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Il segreto dell’isola di Roan

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La piccola Fiona Conneely, orfana di madre, va a vivere dai nonni su una delle tante piccole isole della costa irlandese del Donegal. Lì entra in contatto con un mondo straordinario, popolato da gente operosa, che ama raccontare leggende. Si dice per esempio che un antenato di Fiona abbia sposato una Selkie, una donna capace di trasformarsi in foca; ma non è l’unico ’mistero’ in cui la bambina s’imbatte: poco a poco i nonni e i parenti le svelano i molti segreti della loro famiglia, compreso il fatto che Fiona ha un fratellino, Jamie, scomparso in mare anni prima…

ANIMA CELTICA

Raccontare con lirismo l’anima di un popolo senza scadere in rappresentazioni macchiettistiche è sempre difficile. Nel caso degli Irlandesi, gli stereotipi si sprecano: vengono ritratti come gente povera, rissosa e nazionalista, animata da una fede che sconfina nella superstizione, amante della birra, delle storie più incredibili e della musica. In parte ciò è vero, l’Irlanda è un’isola priva di grandi risorse, votata all’allevamento e alla pesca, oltre che al turismo. Come se non bastasse, ha subito la dominazione britannica fino agli inizi del Novecento e ancora oggi è divisa tra Eire e Irlanda del Nord. La discriminazione che ha colpito i cittadini irlandesi, obbligati a parlare e studiare inglese anziché gaelico, costretti a svolgere i lavori più pesanti e mal retribuiti, è perdurata fino a pochi decenni fa e ha alimentato flussi di emigrazione.

La spiritualità irlandese fonde nel Cristianesimo elementi pagani: i santi hanno tratti comuni agli antichi eroi, le croci ricordano simboli solari e la tradizione orale è ricca di leggende che mescolano diavoli, folletti, santi.

Quanto alla musica, dal rock degli U2 alle sonorità folk dei Chieftains e dei Dubliners – quanta voglia di muovere i piedi nelle gighe e nei reel! – le canzoni e le danze irlandesi sono famose in tutto il mondo, e influenzano artisti di varie nazionalità, dalla canadese Loreena McKennit ai nostrani Whisky Trail o Modena City Ramblers.

L’Irlanda è quasi un piccolo continente, un mondo a parte che non ha uguali, e che può per molti versi somigliare alla nostra Sardegna: i complessi megalitici sono analoghi alle Domus de Janas e le stesse foche monache, o buoi marini, ricordano le Selkie!

L’ISOLA DEI SOGNI

Ne Il segreto dell’isola di Roan (The Secret of Roan Inish, 1994) il regista John Sayles, pur se statunitense, riesce a raccontarci l’Irlanda, quella più autentica, quella delle splendide coste del Donegal. Per farlo si basa sul romanzo The Secret of Ron Mor Skerry, di Rosalie K. Fry, e si lascia ispirare dalla leggenda delle donne foca, le Selkie: un pretesto per narrare la mentalità, gli usi, il modo di sentire della gente che popola piccoli villaggi e isole del nord-ovest, in una fiaba vissuta ad occhi aperti dove leggenda e concretezza si mescolano, sfumando i confini tra sogno e vita quotidiana. Questo è l’animo celtico più autentico.

La pellicola potrebbe sembrare di mestiere, ingenua e garbata, rivolta ai più piccoli. In parte è anche questo: il linguaggio è privo di volgarità e non ci sono sequenze violente; pur senza rinunciare alle denuncia dei problemi sociali. Con dignità estrema si raccontano le angherie subite da parte degli Inglesi, la scuola che puniva quanti parlavano gaelico, le discriminazioni subite, le rivolte per conquistare l’indipendenza. La posizione politica dell’autore emerge con decisione: il film è stato realizzato da un regista indipendente americano, con alle spalle opere di forte impegno sociale.

In questo caso la vicenda è ovviamente fantastica, e il realismo convive con la rappresentazione poetica della sensibilità di un popolo. Allo spettatore è chiesto di calarsi nello sguardo dei nonni, del giovane Eamon deluso dalla vita in città, o dell’innocente Fiona. Poco importa se quanto essi raccontano sia veritiero oppure una rivisitazione fiabesca della realtà: quello rimane il loro modo di rapportarsi con il mondo.

La leggenda viene sfruttata per parlare della convivenza tra modernità e tradizione. Il padre di Fiona ha scelto di rinunciare al mondo rurale, e vive in città affogando i dispiaceri in una pinta di birra scura; è una figura che testimonia la difficoltà di adattarsi al presente e rinnegare il passato. La corsa al progresso ha il volto amaro di quell’uomo gonfio di alcool, incapace di prendersi cura della figlia. Non è un caso se le inquadrature lo ritraggono in disparte, escludendolo di fatto dalla vita della piccola. I nonni e il cugino Eamon invece mantengono viva la tradizione, rifiutano il progresso e vivono sospesi tra la concretezza imposta dall’ambiente e la spiritualità ereditata dal sincretismo celtico-cristiano. Nonostante la durezza del lavoro di pescatori, amano il loro piccolo mondo, assecondano con naturalezza i ritmi imposti dalla natura e sembrano accontentarsi di quanto possiedono. Anche la perdita di Jamie, il fratellino di Fiona scomparso in mare, è accettata con pacata rassegnazione. C’è la certezza che il mondo non si limita a quanto vediamo o tocchiamo con mano, e che spiriti e fate sono concreti quasi quanto le onde del mare o il catrame da spalmare sulla chiglia delle barche.

E quanta bellezza esiste in quei volti segnati dalle rughe, da una vita di lavoro, dal mare! Con grande coraggio il regista dà ragione ai vecchi, e il miracolo accade nel momento in cui la famiglia di Fiona fa ritorno all’isola, per viverci. Il riapparire del bambino è la metafora del riappropriarsi delle proprie radici e così saldare la frattura tra uomo e natura creata dal mondo moderno.

DOCUMENTARIO LIRICO

La narrazione è piana; la lentezza avvolge lo spettatore e gli lascia il tempo per ammirare gli splendidi paesaggi del Donegal, valorizzati dalla bella fotografia e dalla toccante colonna sonora. Le sequenze relative al passato leggendario mostrano virature in colori caldi, e bene staccano da quelle ambientate nel presente.

Gli effetti speciali sono usati con parsimonia; il film ha qualche anno, e all’epoca non c’erano trucchi convincenti a costo contenuto, o più probabilmente… il regista ha deciso di farne a meno. Il vero effetto speciale è la spiritualità celtica; i paesaggi mozzafiato e i musetti deliziosi delle foche ammaestrate fanno il resto.

I protagonisti sono giovanissimi oppure anziani, e la realtà dei piccoli villaggi pare adatta a loro: il gruppo familiare è rassicurante, i soli pericoli sono rappresentati dalla natura selvaggia o dalla cupidigia degli uomini della città. Gli adulti impartiscono il rispetto verso il mare, rendono autonomi i bambini e insegnano loro tutte quelle abilità che saranno utili nella vita adulta, come utilizzare una barca e mantenerla efficiente, fare i nodi, raccogliere alghe e molluschi, riparare il tetto di una casa. Come in un bel documentario, usi e costumi irlandesi sono in primo piano: vediamo il pub dove la gente conversa o annega i dispiaceri, il cimitero sul mare con le sue croci celtiche, le vie del villaggio con le case di mattoni addossate le une alle altre, le pescherie, l’emporio, i traghetti che collegano le isolette, i cottage con il tetto coperto da fascine di speciali erbe impermeabili, la torba. Le abitazioni sono descritte con dovizia di particolari, le inquadrature indugiano sui quilt, sui focolari, sui mobili e sui piatti della cucina tipica.

Il regista lascia capire che ci troviamo nel secondo dopoguerra, e tace qualsiasi data: la fiaba è fuori dal tempo. Può darsi che oggi simili villaggi siano spopolati, o trasformati dal turismo in una sorta di Disneyland a tema celtico, ad uso e consumo di Europei continentali che vogliono riscoprire oppure inventarsi un mitico passato. Ci si augura che la globalizzazione abbia risparmiato quelle località, peraltro poco abitate, e la gente stessa abbia scelto con maturità quali modernizzazioni concedersi e quali rifiutare. Il ritorno al passato talvolta può essere una rinuncia imposta dalla povertà, ma può anche costituire una decisione meditata, compiuta da persone consapevoli del proprio stile di vita. Uno spettacolo televisivo difficilmente eguaglia il calore di un musicista in carne ed ossa che si esibisce in un pub, nessun videogioco può sostituire un nonno che racconta fiabe, palestre e corsi male rimpiazzano l’appartenenza ad una comunità, le ricchezze non comperano amicizie sincere o affetti profondi, mentre sapere come costruire e riparare le proprie cose insegna il rispetto per la fatica e il valore del lavoro.

FANTASY NO GLOBAL

Il segreto dell’Isola di Roan è una pellicola profondamente educativa e pacatamente no-global: fattori che insieme alla mancanza di interpreti famosi, di attori giovani e piacenti, di effetti speciali elargiti a piene mani hanno reso difficile la distribuzione.

Oltre a far riflettere sul rispetto per la natura, il regista mostra la sensibilità pagana di un popolo senza dare giudizi inopportuni o cedere a suggestioni new age. Il mare, la tempesta, le maree, sono forze che sfuggono al controllo umano, e a loro modo sono presenze divine. Ovviamente si può non condividere il modo di pensare dei vecchi Irlandesi; si deve però ammettere che il loro stile di vita rispetta l’ambiente e ne mantiene l’equilibrio.

Il regista loda la dignitosa laboriosità: lo stereotipo dell’Irlandese rissoso, che ciondola sull’ennesima pinta di birra scura è semmai attribuito a quelle persone che hanno perso la fede nelle credenze del passato e inseguono i miti della vita moderna, restandone inappagati. Si elogia il lavoro: i cottage sull’isola di Roan tornano a vivere grazie all’operosità dei giovanissimi.

Di solito i film con bambini protagonisti mostrano eroi che superano ogni difficoltà perché sono predestinati, hanno poteri straordinari, ricevono aiuti miracolosi: brutti anatroccoli obbligati a trasformarsi in splendidi cigni, riveriti o invidiati da tutti. Invece Fiona impara che la vita è dura e che per sopravvivere senza abbrutirsi occorre impegnarsi, faticare e mantenere un animo puro e sognante. Non va a scuola, forse nemmeno sa leggere e scrivere; il miracolo si compie solo grazie alla sua dedizione, alla sua fede. Non ci sono magie o prodigi che risolvono tutti i guai, soltanto gli affetti contano, e, tra essi, il legame con la terra. Per Fiona, Jaime ed Eamon il domani è fatto di dura fatica, di giornate passate a procurare il cibo o mantenere la casa efficiente, circondati dall’affetto dei cari. Fantasia e realtà si abbracciano, in un film dedicato a chi l’isola se la porta nel cuore.