Il Principe Rapito (The Lost Prince, di Paul Edwin Zimmer)
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Il Principe Rapito

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INTRODUZIONE

«Col sole si muove la barca di Ra Set: a noi consolidare la luce,disse Ocello». EZRA POUND («I Cantos»)

Nonostante l’estrema dimestichezza che la Fantasy spesso dimostra col mondo della saga e della leggenda «mondo sospeso a metà fra la pura suggestione estetica della poesia e la ben più radicata attrazione che ne esercita la valenza «magica»» la sovrabbondanza di autori di lingua anglosassone e soprattutto di scrittori americani nell’ambito del genere farebbe supporre un’assoluta predilezione per la tradizione mitica di radice britanna o comunque, proto-inglese. Sappiamo invece che, a dispetto delle innumerevoli (e spesso scadenti) riscritture della saga arturiana o comunque dei molti romanzi che ad essa si ispirano, la Fantasy indulge di frequente in più o meno superficiali omaggi al livido, metallico, spettrale mondo delle saghe germaniche. Penso che basti il complesso dell’opera di Poul Anderson a spiegare ciò che intendo.

I lettori dunque si meraviglieranno forse un poco nel constatare come Paul Edwin Zimmer (di cui la Nord propone per la prima volta in Italia una sua traduzione) raro caso di autore europeo di fantasy di lingua tedesca, si sia tenuto alla larga dai temi classici della mitologia germanica, optando piuttosto per la creazione di una mitologia alternativa (una «mitografia», come avrebbe detto Tolkien) e per la descrizione di un vero e proprio «secondo mondo», affidando il filo della sua avventura ad una geografia e ad una storia di pura invenzione.

Eppure proprio questo «Principe Rapito», romanzo tagliente, senza dolcezze e sfumature, corrusco e dalle forti tinte che poco volentieri indulgono all’incertezza dell’alba o alla tiepida melanconia dei tramonti, evoca irresistibilmente il fantasma del poema cavalleresco tolkieniano. La incontrovertibile separazione fra luce e tenebre, la dimensione «cosmica» e non puramente storica e terrena dell’eterno conflitto che oppone il bene al male «la sostanza stessa del male, che al di là del suo in fondo scontato concretarsi in sete di potere, sfuma peraltro la propria essenza etica nell’ambiguità, sino a sfuggire dalle dita della morale come uno sbuffo di nebbia» hanno in sé il respiro e la potenza epica della grande Fantasy. Pare, a tratti, di osservare lo scenario fiabesco della terra di Mezzo, teatro della saga tolkieniana, ma non dalla pigra pace della Contea e neppure dalle pianure di Rohan, sconfinate e spazzate del vento, quanto bensì dai picchi stessi di Mordor, entro i quali cova l’indecifrabile orrore dell’oscurità.

Qui forse emerge, sul piano emozionale se non su quello formale, l’influenza di stilemi e sfondi che sono cari alla mitologia germanica, ma ciò nulla toglie alla potenza narrativa e all’originalità di questo catturante romanzo, che ha strappato lodi e recensioni entusiastiche a vecchi maestri del genere come Fritz Leiber e C.J. Cherry.

Alex Voglino

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CAPITOLO PRIMO

Non aveva mai conosciuto altro che la paura che, come l’aria, l’oscurità ed il terreno sotto i piedi, era parte della vita; tuttavia, vi erano ben pochi segni esteriori del panico che lo assaliva ogni volta che affrontava la figura contorta e nerovestita del Maestro.

La forma tozza si mosse sotto gli abiti neri e la voce soffocata e cupa gli sibilò:

«Accadrà prestò, Piccolo Principe. Sei pronto?»

Jodos deglutì.

«Sì, Maestro.» Nella semioscurità percepiva i terribili occhi nascosti dal cappuccio nero: compiacere il Maestro era l’unico modo per evitare di soffrire.

«Quando il re morirà» proseguì la voce aspra, «i Suoi Figli che Noi Non Nominiamo incoroneranno re tuo fratello, ed allora ci muoveremo. Sai cosa ti accadrà se fallirai.»

Jodos non poteva avere più paura di quanta già ne provasse: il terrore della morte e della tortura era soffocato dalla presenza del Maestro. Lui non aveva mai conosciuto amore, amicizia o semplice gentilezza: queste cose non erano per lui che parole, perché perfino i servi umani del Maestro non conoscevano cose del genere. Conosceva la paura, la fame, l’avidità e l’odio, ma tutte queste emozioni che possedeva non erano altro che distorte imitazioni delle emozioni aliene di coloro che serviva.

Udì un rumore nella penombra e si accorse che gli occhi del Maestro si staccavano da lui nel momento in cui qualcun altro entrava nella stanza: era Emicos, il suo maestro umano… o almeno così lo chiamava Jodos, anche se in effetti lui ormai non era più umano già da qualche tempo.

L’uomo aveva il viso di un pallore mortale, e vi era del sangue rappreso sul suo mento. Fissò con occhi ardenti la gola di Jodos, ma il giovane provò come sempre un oscuro senso di conforto per la presenza di Emicos, derivante da qualche ricordo della fanciullezza, di un tempo in cui quella faccia era stata diversa e quegli occhi non avevano brillato per una terribile fame repressa.

«È pronto?» sibilò il Maestro.

Emicos s’inchinò e protese una piccola scatola.

«Un dono per il nostro principe.» Non vi era derisione nella voce sommessa e profondamente stanca. «Ho lavorato molto per prepararla e per favorire la causa dei Grandi.» Si rivolse a Jodos. «Con questa, potrai introdurre dei servitori con te nel palazzo, protetti dal fuoco e dalle menti penetranti delle Tuniche azzurre. Ha due scomparti e due aperture.»

«Dunque…» Il Maestro prese la scatola e l’osservò con attenzione. «Una per trasportare ed una per legare. Collocherò all’interno coloro che la serviranno. Adesso dobbiamo solo attendere la notizia della morte del re.»

Tutt’intorno a loro, l’antica città reale giaceva immersa nell’oscurità che la ricopriva ormai da mille anni.

*

Martos di Onantuga osservò i Soli Gemelli sprofondare con lentezza in mezzo al fumo ed alla nebbia che nascondevano le montagne, poi sospirò, desiderando di poter ammirare un vero tramonto.

Faceva caldo, come sempre qui, perfino di notte. Si asciugò il sudore dalla fronte e si passò le dita nella barba castano dorata e tagliata con cura, ricordando i tramonti che si vedevano nella sua patria, nel Kadar, al di là del mare interno del nord. Là le montagne settentrionali erano state una tenue linea di oscurità lungo l’orizzonte occidentale, spesso nascosta da nubi più limpide e vicine, ed il tramonto era stato una massa di sfumature arcobaleno.

Qui ci sarebbe stato solo un leggero accenno di colore sulla cima dell’incombente muro d’ombra, e poi lo schermo di vapori che proteggeva i servitori dei Malvagi avrebbe bloccato la luce ed avrebbe gradualmente scurito il cielo.

Molto prima che l’azzurro fosse svanito dal cielo, tuttavia, l’oscurità avrebbe coperto il castello di Lord Jagat. Su tre lati… ovest, sud ed est… si levava un muro d’ombra, e solo a nord il cielo era limpido sulla landa desolata ed avvelenata che gli Uomini della Frontiera avevano strappato alle Cose Oscure.

Nel cortile sottostante, le donne del castello stavano coprendo gli specchi per cucinare e stavano tirando fuori la cena dai grandi forni di pietra su cui gli specchi concentravano la luce del sole. Nella penombra, i disegni sbiaditi degli abiti larghi sembravano voluti, quasi scelti perché armonizzassero con quella terra cinerea.

Udì una voce che cantava, e sorrise nel riconoscere il proprio nome: Martos di Kadar, lo chiamavano, come se fosse stato un principe di sangue reale di Ore e non il figlio minore di un figlio minore della Casa di Raquio.

Le parole della canzone gli richiamarono alla mente alcuni ricordi di quella selvaggia cavalcata attraverso l’oscurità infestata dai Demoni, della lotta confusa con uomini e con forme da incubo. In effetti era stato un piano alquanto folle, quello di porre se stesso e meno di cento uomini sulla strada che l’orda di Cose Notturne avrebbe dovuto seguire per tornare nell’Ombra. Non c’era da meravigliarsi che qualcuno avesse composto un canto al riguardo.

Lottò per soffocare il proprio orgoglio, rammentando le parole del filosofo Atrion: Non t’inorgoglire per le lodi degli uomini, perché così diventi schiavo delle opinioni degli altri, e farai anche del male se gli uomini ti loderanno per questo.

Nel momento stesso in cui la sua bocca formulava quelle parole, rammentò l’attimo in cui aveva scosso il braccio per rilassare i muscoli e si era costretto a calmarsi mentre osservava le figure furtive che si precipitavano contro il suo piccolo drappello e si chiedeva se quanto gli avevano detto fosse vero, se la spada da guerra forgiata dai nani fosse davvero abbastanza robusta da tagliare la carne di un troll.

Lo era stata. Martos serrò la mano intorno all’elsa della leggera spada da cerimonia che indossava adesso.

La sagoma enorme che avanzava a grandi passi verso di lui, ergendosi massiccia sopra il caos della battaglia, gli occhi simili a voragini di fiamme, il randello alto quanto un uomo.

Il terreno che si precipitava verso di lui quando un colpo di striscio del randello lo sbalzava di sella con una spalla dolente e lo scudo fracassato nell’istante stesso in cui la lama tagliente affondava nel braccio massiccio che aveva inferto il colpo.

E si rialzava barcollando in piedi e scagliava lo scudo rovinato contro la faccia del mostro, levava alta la spada, stringendola con entrambe le mani e l’affondava nella carne dura come pietra, dietro il ginocchio.

Il gigante che crollava come un albero, ruggendo, Valiros che si protendeva sulla sella mentre la sua spada rimbalzava senza danno sulle scaglie pietrose.

Una mano enorme che afferrava il cavallo e gli strappava un brandello di carne grosso quanto un prosciutto.

Valiros intrappolato sotto l’animale che nitriva di dolore, uomini che accorrevano brandendo un’ascia la cui lama scalfiva appena la pelle del mostro, che strisciava lentamente verso Valiros, trascinando il corpo pesante con un solo braccio ed una sola gamba.

La strana pietà che lui aveva provato per quella povera cosa storpiata mentre balzava avanti per decapitarla con la sua lama forgiata dai nani…

Erano ricordi piacevoli da conservare, che gli uomini lo lodassero o meno! Non poteva evitare che gli uomini cantassero le sue lodi, decise, ma lui doveva imparare a rimanere indifferente a questo, anche se fosse diventato famoso come lo stesso Birthran, o si fosse trasformato davvero nell’Uomo Giudice di Se Stesso di cui Atrion aveva scritto, per il quale lodi e biasimo erano una cosa sola.

Si volse, e vide Kumari. La ragazza aveva gli occhi molto scuri e gentili e la luce sempre più tenue accentuava i suoi dolci lineamenti; aveva i capelli neri ed indossava un abito aderente color vinaccia la cui profonda scollatura rivelava l’insenatura fra i seni solidi e prosperosi di cui lui conosceva bene la morbidezza.

Nella luce morente del tramonto lei appariva come la prima volta che si erano conosciuti… e per un momento lui provò quasi la stessa difficoltà a parlare che aveva sperimentato durante il loro primo incontro, ma poi si controllò e si fece avanti. Lei gli circondò il collo con le braccia e gli si strinse contro, baciandolo con passione per poi appoggiarsi all’indietro fra le sue braccia e guardarlo con un sorriso.

«Splendido» disse Martos, con il fiato corto. «Ci deve essere un letto in quella stanza giù lungo la galleria…»

Ma lei rise e lo spinse lontano da sé.

«Non stanotte» rispose. «Mio zio ti vuole.»

«Ti ha mandata a chiamarmi?» chiese lui, lasciandola andare.

«Stava per mandare Pirthio, ma volevo venire io.» Kumari lo prese per mano e si avviò lungo la galleria, quasi trascinandolo con sé. «E Pirthio, in qualità di erede, è necessario là.»

Nel cortile sottostante, le guardie avevano acceso piccoli fuochi accanto a giganteschi mucchi di legna e balle di paglia… cose più preziose dell’oro in quel territorio privo di alberi… che sarebbero stati incendiati se le Cose Notturne avessero attaccato. Il fuoco era l’arma più efficace nella lunga guerra contro gli Oscuri.

«Che cosa vuole?» domandò Martos. «Siamo in guerra?»

Lei scosse il capo.

«Non lo credo, ma non lo so con certezza. Ci sono anche Lord Hamir e qualcuno degli altri… Suktio e Lord Saladio, credo. Mio zio vuole che tu sia presente, quindi si deve trattare di una cosa importante. Può darsi…» esitò. «Può darsi che…

Il Principe Rapito - Copertina

Tit. originale: The Lost Prince

Anno: 1982

Autore: Paul Edwin Zimmer

Ciclo: Dark Border #1

Edizione: Editrice Nord (anno 1987), collana “Fantacollana” #73

Traduttore: Annarita Guarnieri

Pagine: 364

ISBN: 8842905151

ISBN-13: 9788842905158

Dalla copertina | Da millenni la grande oscurità, popolata da ripugnanti creature (troll, goblins, demoni e vampiri) e sospinta da da una magia immensa e perversa, andava ricoprendo le terre degli uomini relegando la civiltà sempre più ad occidente. Solo il potere magico della dinastia degli Hastur manteneva ancora viva la barriera che proteggeva il modo degli uomini. Quando Chondos succedette a suo padre, non aveva alcun desiderio di farsi carico, come Re Supremo, di tutte le divisioni ed i conflitti che laceravano la federazione umana. Ma le forze del male stavano per usare contro di lui un suo gemello, rapito e cresciuto nell’’oscurità, fra il terrore e la malvagità.

#1 – Il Principe Rapito

#2 – Il Ritorno del Principe

#3 – La Chiamata degli Eroi