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Il Settimo Sigillo

“… E quando l’agnello aprì il settimo sigillo, si fece nel cielo un silenzio di circa mezz’ora. E vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio, e furon loro date sette trombe…”
(Apocalisse di Giovanni)

“… E allora tutti compresero e riconobbero la presenza…”
(E. A. Poe – La Maschera della Morte Rossa)

La Trama

Svezia, XIV secolo. Il cavaliere crociato Antonius Block torna in patria dopo dieci anni, assieme al suo scudiero Jons che lo ha accompagnato in guerra. L’impatto non è dei migliori, perchè ad attenderlo sulla spiaggia trova la Morte, che gli comunica di essere venuta a prenderlo: il suo tempo è ormai scaduto. Ma Block sente di avere ancora qualcosa in sospeso, una domanda che smorza la sua fede: esiste davvero un Ente Supremo che dia un senso alla vita? Per guadagnare tempo e cercare la risposta, il cavaliere propone alla Morte un memorabile confronto a scacchi. La Morte accetta.

Durante la partita, Block e Jons possono riprendere il viaggio verso il castello del cavaliere, in una terra flagellata dalla pestilenza.

La Morte li segue, ripresentandosi talvolta sotto mentite spoglie per carpire a Block le sue prossime mosse.

Intanto altri personaggi incrociano i viaggiatori: un pittore che sta eseguendo un affresco sul tema della “Danza Macabra”; una giovane donna accusata di essere la strega responsabile della peste, già torturata da monaci e soldati, e fatta oggetto di riti superstiziosi nell’attesa del rogo; una ragazza muta che Jons salva dall’aggressione del ladro Raval, sciacallo di cadaveri, nel quale Jons stesso riconosce il dotto teologo che, dieci anni prima, aveva convinto il suo padrone a partire per le crociate in nome della sacralità dell’impresa; una piccola comitiva di saltimbanchi (Jof e Mia con il loro bimbo, e Skat) la serenità e l’affetto dei quali regalano al cavaliere il suo primo vero momento di pace.

E ancora altri personaggi: flagellanti in processione guidati da un sacerdote che pronuncia frasi deliranti sulla fine del mondo; il fabbro Plog e la moglie, che prima lo tradisce con Skat e poi, una volta scoperta, incita il marito ad ucciderlo.

Le vicende s’intrecciano, mentre la partita con la Morte prosegue, e il suo prezzo sale: essa avverte il cavaliere che, quando avrà vinto, porterà con sé anche tutti gli altri. Intanto continua a mietere le sue vittime: l’attore Skat, la strega che viene bruciata nella foresta, Raval colpito dalla peste.

A questo punto Antonius Block è costretto a piegarsi al proprio destino: desideroso di salvare i suoi nuovi e indifesi amici, distrae per un attimo la temibile avversaria facendo cadere i pezzi dalla scacchiera, e consentendo così a Jof, Mia e il loro bimbo di fuggire e mettersi in salvo.

La Morte fa la sua ultima mossa e vince la partita.

Ormai al sicuro sulla spiaggia, Jof vede in lontananza Block e i suoi compagni che si allontanano, trascinati dalla nera figura con la falce in un ultimo grottesco ballo verso l’ignoto.

Il Film

L’oscurità. La peste. La paura della morte. Questi sono i fantasmi che aleggiano più o meno realisticamente attorno a quell’età così complessa e piena di contraddizioni indicata come Medio Evo. E probabilmente tali sentimenti hanno permeato a fondo l’animo di coloro che il Medioevo l’hanno vissuto in prima persona: li ritroviamo nell’Ankou, la figura scheletrica che danza la farandola sui muri delle chiese, assieme a giovani, vecchi, umili e potenti, a rappresentare nel modo più crudo la paura mai esorcizzata della caducità dell’uomo. O vengono sfogati nei roghi delle streghe, nei cortei dei flagellanti, nelle rappresentazioni popolari in cui la Morte è regina del ballo, nelle Danze Macabre che fioriscono negli spazi consacrati di tutta Europa. E tutto questo sembra confluire in un unico concetto, martellante e onnipresente: “Nessuna carne verrà risparmiata” (Vangelo di Marco – apocrifo)

Perché quindi, in pieno neorealismo, questo film così apparentemente anacronistico in cui il senso del concreto scivola nell’allegoria e nel simbolismo attraverso il tema del Medio Evo e dei riferimenti biblici all’Apocalisse di Giovanni? Se, nel passato, l’ossessivo memento mori derivava sia spontaneamente dalla precarietà della vita, sia forzatamente dalla Chiesa che tentava di frenare la tendenza emotiva al carpe diem con i registri della paura, nel film di Bergman tutto ciò serve per realizzare una rappresentazione scenica di attori e figuranti che recitano un copione già assegnato da tempo: Il Cavaliere, lo Scudiero, il Giullare, La Strega e la Morte, legati insieme nell’eterno giro intorno alla Scacchiera. E con la scelta di questa ambientazione meta-storica, Bergman vuole esprimere una condizione estremamente moderna e figlia dei nostri tempi: la Fine nel suo senso più totale, non solo la morte dell’uomo, ma quella di Dio.

Le note del Dies Irae sfumano su una spiaggia sassosa battuta dalle onde, e una voce fuori campo recita quasi con gentilezza i versi dell’Apocalisse di Giovanni; un falco, immobile come un presagio, sovrasta la figura quasi inanimata del cavaliere Antonius Block, di ritorno dalle Crociate dopo dieci lunghi anni. Lo accompagna il fido scudiero Jons, ma ciò che li accoglie è una terra devastata dalla pestilenza e dall’abbrutimento, in cui povere figure a metà tra il tragico e il grottesco si agitano tra i loro bassi istinti e le loro violente paure.

Il film inizia dalla fine di ogni possibile storia. La fine del viaggio dell’eroe che torna a casa, cambiato nel volto e nell’animo, la fine della fede e la fine della sua vita perché chi lo aspetta, su quella spiaggia di un bianco e nero abbagliante, è la Morte. Una morte dall’aspetto quasi clownesco, così diversa dalle raffigurazioni che nel corso del film appaiono ovunque, sui muri delle chiese, nelle maschere dei saltimbanchi, sul volto dei morti di peste. E per questo più reale e credibile. La Mietitrice è ironica ed enigmatica nelle sue vesti maschili, si rivela astuta e subdola e non possiede le risposte che il cavaliere cerca, perché questo non è il suo compito. “A me non serve sapere” dice crudelmente, alle ultime angosciose domande che il cavaliere le rivolge. Ed è con la Morte che Antonius Block inizia un’inverosimile partita a scacchi, l’ultima disperata richiesta di tempo per dare una risposta al suo interrogativo esistenziale: una prova, tangibile e concreta in tutto l’orrore che ha visto e che ancora lo accompagna, dell’esistenza di Dio. Non c’è paura, ma quasi esaltazione per una sfida che gli permetterà forse di vivere ancora un tempo sufficiente per dare un significato alla sua vita e per trovare l’impronta dell’Essere Supremo, in mezzo al disfacimento che lo circonda.

Il cavaliere Block e lo scudiero Jons (all’oscuro della sfida del suo padrone ma consapevole dei dubbi che lo tormentano), si incamminano lungo quella che è l’ultima tappa del loro viaggio. Figure speculari una dell’altra, ascetismo e cinico materialismo, si completano a vicenda: da una parte lo scudiero che ride della morte, di Dio e di sé stesso, con un suo codice ironico e discutibile, ma a suo modo generoso e concreto; dall’altra, il cavaliere che sempre più si estrania da ciò che lo circonda, inesorabilmente sprofondato nella sua segreta partita: anche di fronte alla strega, torturata e già persa nella follia della paura, quello che prova è un’ansiosa curiosità. La domanda che le pone è infatti ancora una conferma di ciò che sta cercando, conferma che se non può venire da Dio stesso, allora venga pure dal Demonio. Questa è l’esigenza primaria del cavaliere, appena temperata dall’orrore compassionevole del supplizio imminente. Attorno a loro si raccoglie un gruppo eterogeneo di personaggi, ciascuno rappresentativo di una debolezza umana: la fanciulla muta salvata da uno stupro, la moglie infedele e il marito sciocco, il teologo delle Crociate divenuto ladro e violento, il pittore che illustra fede e superstizione sui muri di una chiesa deserta.

E in tutto questo, la probabile risposta arriverà in modo quasi subliminale, attraverso l’incontro con la famiglia di Saltimbanchi, una sorta di pagana natività, che offre allo spirito esausto del cavaliere un’oasi inaspettata di pace. Non a caso, assieme a questa ingenua Trinità compare sempre, splendente, la luce del sole. La scena, o meglio il rituale, delle “wild strawberries”, in cui tutti consumano nell’erba fragole selvatiche e latte, costituisce una tregua inaspettata e mistica nel vortice degli avvenimenti che corrono verso la loro conclusione. La prova che il cavaliere insegue si manifesta proprio a chi non la cerca, ma la accetta senza domande: al fanciullesco Jof, l’attore girovago capace di scorgere nel suo quotidiano la presenza sacra della Madre di Dio e quella spaventosa della Morte, riconoscendole per quello che sono. Alla fine, Antonius Block perderà la partita: la nera figura verrà a reclamarlo nel suo castello, trascinando tutti con sé in un’ultima danza quasi felliniana, ma egli farà in tempo a salvare, distraendo la morte per un attimo, la “sacra” famiglia di teatranti, simbolo della superiore valenza dell’amore. E in questo modo, finalmente, darà alla sua vita il senso che mancava.

I film di BERGMAN sono impregnati di un’inquietudine metafisica che oltrepassa lo schermo, e si trasmette allo spettatore attraverso il non-colore delle scene, la lentezza dei movimenti, la fissità rassegnata nello sguardo del protagonista che tutto ha visto ma niente ha trovato, la violenza delle emozioni, lo stacco brusco delle immagini che sembrano a volte quadri a sé stanti. Quelle che ci appaiono, sono, fin dall’inizio, delle sequenze forti che vogliono rappresentare simbolicamente, all’interno di un nordico XIV sec., i sigilli apocalittici: la peste, la violenza, la carestia, la fame e l’arroganza del potere attraverso l’evocazione di pitture e colori che spaziano dal sacro al profano. Verosimilmente, l’allusione apocalittica al settimo sigillo, che schiude finalmente i misteri della vita e del futuro dell’uomo, nasce dagli sconvolgimenti bellici e post bellici del XX sec. (guerra fredda, incubo nucleare), che tanto hanno segnato le generazioni del secolo scorso. Più che ricostruzione del passato, siamo nell’allegoria, in cui le immagini metaforiche si collegano con quelle fonti ispiratrici che hanno fatto nascere nel regista svedese il desiderio di trasformare in film una sua precedente pièce teatrale (Pittura su Legno), in cui il gioco intellettuale si accosta ad una raffinata poesia dell’immagine e viene sempre e comunque alleggerito da un sottile senso dell’humour. In fin dei conti, l’unico personaggio austero nella sua angoscia è il cavaliere Block (un MAX VON SYDOW ventisettenne quasi inespressivo), mentre gli altri sono beffardi e quasi comici, compresa la Morte stessa. In questo film non è presente una verità storica, ma una ricerca del senso della vita, attraverso i simboli più significativi di un periodo del nostro passato capace come non altri di rappresentare visivamente e tangibilmente le paure dell’uomo, senza i filtri della ragione e del moderno pudore intellettuale che cerca di allontanare da sé la precarietà dell’esistenza. Girato con mezzi minimi e in soli trenta giorni, questo è probabilmente il film più interessante di Bergman, anche se forse non il migliore: una visione del periodo medievale sicuramente viziata d’errore prospettico, rispetto a quella che è la totale complessità di questo momento storico, e un’impostazione marcatamente teatrale che intreccia un susseguirsi di scene troppo volutamente simboliche e di maniera, in cui i quesiti universali appaiono schematici e carichi di melodramma fino all’eccesso. Un mosaico di frammenti ispirativi quindi, capaci di creare un’atmosfera particolare: in più di un’intervista, il regista stesso li indica nei dipinti di DURER, nella musica dei Carmina Burana di ORFF, nei quadri anticipatamente surrealisti di BRUEGEL evocati nelle ambientazioni del villaggio attraversato da Block, dove si scontrano le insulse battute degli attori girovaghi (l’istinto indomabile della vita) e il delirio della processione di flagellanti (la follia che accompagna la paura della morte). Tuttavia il risultato è una sinfonia forse atonale ma fluida, dotata di un fascino capace di condurre con forza al finale: qui tutto si ricompone, con ironica allegria, riecheggiando l’esortazione di un antico affresco, “non havire paura a questo ballo venire”. Perché, alla fine, è comunque l’Uomo che vince: “I fantasmi dell’animo” si possono tenere a bada, magari giocando una partita a scacchi.