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Il Re d’Inverno

480 d.C.: la Britannia, finalmente libera dal dominio dell’Impero Romano, è dilaniata da lotte intestine e minacciata dall’avanzata sassone.

Uther, re di Dumnonia, l’unico finora in grado di arginare l’invasione nemica, è vecchio e stanco; la sua fine è ormai prossima e il suo successore legittimo, Mordred, è un bambino storpio. Morgana, considerata da tutti degna erede dell’influente Merlino, non ha dubbi: il piede torto del piccolo principe non lascia presagire nulla di buono.

Quando Uther muore, la Dumnonia – che sotto il suo dominio aveva goduto di pace e prosperità – si trova quindi nel bisogno di un reggente, qualcuno che governi nella vece dell’unico erede (ancora in fasce) in attesa che quest’ultimo cresca abbastanza da poter salire al trono. Questo compito toccherà ad Artù, figlio bastardo del vecchio sovrano e fratellastro di Morgana, acclamato dal popolo per amministrare una situazione tutt’altro che facile.

In Britannia non sono però solo i Regni a essere minacciati: anche il paganesimo subisce un’avanzata conquistatrice, quella della nuova religione cristiana.

Mentre i Sacerdoti pagani iniziano a perdere il potere di cui avevano goduto fino ad allora – la consorte di Uther stessa si dichiara cristiana convinta –, il Cristianesimo continua ad aggiungere nuovi proseliti alle proprie fila. L’antica religione finisce dunque col vacillare di fronte ai predicatori dell’unico Dio; il castello del grande Merlino, sull’Isola di Cristallo, viene addirittura dato alle fiamme, e per diverso tempo del mago di corte non si ha più notizia.

Morgana è costretta alla fuga e con lei anche Nimue, apprendista e amante di Merlino, e il giovane Derfel che porta in salvo il principe Mordred.

In questo caotico succedersi di cambiamenti, trova spazio il grande sogno di Artù: unificare la Britannia. Gli ideali del reggente nascono da un profondo senso dell’onore e dalla semplicità del suo cuore. Non c’è spada che lo possa fermare, non c’è nemico che non lo tema in battaglia… eppure… La vita riserva insidie tali da far barcollare perfino un guerriero della sua grandezza.

Dall’attimo stesso in cui lo sguardo della principessa Ginevra incrocerà il suo, tutto sembrerà sacrificabile per Artù, ogni sua certezza crollerà; l’esercito, il regno, i Sassoni, ogni cosa passerà in secondo piano di fronte alle priorità dettate dal cuore e non più dalla spada.

Per amore di Ginevra, infatti, egli rifiuterà il matrimonio con la principessa del Powys, scatenando la reazione ostile di quel regno fino ad allora alleato della Dumnonia.

Il guerriero che è in Artù perderà così la più difficile delle battaglie, quella contro sé stesso, cedendo ai capricci amorosi come un uomo qualsiasi. Artù il condottiero, Artù il sovrano osannato dall’intero popolo della Britannia rischierà di distruggere il sogno di una vita per correre dietro alle sottane di una donna, una principessa dal carattere deciso che non intende sedere in silenzio accanto ad alcun marito.

La necessità di emergere e la bramosia di potere di Ginevra provocheranno una ferita inguaribile nell’anima del suo innamorato.

Mentre da un lato si compie quest’infelice storia d’amore, dall’altro la Britannia continua a essere sfiancata da faide e disordini; il Paese che Artù tentava di risanare subisce un’ulteriore profonda frattura.

Re Bran, fedele alleato in Bretagna e Sovrano di Trebes, viene attaccato dai Franchi e invoca aiuto immediato. Impossibilitato a lasciare la Dumnonia, Artù invia Derfel, il suo braccio destro (che da quel brutto giorno all’Isola di Cristallo ha fatto molta strada).

Il fidato guerriero completerà la missione ma, al suo ritorno, troverà la situazione peggiorata, con Artù e i suoi accerchiati su tutti i fronti…

Così termina Il Re d’Inverno (The Winter King, 1995) primo volume del fortunato ciclo “Il Romanzo di Excalibur” (“The Warlord Chronicles”), che narra la leggenda della celebre spada e della mano che per lungo tempo la brandì. L’intero libro è scritto in prima persona nella soggettiva di Derfel, che riordina i propri ricordi giovanili narrandoli per iscritto alla nuova regina Igraine, affascinata e incuriosita dalle leggendarie gesta di Artù, il principe che non fu mai Re.

Scritta da Bernard Cornwell – autore londinese già celebre per un’altra saga storica, “Il Ciclo di Sharpe” –, l’epopea di Excalibur si compone di tre volumi, divenuti cinque nell’edizione italiana.
La scelta editoriale nostrana sembra nascere da necessità puramente commerciali: gli ultimi due libri dell’opera (Enemy of God, 1996, ed Excalibur, 1997) sono piuttosto voluminosi e la Mondadori non si è lasciata sfuggire l’occasione di dividerli entrambi in due parti (rispettivamente: Il Cuore di Derfel e La Torre in Fiamme, Il Tradimento e La Spada Perduta).
La rilettura, decisamente originale, che ci propone Cornwell getta una luce nuova e stuzzicante sull’intero mito arturiano. Abbiamo infatti dato sempre per scontato che Lancillotto incarnasse il più onorevole tra i cavalieri e che Ginevra non fosse altro che una vittima del proprio cuore. L’autore invece dipinge un quadro piuttosto diverso, rendendo più umani questi personaggi, attribuendo debolezze e difetti e oscurando in tal modo l’aura di fascino e perfezione che l’immaginario collettivo aveva contribuito a cucir loro addosso nei secoli.

Per certi versi l’opera di Cornwell potrebbe essere considerata un azzardo, un malcelato tentativo di dissacrare un mito da sempre ancorato a una rappresentazione di candido romanticismo, in contrasto con la quale la rilettura dell’autore non assume l’accezione di originalità ma piuttosto quella di “cattivo gusto”. Sposando però un altro punto di vista, si potrebbe considerare il ciclo di Excalibur come l’altro lato di una medaglia che nessuno aveva mai osato rovesciare, e come tale meritevole di curioso interesse. Oltretutto Cornwell argomenta in maniera efficace, citando le proprie fonti, il perché della sua scelta contenutistica; pertanto non rimangano delusi coloro che si approcciano a questa saga con l’intento di immergersi nel fantastico mondo di Camelot, ma anzi si sforzino di apprezzare la mancanza di fronzoli poco realistici, retaggio di un’ancestrale necessità di sentimentalismo, e la capacità di incorniciare invece l’intero intreccio in una realtà forse meno romantica di quella universalmente nota ma molto più plausibile.