Il Segno della Profezia (Pawn of Prophecy, 1982) David Eddings
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Il Segno della Profezia

Anteprima testo

Il Segno della Profezia (Pawn of Prophecy, 1982) David Eddings

INTRODUZIONE

Vedo l’uomo tanto più inquieto
quanto più ha perduto il gusto
delle favole, del mito, inquieto
fino alla disperazione quanto
più adula, venera la precisione,
il prosaico, il cronometro, il
ponderabile. Ma tutto ciò è
contrario alla sua natura.
E lui diventa pazzo.
LOUIS FERDINAND CELINE, Les beaux draps

La calma un po’ ottusa che pare governare i nostri giorni, dopo le temperie (non certo da rimpiangere in sé) del recente passato, sembra avere un po’ relegato in soffitta maestri popolarissimi, che fino a pochi anni fa inondavano gli scaffali di librerie e biblioteche, oltreché le terze pagine dei quotidiani e quelle — patinate e illusoriamente più durevoli — dei cosiddetti «settimanali d’opinione».

Ho l’impressione che qualcosa del genere stia accadendo anche al «grande vecchio» della Fantasia contemporanea, quel J.R.R. Tolkien intorno al cui nome e alla cui opera, solo un quinquennio addietro, si scatenò una formidabile bagarre, tesa ad affermare insulsi arruolamenti forzati, ma anche alcune indiscutibili paternità. L’opera centrale della sua ponderosa (ed elaboratissima) mitografia — la trilogia del «Il Signore degli Anelli» — fu per anni indisturbato bestsellers, tradotto in decine di lingue ai quatto angoli del mondo, fino al discutibile onore di essere trasformato in film. Oggi Tolkien non compare più sui quotidiani o sui periodici e i suoi romanzi vivono nelle librerie un ‘onesta, ma quieta esistenza. Credo che uno dei motivi centrali di questo relativo oblio sia il venir meno del valore trasgressivo che Tolkien assunse per un ‘intera generazione. Il suo boom coincise con una paralisi culturale che rendeva il solo parlare di miti, religioni, sacro e passato, un atto da carbonari. Un tempo dunque in cui l’apparentemente innocua fiaba della Terra di Mezzo, consentiva di far trapelare, fra le righe di articoli e recensioni, l’imbarazzante opera dei Dumezìl e degli Eliade, dei Guenon e dei De Vries.

Eppure sono convinto che la ragione di fondo del poco rumore che oggi si fa intorno a Tolkien sia un’altra, più rasserenante, e cioè che, in definitiva, la sua opera è compiuta. Come una nave rompighiaccio il maestro di Oxford scagliò il suo sortilegio letterario nella palude del «modernismo» e dello «psicologico», mettendone a soqquadro le labili fondamenta e suscitando l’entusiasmo di milioni di lettori, soprattutto giovani, di qua e di là dagli oceani. Ma si sarebbe trattato solo di un beau geste se non fosse stato l’inizio di una concezione nuova dello scrivere, di una riscoperta consapevole e «sapiente» dell’immaginazione, di un recupero entusiasmante del potere dei simboli. Lo stesso Tolkien lo disse chiaro e tondo, affidando l’essenza della sua concezione dell’immaginario alle pagine, mai abbastanza rilette, di «Albero e foglia».

Fra le molte, esaltanti conferme che la Fantasia dell’ultimo decennio ci ha riservato, del fatto che Tolkien era stato solo il primo di una lunga e nobile schiera, (da Alexander ad Hancock, dalla Chant a Roberta McAvoy), la più attesa e assieme la più gratificante ci viene dal ciclo dei Belgariad, pentalogia fantastica dell’americano David Eddings, già bestseller assoluto in Inghilterra e negli Stati Uniti, approdata con lodevole tempestività anche in Italia.

Fra tutti coloro che hanno dimostrato in questi anni di avere appreso completamente la lezione tolkieniana, Eddings è il più «mitico» e, nel contempo, il più irresistibilmente «leggibile», secondo quel perfetto connubio fra senso letterale e contenuto simbolico del testo che, da Omero a Tolkien, ha sempre contraddistinto l’Immaginario autentico. Non è d’altronde un caso che, come nel «Signore degli Anelli», la vicenda fantastica di Eddings si snodi intorno a due dei temi più classici della saga e dell’epica. Prima di tutto quello della «quest», la ricerca di un oggetto e di un luogo, che dal tempo delle tavolette babilonesi su cui è scritta la saga di Gilgamesh, ha sempre simboleggiato il viaggio interiore dell’uomo alla ricerca di se stesso: il pellegrinaggio iniziatico attraverso gli stati molteplici dell’essere, che soli lo consente il perfezionamento del sé. Così, dal vello d’oro di Giasone al Graal cercato dai cavalieri della Tavola Rotonda, la «cerca» ha sempre costituito l’asse di ogni autentica leggenda. Su di esso si innesta il tema della «fellowship», del gruppo diversificato, ma legatissimo, in cui ciascuno manifesta una delle «qualità» della perfezione: simbolo meraviglioso, che nelle nebbie del passato dell’occidente si mescola all’eco della storia, evocando dalle tundre gelate il galoppo dei mannerbunde germanici o dei clan celti.

Prendendo le mosse da una struttura tanto tradizionale, Eddings, da quell’eccellente narratore che è, spicca il volo verso i reami della fantasia, tessendo la trama di popoli e paesi, tratteggiando figure indimenticabili, come il burbero Belgarath, il giovane Garion, l’affascinante principessa Ce’Nedra, che pare uscita tale e quale da una ballata irlandese.

Splendido «secondo mondo», il continente formato dai regni degli Alorns prende progressivamente forma, ricco di coerenza in tema, reso dalla forza delle proprie, immaginate leggi, «più reale del reale». E se chiudete gli occhi mentre seguite con la fantasia Garion e compagni nella ricerca dell’Orb, la magica pietra che può salvare gli Alorns, sentirete suonare subito al di là delle colline il corno di Odino, che scandisce il galoppo della Caccia Selvaggia.

Alex Voglino

PROLOGO

Storia della Guerra degli Dei
e degli Atti di Belgarath il Mago…
Adattamento dal Libro di Alorn

Quando il mondo era giovane, i sette Dei vivevano in armonia e le razze degli uomini erano un solo popolo. Belar, il più giovane degli Dei, era amato dagli Alorns, dimorava con loro e li proteggeva teneramente, ed essi prosperavano sotto di lui. Anche gli altri Dei avevano raccolto popoli intorno a sé, e ciascun Dio proteggeva ed amava il proprio.

Ma il fratello maggiore di Belar, Aldur, era un Dio che non aveva un popolo. Aldur dimorò lontano dagli uomini e dagli altri Dei fino al giorno in cui un fanciullo vagante e senza casa andò a cercarlo: Aldur accettò quel fanciullo come discepolo e gli pose nome Belgarath, e Belgarath apprese da lui il segreto della Volontà e della Parola e divenne un mago. Negli anni che seguirono, vi furono altri che vennero a cercare il Dio solitario e si unirono in una confraternita per imparare, ai piedi di Aldur, senza che il tempo li sfiorasse.

Accadde poi che Aldur prese una pietra che aveva la forma di un globo, non più grande del cuore di un fanciullo, e rigirò quella pietra fra le mani fino a trasformarla in una cosa viva. Il potere di quel gioiello vivente, che gli uomini chiamarono l’Occhio di Aldur, era molto grande, ed Aldur operò meraviglie grazie ad esso.

Fra tutti gli Dei, Torak era il più bello, ed il suo popolo era quello degli Angarak: essi gli offrivano sacrifici, chiamandolo Sommo Signore, e Torak trovava dolce il profumo dei sacrifici e dell’adorazione che li accompagnava. Venne però il giorno in cui sentì parlare dell’Occhio di Aldur, e da quel momento non ebbe più pace, tanto che alla fine si travestì e si recò in incognito da Aldur.

«Fratello mio» gli disse, «non sta bene che tu ti tenga appartato dalla nostra compagnia e dai nostri consigli. Getta via quel gioiello che ti ha sedotto la mente allontanandoti dalla nostra amicizia.»

Aldur scrutò nell’anima del fratello e lo rimproverò.

«Perché cerchi sovranità e dominio, Torak? Angarak non ti basta? Non tentare di impossessarti dell’Occhio, spinto dall’orgoglio, altrimenti esso ti distruggerà.»

Grande fu la vergogna di Torak alle parole di Aldur, al punto che sollevò la mano per colpire il fratello, gli rubò l’Occhio e fuggì.

Gli altri Dei supplicarono Torak di restituire l’Occhio, ma lui rifiutò, ed allora le razze degli uomini insorsero in armi e mossero contro gli eserciti di Angarak per far loro guerra. Le guerre degli Dei e degli uomini infuriarono sulla terra fino a che, vicino alle alture di Korim, Torak sollevò l’Occhio e costrinse la sua volontà ad unirsi alla propria per spaccare la terra. Le montagne furono abbattute ed il mare si precipitò al loro posto, ma Belar ed Aldur unirono le loro volontà e frenarono l’avanzata del mare. Le razze degli uomini, tuttavia, rimasero separate le une dalle altre, e così anche gli Dei che le proteggevano.

Quando Torak sollevò l’Occhio contro la terra che era sua madre, esso si destò e cominciò a brillare di una fiamma sacra, il cui fuoco azzurro consumò la guancia sinistra di Torak. Soffrendo, il Dio abbatté le montagne, con angoscia intollerabile spaccò la terra, in preda all’agonia fece avanzare il mare. La mano sinistra andò in fiamme e fu ridotta in cenere, la carne della parte sinistra del suo volto si fuse come cera e l’occhio sinistro ribollì nell’orbita. Con un polente grido, Torak si getto nel mare per arginare il fuoco, ma la sua sofferenza fu senza fine.

Quando riemerse dalle acque, il lato destro del suo volto era bello come sempre, ma quello sinistro era bruciato e sfregiato orrendamente dal fuoco dell’Occhio. In preda ad un tormento eterno, Torak condusse il suo popolo lontano, verso est, dove esso edificò una grande città sulla piana di Mallorea, città che si chiamò Cthol Mishrak, la Città della Notte, poiché là Torak celò la propria mutilazione nelle tenebre. Gli Angarak elevarono una torre di ferro per il loro Dio, e collocarono l’Occhio in un cofano di ferro riposto nella stanza più alta della torre. Sovente Torak si soffermava davanti a quel cofano, e poi fuggiva piangendo, per timore che il desiderio di vedere l’Occhio lo sopraffacesse e che ciò lo distruggesse totalmente.

Passarono i secoli nelle terre degli Angarak, ed essi giunsero a chiamare il loro Dio mutilato Kal-Torak, considerandolo al tempo stesso sovrano e divinità.

Belar aveva condotto gli Alorns a nord: fra tutti gli uomini, essi erano i più duri e bellicosi, e Belar infuse un odio eterno per gli Angarak, nei loro cuori. Con spade ed asce crudeli, essi compirono incursioni verso nord, arrivando a spingersi sui campi del ghiaccio eterno, alla ricerca di una via per arrivare ai loro antichi nemici.

Così stavano le cose e così andarono avanti fino al tempo in cui Cherek Spalle-di-Orso, il più grande re degli Alorns, si recò nella Valle di Aldur alla ricerca del Mago Belgarath.

«La strada per il nord è aperta» annunciò, «ed i segni ed i presagi sono propizi. Questo è il momento giusto per trovare una via che ci conduca alla Città della Notte e ci permetta di sottrarre l’Occhio a Kal-Torak.»

Poledra, la moglie di Belgarath, stava per avere un bambino, e lui era riluttante ad andarsene, ma Cherek riuscì a convincerlo. Entrambi si allontanarono di nascosto, una notte, per raggiungere i figli di Cherek, Dras Collo-di-Toro, Algar Piè-Veloce e Riva Morsa-di-Acciaio.

L’inverno serrava nella sua morsa crudele le terre del nord, e le brughiere brillavano sotto le stelle per la brina che le ammantava e per il ghiaccio grigio come l’acciaio. Per poter trovare la strada giusta, Belgarath pronunciò un incantesimo ed assunse la forma di un grande lupo grigio.

Sulle zampe silenziose, si slanciò nel cuore delle foreste innevate, dove gli alberi si piegavano e si spezzavano sotto il candido peso che li opprimeva. La brina inargentava le spalle ed il pelo del lupo, e da allora la barba ed i capelli di Belgarath rimasero di colore argentato.

Attraverso la nebbia e la neve, il gruppo raggiunse Mallorea ed alla fine arrivò a Cthol Mishrak. Trovato un passaggio segreto per penetrare nella città, Belgarath condusse i compagni ai piedi della torre di ferro. In silenzio, salirono i gradini arrugginiti che nessuno aveva più calpestato da venti secoli; timorosi, oltrepassarono la camera in cui Torak si agitava in un sonno disturbato dal dolore, il volto mutilato nascosto da una maschera di ferro. Furtivamente oltrepassarono il Dio dormiente nell’oscurità e raggiunsero infine la camera in cui si trovava il cofanetto di metallo che conteneva l’Occhio vivente.

Cherek fece cenno a Belgarath di prendere l’Occhio, ma il mago rifiutò.

«Io non posso toccarlo, se non voglio essere distrutto. Una volta esso accettava di buon grado il tocco degli uomini e degli Dei, ma la sua volontà si è indurita quando Torak lo ha usato contro sua madre, e non si lascerà più usare in quel modo. Riesce a leggere nelle nostre anime, e solo una persona priva di intenzioni malvagie, che sia abbastanza pura da prenderlo e custodirlo a rischio della propria vita, senza alcun pensiero per il potere che dal suo possesso può derivare, avrà il permesso di toccarlo.»

«Ma quale uomo non ha qualche istinto malvagio nei recessi della sua anima?» domandò Cherek.

Riva Morsa-di-Acciaio spalancò il cofano e tirò fuori l’Occhio, il cui fuoco gli filtrò fra le dita senza però bruciarle.

«Così sia dunque, Cherek» decretò Belgarath. «Il tuo figlio minore è puro, e sarà suo destino e destino di tutti coloro che gli succederanno di custodire e di proteggere l’Occhio.» E Belgarath sospirò, consapevole del fardello che era appena sceso sulle spalle di Riva.

«Allora i suoi fratelli ed io lo aiuteremo» decise Cherek, «fintanto che questo destino graverà su di lui.»

Riva avvolse l’Occhio nel mantello per nasconderne la luce e lo celò sotto la propria tunica, poi il gruppo attraversò di nuovo furtivo le camere del Dio mutilato, scese le scale arrugginite, raggiunse, tramite il passaggio segreto, le porte della città e si allontanò nella brughiera.

Non passò molto tempo che Torak si destò, e, come sempre, andò nella Camera dell’Occhio: ma…