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Il silenzio è d’oro

Se fosse stato giorno le avrebbe viste candide, correre e cambiare di forma sfilacciandosi in fantastiche immagini di mostri e cavalieri, le avrebbe seguite con lo sguardo che si sarebbe perso nel fondo blu del cielo, tra una foglia e l’altra della grande pianta. E qualche volta le avrebbe viste arrivare, livide e alte, a oscurare il sole e lanciare fulmini sulle colline, durante i temporali di agosto. Il vento avrebbe mosso leggermente i rami più alti e qualche fico maturo si sarebbe staccato per spiaccicarsi fra l’erba, gioia delle formiche e delle vespe.

Ma adesso era sera, anzi notte.

Sdraiato al buio sull’erba, senza pensare a ragni o serpenti come succede quando si cresce, respirava tranquillo l’aria fresca dopo un giorno di calura. Ma non ascoltava il canto dei grilli, non sobbalzava ai fruscii del vento, né sapeva di costellazioni e pianeti. Per lui erano tutte stelle, tutte uguali, e ignorava se ci fosse qualcuno a viaggiare in quel cielo nero, volando da un puntino all’altro, fino a posti che egli non avrebbe visto da lì neanche con il miglior telescopio, se mai l’avesse avuto. Altre piccole luci vagavano per la campagna. Ora a grappoli ora isolate, si nascondevano fra i cespugli e ne uscivano poco dopo perdendosi fra i rami bassi, alla ricerca di qualcosa che soltanto loro sapevano. La luna imbiancava i contorni delle nubi che la nascondevano, e certamente in quel momento infiniti e placidi campi di neve si stendevano nel cielo di sopra, quello visto dalla parte delle stelle. Così aveva visto le nubi la notte che ci aveva volato sopra per la prima volta. Ma era durato poco e presto si erano rituffati sobbalzando verso la terra, dove pioveva, come se tutto quel sogno di neve si stesse sciogliendo davvero.

Nel silenzio della notte poteva sentire sua madre sbattere sportelli e stoviglie e gli giungeva a tratti l’odore del sigaro di suo padre. Fra un po’ lei avrebbe spento la luce e gli si sarebbe seduta vicino, chiedendo per scherzo di fare una tirata.

«No, che poi ti viene la tosse.»

«Ma se tu dici che il sigaro non si respira!»

«Io lo dico, ma tu lo respiri ugualmente.»

Ormai sapeva quello che avrebbero detto e un po’ si annoiava della loro monotona prevedibilità, senza sapere che un giorno nel futuro l’avrebbe rimpianta, come capita quando il ricordo ci fa sembrare migliori le cose che non esistono più.

Il voltarsi per un fruscio di passi gli fece cadere l’auricolare.

«Lo sai che se ti trovano con quella cosa avremo dei guai, vero?» disse suo padre sedendogli accanto nell’erba.

«Ancora non è vietato.»

«Ma presto lo sarà e in fondo è per il nostro bene.»

«Io non credo a queste chiacchiere, poco fa ne sentivo parlare e si diceva che non c’è nessun supporto scientifico a una simile teoria, non vedo perché dovrei dar loro retta. Secoli fa davano la colpa alle streghe…» Il ragazzo si rialzò a sedere. «E poi quando mai mi scopriranno? Io ascolto solo di notte, al buio e con l’auricolare.»

«Non sarà necessario che trovino te, troveranno le trasmittenti prima o poi, loro mica possono nascondersi.»

«Certo che possono.»

«Però è più difficile.»

Il ragazzo tacque e spense l’apparecchio per non consumare inutilmente le pile. Non voleva ammetterlo neanche con sé stesso, ma gli sembrava che il padrone dell’emporio lo guardasse in modo strano quando andava ad acquistarle.

“Non fai altro che andare in giro di notte, visto le pile che consumi”, gli diceva ogni volta, e ogni volta lui si arrabbiava e avrebbe cambiato negozio, se ce ne fosse stato un altro.

“Non voglio mica rompermi una gamba o cadere dentro un fosso, io” rispondeva fingendo disinvoltura e andandosene fischiettando. Aveva pensato di comprarsi un trasformatore e usare la corrente di casa per far funzionare la radio, ma nel negozio non ne avevano più ed egli non aveva il coraggio di ordinarne uno perché sicuramente quel vecchio impiccione gli avrebbe chiesto a cosa gli servisse. Acquistarne una che andasse direttamente a corrente era impensabile e inoltre era comunque troppo tardi adesso che non c’era più nessuno a venderne. Perciò aveva imparato a limitare le ore di ascolto e a riusare le pile vecchie fino a consumarle completamente, non come una volta che le cambiava non appena le voci cominciavano a tremare alzando il volume.

E comunque le cose da ascoltare cominciavano ad essere sempre di meno perché nessuno più si sognava di investire in quel settore finché la situazione non si fosse stabilizzata, in un modo o nell’altro.

«Io torno dentro e tu non restare troppo qua fuori, la notte fa freddo e c’è umidità.»

«Ma papà, io non sento freddo, sono ancora nuovo.»

«Per tua fortuna, e io vorrei che lo restassi il più a lungo possibile.» Era un padre che voleva sempre avere l’ultima battuta. Suo figlio sorrise nel buio.

*

Era cominciata tempo prima.

“Sarebbe ora, così la gente ricomincerà a leggere i libri” dissero tutti non appena la notizia si diffuse per il mondo. E invece nessuno si precipitò a saccheggiare le librerie. Gli unici a guadagnarci qualcosa furono i venditori di quei pochi giornali che ancora sopravvivevano. Tutti volevano sapere le ultime notizie, ma era difficile procurarsene ora che l’uso delle onde radio era stato proibito in tutto il mondo.

Le TV via cavo programmavano continuamente film e spettacoli di varietà, i notiziari erano quasi del tutto aboliti e le sole informazioni che si riusciva ad avere erano quelle che giungevano per telefono, su quelle linee, ora stracariche, che ancora usavano i cavi sottomarini.

E ‘nessuna trasmissione radio’ significava proprio nessuna trasmissione radio. Erano anni che il Governo avvertiva in tutte le lingue che si stava avvicinando la scadenza e di provvedere perciò a trovare soluzioni alternative, ma si sa come vanno queste cose, nessuno se ne dava per inteso.

E un bel giorno la polizia cominciò a chiudere le trasmittenti man mano che venivano individuate.

Neanche le navi poterono sottrarsi al provvedimento e fu inutile per i migliori avvocati delle Compagnie sostenere che la radio era di vitale importanza per la sicurezza della navigazione e che aveva salvato migliaia di vite da quando era stata inventata.

Per non parlare degli aerei.

Tornarono tutti a navigare a vista.

Si diceva che presto sarebbe stato pronto un dispositivo che sfruttava un raggio laser per posizionarsi nella giusta direzione e per inviare messaggi verso terra, sia dal mare sia dal cielo, ma per adesso c’era ancora qualche problema per il corretto puntamento. Nel frattempo che si arrangiassero, questa fu la risposta del Governo della Terra. In fondo erano stati avvertiti per tempo e la salute pubblica aveva la precedenza su tutto il resto.

Per rimediare in qualche modo qualcuno pensò di riutilizzare un vecchio sistema di punti e linee, che da decenni non si usava più, il quale abbinato a congegni luminosi permetteva di dare almeno le informazioni elementari: la posizione, il proprio codice e dove ci si poteva recare a raccogliere i resti.

*

«E tutto questo per colpa di quello lì, accidenti a lui e alla sua teoria» disse il ragazzo rientrando in casa.

«Non è una teoria, è effettivamente dimostrato che le onde elettromagnetiche provocano i tumori» disse suo padre scuotendo la cenere del sigaro. «Tutti a dare la colpa al fumo e invece erano quelle robe lì che zitte zitte ti facevano secco.»

«Tanto zitte zitte non direi, io ancora mi ricordo certe radio a tutto volume…» intervenne sua madre.

«Sì, voi scherzate,» disse il ragazzo, «ma intanto le radio sono quasi scomparse, perché allora non hanno eliminato anche le automobili visto che inquinano l’aria?»

«Perché i tumori li provocano le onde radio, mica la puzza delle automobili. Che non lo sai?»

«Via, che non ci credi nemmeno tu…»

«Se ci credessi pensi che ti farei tenere quell’arnese del demonio vicino all’orecchio tutte le sere?»

«Quest’arnese riceve soltanto, mica trasmette, e comunque non è rimasto quasi più niente da ascoltare. Ogni sera ce n’è una di meno.»

«Ci faremo l’abbonamento a qualche roba via cavo.»

«Qui ci siamo solo noi, non li porteranno mai i cavi solo per noi. Io spero solo che chi prende queste decisioni prima o poi rinsavisca e si renda conto che a volte il rimedio è peggio del male.» Il ragazzo accese la luce nella sua stanza e con delicatezza nascose sotto il materasso la sua vecchia radio a pile.

«Ragioni bene per essere un ragazzino» scherzò l’uomo.

«Perché io ascolto la radio, mica guardo quelle cassette tutte uguali che arrivano con la posta» rispose il ragazzo, che anche lui amava avere l’ultima battuta.

«Uno pari» borbottò l’uomo soffiando il fumo verso il soffitto. «Però almeno sono sicuro che è figlio mio.»

*

Era da poco finito l’inverno.

Le giornate cominciavano ad allungarsi e la sera faceva piacere restare un po’ svegli, senza cadere sul letto alle prime ombre.

«In campagna, insieme agli insetticidi, secondo me spruzzano anche qualche sonnifero» diceva suo padre. «Non si spiega altrimenti perché a una certa ora cadiamo dal sonno.»

«Non sarà perché ci alziamo presto?»

Sua madre si avviava a dormire portandosi dietro la borsa dell’acqua calda, si infilava nel letto freddo e tremava finché non aveva riscaldato la sua parte. Fuori soffiava la brezza gelata delle montagne dove era ancora inverno e qualche fuoco ancora ardeva nei camini sparsi per la valle ed era bello tirarsi le coperte fin sulla testa e addormentarsi con l’anima pulita, senza sognare né di bene né di male.

Ma di notte il tempo ha tempo di cambiare, e non ci volle molto a trasportare nuvole cariche di fulmini e pioggia, e così quella mattina si svegliarono che era ancora buio, con i vetri scossi dal vento e le finestre disegnate dalla luce blu dei lampi.

«Visto che ormai siamo svegli tanto vale alzarsi per fare il caffè» borbottò l’uomo. Sua moglie, che il caffè non l’avrebbe rifiutato neanche in piena notte, farfugliò qualcosa e si girò nel letto per un altro sonnellino.

*

In cucina accese per prima cosa il televisore.

«Spegni che può cadere qualche fulmine!» gridò la donna.

«Non preoccuparti, da queste parti non cadono, con tutti quegli alberi perché dovrebbero scegliere proprio la nostra antenna?»

La notizia principale del telegiornale era che presto, secondo le decisioni del Governo, non ci sarebbero state più notizie.

Questo andavano ripetendo da qualche giorno i vari notiziari, e doveva essere vero se ogni giorno si vedeva un canale di meno.

“Ma qualcuno rimarrà sempre, ti pare che possano proibire tutto?” pensava l’uomo mentre, seduto al tavolo della cucina, aspettava che la caffettiera bollisse. Poi, un po’ per volta il giorno si fece spazio fra le nuvole nere della tempesta e i lampi cominciarono a fare meno impressione. L’acqua smise di scrosciare sul tetto e la campagna si svegliò fra mille sgocciolii.

Rigagnoli percorrevano i due solchi della strada e andavano a perdersi nei fossi nascosti fra l’erba.

Le grosse nuvole nere si allontanarono portandosi dietro i tuoni e il vento, che smise di tormentare le cime dei pioppi e le foglioline nuove strapazzate dalla pioggia.

Ma prima di andarsene diede il colpo di grazia al palo piantato sul tetto.

Con un frastuono degno di miglior causa tutta l’antenna precipitò nel cortile e solo alcuni fili rimasero a penzolare davanti alla finestra. Lo schermo del televisore diventò come sarebbe stato per molto tempo a venire e l’uomo corse alla finestra per vedere cos’era successo. Una parabola e altre antenne di tipo diverso giacevano lucide nell’erba bagnata. Metallo contorto e inutile ora, da vivo e vibrante che era stato lassù, dove nelle intemperie e nel bel tempo aveva scrutato il cielo cercando voci invisibili che gli uomini non avrebbero saputo ascoltare.

Ma ora gli uomini avevano deciso di rendersi sordi e ciechi, nella speranza di conquistare qualche ora in più di una vita miserabile. E forse significava qualcosa il fatto che fosse caduto proprio quella mattina.

Questo pensava l’uomo col viso fra le tende della finestra.

Il ragazzo e sua moglie accorsero a vedere cosa fosse accaduto e insieme si affollarono dietro i vetri coperti di gocce.

Nessuno parlava, perché non c’era molto da dire. Da lontano qualche ultimo lampo illuminava muraglie di nubi. Sul fornello la caffettiera bolliva troppo, bruciando il caffè.

*

«Se devo dirti la verità, credo che tu lo abbia avvelenato questo caffè» disse l’operaio del comune con una smorfia.

«Purtroppo mi si è bruciata la guarnizione stamattina presto quando è venuto giù il palo con le antenne e non ne ho una di riserva.»

Dalla porta spalancata si affacciarono esitanti altri due uomini, con gli impermeabili bagnati e le scarpe sporche di fango.

«Entrate, entrate, tanto dovremo comunque ripulire il pavimento, è sempre così in campagna quando piove, questo poi è stato un diluvio» disse il padrone di casa versando del caffè anche per loro.

«Comunque ci ha risparmiato la fatica di salire sul tetto. Se vuoi il palo te lo possiamo lasciare, noi dobbiamo sequestrare solo le antenne.»

«Tenetevi pure il palo, tanto non saprei che farci, comunque mi sembra assurdo togliere le antenne che ci sono in giro, non basterebbe chiudere le trasmittenti?»

«Non chiederlo a noi, credi che ci divertiamo ad arrampicarci sopra i tetti e a litigare con la gente?»

«Non c’è che dire, abbiamo un sindaco zelante, magari lo fosse allo stesso modo quando manca per ore l’elettricità o si allagano le strade.»

«Mah, io non posso pronunciarmi, è lui che mi paga, anche se dovrei fare il giardiniere non il raccoglitore di antenne.»

«Veramente ti paghiamo noi, ma lasciamo perdere.»

Finirono il caffè, che nonostante il sapore di bruciato era comunque caldo e dolce, e accettarono anche un bicchierino per riscaldarsi. Poi uscirono salutando rispettosamente la donna che stringendosi in una vestaglia pesante li osservava dalla porta insieme al ragazzo.

L’uomo li precedette per aprire loro il cancello. Il camioncino carico di ferri lucidi e parabole ammaccate fece manovra e si avviò per la stradina di terra, sobbalzando sulle pozzanghere e spruzzando acqua melmosa.

«Si sono portati via anche la radio» disse il ragazzo.

«Però hanno lasciato i televisori.»

«La radio si poteva ascoltare anche senza antenna sul tetto, adesso siamo proprio sordi, può succedere di tutto nel mondo e noi non lo sapremo mai.»

«Lo sapremo un po’ più tardi, perché mai

«Perché se a qualcuno farà comodo non farcelo sapere non lo sapremo, e ci puoi giurare che a qualcuno farà comodo.»

«Non farla così tragica, in fondo è un provvedimento per il bene e la salute di tutti.»

«Però almeno la radio, finché qualcuno ancora trasmetterà, mi sarebbe tanto piaciuto poterla continuare a sentire» disse il ragazzo passando la mano nel posto dove era stato appoggiato l’apparecchio a onde corte che si divertiva ad ascoltare la sera tardi, seduto fra il lavandino e la stufa, mentre fuori era buio e freddo e sua madre preparava la cena.

«Non disperare mai nella vita, nel buio pesto si vedono meglio le piccole luci» rispose suo padre sorridendo con aria furba. «E io non faccio sempre il bravo cittadino.»

*

«Ricordavo di averla vista fra la roba di tuo nonno, ma pensavo che neanche funzionasse» disse l’uomo inserendo le pile che aveva tolto da una lampada portatile. In testa aveva ancora qualche ragnatela presa in soffitta. E quella sera una vecchia radio che temeva di essere diventata muta si scosse la polvere dal vecchio altoparlante di carta, svegliò i suoi transistor e riprese a parlare, con una voce che nessuno dei presenti aveva mai sentito. Raccontando di cose che mai avrebbe immaginato quando era ancora giovane e neanche sapeva di satelliti, cavi e altre diavolerie delle quali oggi si parlava tanto.

E per fortuna le pile che le servivano erano ancora usate per le lampade, e comunque lei era sempre stata molto parca nei consumi. E continuava a raccontare, la sera, a un ragazzo che non voleva rassegnarsi ad ascoltare solo le scariche elettrostatiche dei temporali che il governo non era ancora riuscito a proibire.

Ma un po’ alla volta sparirono quasi tutti.

Ogni tanto una voce, per qualche giorno, e poi più nulla per molto tempo. Ma quel ragazzo aveva bisogno di sapere che la sera avrebbe potuto provare a cercare qualcuno, che come lui non credeva né obbediva.

Il cielo fu ripulito da quelle onde che secondo molti portavano la morte, e una delle conseguenze fu la facilità con la quale si riuscivano a ricevere le stazioni più lontane, ovviamente abusive, ora che non c’era più l’affollamento di prima. Ascoltò voci in lingue sconosciute e imparò a riconoscerle almeno dal suono anche se non capiva quello che dicevano. Ed era sempre un parlare frettoloso, come di chi ha troppo da dire e troppo poco tempo per dirlo.

E poi una sera non c’erano più.

Ma un trasmettitore per radio era facile da nascondere e per una che ne scompariva ne nasceva poco dopo qualche altra. Insomma le notizie arrivavano, specialmente quelle brutte, che arrivano comunque.

Ma molte persone ci mettevano uno zelo particolare nel denunciare chi provava a trasmettere via radio, e pian piano fu sempre più raro trovare qualcuno che ci si provasse. In fondo non c’era nulla da guadagnare, mentre ci si rimetteva parecchio se si era colti in flagrante.

Venne dunque il silenzio.

Il ragazzo crebbe e cominciò a pensare a una bella compagna di scuola. Nelle sere d’estate si allontanava verso il paese, alla luce delle stelle che non avrebbe mai più visitato. La radio fu nuovamente riposta da suo padre in soffitta, ben nascosta e senza le pile per non farla rovinare.

«Un giorno ti sveglieremo di nuovo, ne sono sicuro» disse chiudendo il vecchio baule. «Quando gli uomini saranno tornati uomini davvero.»

Ma molto tempo passò. E molto ancora ne doveva passare. La vecchia radio, ora un pezzo d’antiquariato, rimase nella soffitta di quella casa di campagna, dove un giorno un ragazzino l’avrebbe trovata chiedendosi incuriosito di cosa si trattasse.

Probabilmente l’avrebbe smontata per vedere com’era fatta dentro, e i pezzi sarebbero finiti sparsi nell’erba, a inquinare un po’ di terreno prima di tornare ciò che erano stati.

I satelliti restarono lassù, nella fascia di Clarke, allontanandosi pian piano dalle loro posizioni obbligate ora che nessuno più si curava di controllarli.

Rimasero per anni nel buio, a trasmettere il nulla.