione senza mai scadere nella facile banalità. Il dialogo ridotto all’essenziale, le inquadrature che ricordano le regie di Carl Theodor Dreyer, la forte introspezione e la speculazione teologica sull’innocenza fanno di quel film un capolavoro, destinato però ad essere apprezzato da un pubblico abituato a pellicole artistiche, o pronto ad accostarsi a un linguaggio poetico, senza pregiudizi.
Ne Il Primo Cavaliere Artù diventa un vecchio qualsiasi, nemmeno troppo saggio: corre dietro a una giovane donna che potrebbe essere sua nipote; male si rassegna al fatto di piacerle solo per la posizione sociale che occupa. Lancillotto, giovane bello e rozzo, vuol far strada barcamenandosi tra la brama di successo e i desideri più carnali. L’affascinante Ginevra vorrebbe la protezione del marito potente, senza rinunciare alle seducenti lusinghe del cavaliere di umili origini. I modelli umanizzati di Jerry Zucker – regista del film – più che in archetipi differenti egualmente radicati nell’immaginario collettivo si trasformano purtroppo in macchiette.

Può darsi che il mondo contemporaneo sia ormai così materialista da non provare più commozione davanti alle gesta eroiche della Tavola Rotonda.

La riproposizione attuata mediante stereotipi privi di poesia non ne facilita la comprensione. I personaggi risultano così semplificati ed elementari; vorrebbero assomigliare ai mariti cornificati de La Mandragola di Niccolò Machiavelli e delle commedie di Georges Feydeau ma, ahinoi, sembrano usciti dalla sceneggiatura di una commedia trash: Storie di corna vissute! 

I CAVALIER L’ARME L’AMORI…

Il Boccaccio ha detto la sua sull’amor cortese – rivolgendosi ai letterati – e lo ha fatto nel Decameron con creature da lui inventate o ereditate dalla tradizione novellistica persiana, rielaborate a modello di stile di vita per i ricchi cittadini dei Comuni. Sono esempi di valori dell’amore cortese per i benestanti senza titolo nobiliare, proposti senza scomodare personaggi epici per narrare vicende quotidiane, come ha cercato di fare Jerry Zucker.

Se il regista avesse seguito la scelta compiuta da altri Grandi della Settima Arte evitando ogni riferimento diretto a Re Artù, cambiando nomi e dettagli, adattando i medesimi eventi e le battute a una trasposizione avveniristica o fantasiosa… avrebbe prodotto una pellicola migliore e seguito esempi riusciti come quelli del Maestro Akira Kurosawa.

Zucker avrebbe potuto mantenere i riferimenti al Ciclo Bretone e realizzare una pellicola indimenticabile, se solo avesse giocato la carta dell’ironia o utilizzato i toni della parodia, come fecero i Monty Python. 

Si tratta solo di un what if…? ovvero di una serie di ipotesi su cui riflettere, poiché la realtà della pellicola è ben diversa.
Il Primo Cavaliere vuol essere una narrazione d’avventura, tuttavia gli interventi di Lancillotto, che salva più volte Ginevra, sono brevi parentesi in un intreccio amoroso. Le scene d’azione sono prive dell’entusiasmo necessario a coinvolgere lo spettatore, quasi fossero un obbligo sgradevole imposto dai produttori pur di attrarre qualche spettatore in più.

I combattimenti sono mosci e il montaggio si adegua al ritmo complessivo del film senza disomogeneità: narra nella stessa languida maniera baci rubacuori e fendenti spacca cranio. Senza valorizzare la violenta eleganza di un duello all’arma bianca, anche le più feroci mischie ispirano sbadigli, oppure risate. Richard Gere con una spada in mano, probabilmente di materiale plastico, è inverosimile e fa rivoltare nella tomba i poveri autori dei trattati di scherma antica. Nel suo caso, abili controfigure e un astuto montaggio ci avrebbero risparmiato delle delusioni… Si sa, però, l’amore è cieco e l’ignoranza sovrana, quindi le fan non hanno battuto ciglio.

L’introspezione, superficiale e contraddittoria, non compensa il mancato senso di meraviglia; semmai evidenzia le pecche nella sceneggiatura.

Il rapimento della regina è paradossale. Nell’enorme fortezza di Camelot nessuno al di fuori di Lancillotto se ne accorge? Egli non dà l’allarme ma fa l’eroe, mettendo a repentaglio la sua vita e quella dei cavalieri che banchettano e se la spassano nella cittadella, ignari del nemico che potrebbe giungere da un momento all’altro.

Da solo, Lancillotto sconfigge tutti i nemici, senza farsi neppure un graffietto, riportando la regina al Re che intanto se ne sta a pregare… Non è l’unico punto debole: mentre si comprende la tristezza del sovrano, battuto dalla gioventù di Lancillotto, non si capisce come mai rifiuti il saggio consiglio dei Cavalieri e preferisca mettere in piazza le sue corna, come fosse invitato a un becero reality show.

Deprimente la conclusione. Artù fa una fine davvero ingloriosa, senza aver neppure il tempo per sguainare la spada e scambiare quattro colpi col nemico in un epico corpo a corpo. Il povero sire viene defraudato di una fine epica, sul campo di battaglia. La sua morte permette di inserire una morale conclusiva, consolatoria e stereotipata, che assomiglia al discorso funebre di un vecchio qualsiasi, non certo all’apologia di un prode guerriero.

Anche il nemico dona poche emozioni: fa la sua comparsa ogni tanto ma appare piatto e prevedibile, soprattutto se confrontato con i magnifici villain tipici del cinema di genere.

Che Hollywood rimaneggi la Storia e i libri a proprio uso e consumo non sorprende; è suo diritto e anche dovere. L’Arte cinematografica è intrattenimento intelligente, non può e neppure deve sostituirsi a libri, studiosi, biblioteche o gente che pratica la rievocazione quale forma di valorizzazione del territorio e della Storia.

In questo caso, però, si calca la mano: il regista narra il Medioevo fantastico cercando quanto più possibile di eliminare il Medioevo e il suo rapporto con il fantastico.

Gli abiti non sono storici, sono stati creati dagli stessi designer impiegati in Ladyhawke, ma il fatto che siano frutto di fantasia conferisce loro il pregio di non costituire – come a volte capita nei film in costume – brutti pastiche di epoche differenti.

Anche il castello di Camelot è finto, frutto di una (in)decente e ben visibile ricostruzione al computer. D’altra parte la vicenda è leggendaria senza pretese di fedeltà alla Storia; ogni sforzo produttivo è teso a creare scenografie da favola e costumi minimali, senza pretendere rigore filologico.

SI SALVI CHI VUOLE

In teoria Il Primo Cavaliere narra una vicenda scorrevole e appassionante, ben sceneggiata, divertente e piena di emozione, con un cast di tutto rispetto, costumi appariscenti e una bella colonna sonora. In pratica, il film fa dell’ambiguità la sua bandiera.

Osservando la locandina troviamo un titolo e un’immagine analoghi a quelli di tante altre pellicole fantasy. Compare la parola “cavaliere” (in certe nazioni, il titolo è Lancelot) e una bella spada fa sfoggio di sé tra Lancillotto e Re Artù, Ginevra è ritratta in mezzo ai due eroi, è presente ma non in primo piano. Di solito titoli e locandine seguono stereotipi e, in casi come questo, attraggono i cultori della cinematografia di genere fantastico o storico, oppure i giovani. L’iconografia è tradizionale e promette un paio di ore di onesto svago tra avventure mozzafiato, con un pizzico di sentimento.

Il Primo Cavaliere disattende invece le aspettative dei potenziali fan. Anche il trailer a suo tempo fu ambiguo presentando sequenze di combattimento alternate a immagini di Camelot e di un bacio appassionato, assomigliando a tantissime altre presentazioni, Excalibur inclusa.

Nessun indizio fa intuire chiaramente che si tratta di un film sentimentale in costume. La stessa colonna sonora di stampo epico stride quando affiancata a scene di lotta che dovrebbero essere eroiche ma che non lo sono abbastanza.

Qualcosa si potrebbe intuire dalla scelta dei protagonisti, Julia Ormond nel ruolo di Ginevra, e Sean Connery e Richard Gere, beniamini del grande pubblico, amati dalle donne e invidiati da tanti uomini. Connery, già interprete di svariate pellicole d’azione, è adatto al ruolo, mentre per Gere poteva anche essere giunto, con lo sfiorire della bellezza da gigolò, il momento di un sano e consapevole riciclaggio… Il verdetto è invece una bocciatura per entrambi.

Purtroppo per quanti desideravano una vicenda fantasy autentica, qui ci si trova davanti a un godibile caramelloso pastiche, quasi una soap opera in puntata singola.