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Il Ritorno

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PROLOGO

Tutto ciò che sapeva, adesso, era inutile.

C’era una limpida freddezza in questa consapevolezza, un cristallizzarsi della disperazione che, a suo modo, era consolante. Era il primo pensiero coerente che penetrava il panico di Ethan Flint da qualche tempo in qua. Egli riconosceva, con una rassegnazione che induceva calma, di essere probabilmente senza scampo.

Le grida degli inseguitori si facevano più vicine. L’ansimare del torace di Ethan e il martellare del suo cuore si erano placati abbastanza perché sentisse i suoni che si muovevano nel deserto, duri e sgradevoli come il gracchiare dei corvi. Era cresciuto in mezzo a questi uccelli di città, li aveva visti moltiplicarsi a base di uova di uccellini fino a svanire oltre i tetti infiniti come sbuffi di fumo, e parlavano un linguaggio duro e doloroso. Era parente di quel suono quello che il fuggiasco udiva ora: richiami umani acuti, eccitati e senza rimorso. Era un abbaiare destinato a indurre paura e dapprima il cervello di Flint aveva urlato il suo bisogno di scappare con tanta urgenza da annullare ogni altro pensiero. Adesso il pericolo veniva assorbito più razionalmente – più cupamente. Gli davano la caccia. Ma perché? E chi erano?

Il giorno si era trasformato in una fornace di calore infernale, l’aria era così secca che a Ethan non sembrava nemmeno di sudare. Sapeva che questa era un’illusione. Era assetato e si stava rapidamente disidratando, malgrado sapesse quanto una simile condizione fosse pericolosa. Aveva imparato a memoria tante cose prima di venire nel deserto: il giusto equilibrio di sale, il fabbisogno calorico, le dimensioni di un distillatore solare, come steccare un osso, identificare una pianta commestibile o accendere un fuoco con una lente. Aveva cercato di diventare un ingegnere aborigeno, un tecnico del deserto. Gli era proprio utile, adesso! L’aereo caduto, il suo amico morto, la sua attrezzatura accuratamente preparata un peso morto e sempre più insopportabile. E ora questa caccia inattesa. Quando si corre per la propria vita non si ha tempo per consultare l’indice del disco Wilderness Comfort, pensò amaramente. La sua condizione di pericolo poteva essere comica, se non fosse stata spaventosa.

Forse era un brutto sogno. Certo l’Australia sembrava irreale. La sabbia era troppo rossa, il cielo troppo azzurro, i cespugli del deserto di un verde vivido, improbabile. Come un libro illustrato per bambini. Il paesaggio scintillava e danzava, la sua mancanza di solidità confermava la sensazione di essere intrappolato in un incubo. Ma il dolore era reale. La testa gli doleva e ogni tentativo di fermarsi dava alle mosche l’occasione per ritrovarlo. Il loro ronzio era instancabile come il sole.

L’impossibilità della sua situazione sembrava così enorme che faceva fatica a capirne la logica. Era uno sheeter, cioè un ingegnere informatico che produceva tabulati aziendali sulla teoria dei giochi a

quattro dimensioni, e tutta la sua vita si basava sulla matematica. Era un artista del razionale, diceva il suo capo a mo’ di complimento. Un mago, un signore dei logaritmi. Ethan passeggiava nei codici come un fottuto Daniel Boone. Era tutta roba che non valeva niente, adesso, il che sembrava una crudele ingiustizia. Possibile che tutto il suo lavoro, i suoi studi, le sue conoscenze tecnologiche non gli dessero almeno qualche vantaggio? No. Ovviamente no. Poliziotti, credenziali, curricula, diplomi: a migliaia di chilometri di distanza. E l’aveva voluto lui! Aveva pagato una piccola fortuna per ottenerlo! Davvero tremendamente comico. Era vittima di un orribile scherzo. Certo qualcosa era andato terribilmente storto – tanto stupidamente e offensivamente storto che Ethan anelava non solo all’acqua, ma alla vendetta. Oh, che livello di incompetenza confermava tutto questo nei bastardi che l’avevano mandato qui! Che menzogne gli avevano detto, non rivelandogli abbastanza! Se fosse tornato…

Cosa avrebbe fatto?

Qualcuno l’avrebbe ascoltato, no?

Se fosse tornato…

Ethan si guardò alle spalle. La vista degli inseguitori produsse un istintivo moto di terrore. Avevano un che di animalesco e selvaggio, una mancanza di controllo disordinata e arruffata come i loro capelli. E lui era così disorientato! Drogato per il volo, svegliato in mezzo a un incidente, il pilota malconcio che lo svegliava senza mostrare nulla della fredda sicurezza che lui si aspettava. L’aviatore l’aveva spinto fuori, paracadutato giù, e si muoveva a scatti frenetici, ansioso di uscire dal rottame che fumava come un bengala. L’aereo si era spezzato in due, la parte anteriore con i suoi amici morti era scivolata contro l’estremità di una bassa collina. Ethan avrebbe voluto recarvisi, ma il pilota aveva rifiutato. «È meglio che non veda i suoi amici».

Invece l’aviatore, scosso, aveva svitato un pannello della coda e aperto una scatola elettronica color arancio, bestemmiando mentre lottava con gli attrezzi. Poi aveva bruscamente ficcato tutto dentro lo zaino già pieno di Ethan. «Questo è quello che ci eviterà di dover camminare fino alla spiaggia», aveva spiegato arcigno. «Se riesco a prendere il resto. Aspetti qui». Ethan aspettò mentre il pilota si dirigeva verso la prua e quando si era stufato di stare seduto in mezzo al caldo e alla sabbia e finalmente si era mosso per alzarsi, pensando di sentire il miraggio di uno strano mormorio di voci, aveva visto una banda di predoni che sembravano disperati di città. Avevano inchiodato il pilota contro la fusoliera annerita come un coniglio in trappola, con movimenti rapidi, tono ironico, la pelle scura e dura come corteccia. «Tornate indietro!» avevano abbaiato al pilota. E Flint si era messo a correre prima di rendersi del tutto conto che stava correndo, confuso dall’impressione di sintetici sbiaditi e spade di legno, decorazioni di fil di ferro e capelli incolti, un miscuglio di età della pietra ed età dell’informazione: degli Unni del XXI secolo.

Adesso poteva sentire il loro gracchiare. Che si appressava. Si faceva più vicino.

Ethan era molto stanco. Gli sembrava di avere i piedi di cemento e abbassò gli occhi per verificare se la sensazione corrispondeva alla realtà. No, d’argilla. Le decorazioni dei suoi stivali Orion Supra erano scomparse sotto uno strato di polvere rossa, le stringhe erano già a pezzi. Santo cielo, erano stivali così belli! La boutique cittadina

ricordava uno dei canyon perduti del Colorado, con le pareti spruzzate di ganite, le luci che imitavano il cielo del deserto, dipingendo sulle rocce la rotazione del giorno ogni ora. Gli stivali si trovavano in una fessura sotto alcune imitazioni di petroglifici indiani, le loro curve sinuose erano accarezzate da un raggio di luce laser rossa che usciva dall’occhio di un’aquila artificiale. L’effetto era artistico quanto quello di un pezzo da museo e, a dispetto del loro prezzo esagerato, li aveva comprati subito. I maledetti gli facevano ancora male, però, e lasciavano impronte che imitavano il reticolo delle strade di Manhattan, cosa che allora gli era sembrata ironica e intelligente. Adesso le sue impronte erano evidenti quanto un marciapiede. Doveva uscire dal fango e raggiungere la pietra nuda, sulle colline vicine.

L’idea di togliere gli stivali non gli venne in mente.

Si tolse invece lo zaino, riconoscendo a malincuore che era troppo pesante, ed emise un grugnito di sollievo quando cadde nella polvere. Anche lo zaino era diventato rosso. Era ora di alleggerirlo.

Era un compito doloroso. Aveva passato mesi a mettere insieme questo materiale, controllando liste di consigli su internet, facendo elenchi e perfino andando a fare compere di persona, invece di segnalare elettronicamente la serietà delle sue intenzioni. Questa non era una passeggiata da fine settimana con guida in Patagonia o in Nepal, maledizione, era verol L’ultimo deserto! Il test più duro rimasto sulla faccia di una terra che si rimpiccioliva rapidamente! Le settimane di preparazione avevano dato alla sua vita una scossa che non aveva mai provato prima. Il deserto! Aveva chiesto i prodotti migliori perché era la sua benedetta vita a essere in gioco, qui, per Dio, e aveva pagato caro per questo. Roba bella, veri e propri gioielli della vita all’aperto, antigraffio, a prova di umidità, brillanti. E adesso doveva abbandonarli? Oh, cosa non avrebbe detto arrivato a casa!

Per prima cosa buttò via il sistema di posizionamento globale computerizzato. Lo stipendio di una settimana, e finora non aveva prodotto altro che scariche. Che casino.

Il laser range finder funzionava bene, ma sapere quant’erano ancora lontane le colline aveva il solo effetto di deprimerlo. Abbandonò anche quello. Entrambe le cose furono lasciate in piena vista: forse degli oggetti così cari avrebbero fatto rallentare i suoi inseguitori.

Dopo un duecento metri si fermò e rifletté di nuovo.

Il computer solare se ne andò per terzo, con i suoi calcoli dietetici che confermavano quello che già sapeva – aveva fame – e la sua memoria cache per la Biblioteca del Congresso ancora vergine. Con maggior rimpianto buttò via il Simphony-Pod e le cuffie, il ricevitore cellulare per le notizie satellitari, il forno solare di alluminio e il macinino per il caffè con antenna e TV formato francobollo. Roba cara e preziosa, che avrebbe dovuto dare al suo viaggio estremo un tocco di divertimento. Adesso erano rottami metallici che avrebbe scambiato con un litro d’acqua. Bevve l’ultima che aveva – un mezzo sorso – e sollevò di nuovo lo zaino. Molto più leggero, pensò amaramente, ed era ora: le grida sommesse si stavano avvicinando. Ripartì al mezzo trotto, salendo verso le rocce spaccate e pulite delle antiche colline, che…