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Il Simbolo della Rinascita

“Né la neve né la pioggia né il caldo né l’oscurità della notte fermano questi corrieri dal completare rapidamente il proprio giro.”

(motto dei postini americani – apocrifo)

Edito nel 1985 e insignito del Premio Locus e del Premio John W. Campbell, candidato sia per l’Hugo che per il Nebula, The Postman (uscito in italiano con i titoli L’Uomo del Giorno Dopo e Il Simbolo della Rinascita) è finora l’unico contributo dell’americano David Brin nel campo della narrativa postapocalittica.

Il romanzo riunisce in effetti due novelle, The Postman e Cyclops, pubblicate da Brin negli anni Ottanta, entrambe nominate per il Premio Hugo; nel 1997, ne è stato anche tratto un film – prodotto, diretto e interpretato da Kevin Costner – demolito dalla critica, definito dallo stesso David Brin “un adattamento difettoso e ineguale, ma ambizioso, del mio racconto”.

La storia si affaccia su un futuro devastato da cause lasciate (inizialmente) nel vago: forse una guerra atomica, forse un bombardamento di meteore, forse l’inquinamento. Tutte le conquiste scientifiche (intelligenze artificiali, manipolazioni biologiche e altro ancora) sono state spazzate via. Trascorsi sedici anni dal disastro, attanagliata da un debole eppure devastante inverno nucleare, la costa occidentale degli Stati Uniti è un panorama selvaggio di macerie e foreste, costellata di comunità spaurite e diffidenti che difendono con le armi il poco che posseggono; bande di razziatori e, sempre più spesso, survivalist estremisti vagano per la regione agli ordini di piccoli signori della guerra che si contendono il controllo di ciò che rimane.

In questo scenario desolato Gordon Krantz, un uomo allo sbando che si guadagna da vivere recitando brevi brani di opere shakespeariane, s’imbatte in un furgone postale abbandonato al cui interno giace il cadavere di un portalettere.

La divisa del morto, indossata da Krantz per ripararsi dal freddo, alimenta tra i sopravvissuti l’equivoco che il servizio postale sia stato riattivato (e quindi che un apparato statale sia risorto), trasformando questo vagabondo da finto postino a vero e proprio simbolo di rinascita dell’America, imponendogli suo malgrado la responsabilità di guidare la lenta risalita dall’abisso.

Col suo messaggio lucidamente positivista, il romanzo si fonda su concetti e pilastri narrativi ricorrenti nelle opere di Brin. Il più evidente è la critica feroce alle filosofie supremazioniste, “survivaliste” e – meno esplicitamente – all’oggettivismo randiano, i cui movimenti erano molto diffusi negli stati americani della costa pacifica tra gli anni Settanta e Ottanta (addirittura, presso l’Università di Berkeley, si tenevano mensilmente seminari gestiti dalla Società Oggettivista sulla liceità dell’egoismo quale essenziale bussola morale). Lo stesso Brin ha definito il proprio romanzo un testo “antisurvivalist”.

È poi ironico – e l’ironia non sfugge certo all’autore – che l’emblema del ritorno alla civiltà sia un postino, l’ultimo ingranaggio di un servizio che in America associa roboanti dichiarazioni d’intenti (“né la neve, né la pioggia…”) a risultati spesso al di sotto delle aspettative. Chi resterebbe serio immaginando il proprio portalettere nei panni di Mad Max?

Ma qui l’autore esegue un primo intelligente gioco di sostituzioni, perché se è vero che Gordon Krantz non è un postino, e che difficilmente un postino potrebbe improvvisarsi Mad Max, è anche vero che quest’ultimo sarebbe considerato il cattivo visto che, nel romanzo, gli “holnisti” (ovvero gli “ipersurvivalisti”, i propugnatori della sopravvivenza ad oltranza) rappresentano non solo un fenomeno deteriore, ma addirittura una minaccia al tessuto sociale. Essi hanno portato il darwinismo sociale alle sue estreme logiche conseguenze: la loro idea di società ammette la schiavitù, considera le femmine proprietà dei maschi, riconosce solo il diritto del più forte; c’è, forse, perfino una suggestione di cannibalismo, e di sicuro lo stupro è considerato un atto dovuto.

È proprio questa mentalità, propugnata nel romanzo dal personaggio di Nathan Holn, la vera causa del crollo della civiltà. Se il timore per le emergenti intelligenze artificiali ha scatenato la breve guerra nucleare, e un tentativo di colpo di stato da parte degli “aumentati” (esseri umani fisicamente potenziati e utilizzati come truppe speciali) ha poi contribuito a mettere in ginocchio la società, a impedirle di risollevarsi è stata in ultima analisi l’azione dei “comuni” survivalist che, motivati dalla paura, voltano le spalle al prossimo abbracciando una forma deteriore e terminale di egoistico “ognun per sé, Dio per tutti.”

Gordon Krantz osserva con amarezza che, se la società civile avesse accumulato provviste con la stessa efficienza con cui ha ammassato munizioni, molti problemi si sarebbero risolti da soli.

Altro elemento portante della narrativa di Brin, ugualmente evidente ma più sottile, è l’heinleiniano precetto del TANSTAAFL, ovvero “There ain’t no such thing as a free lunch”: non esistono pranzi gratuiti, le scelte si pagano. Sempre ispirata a Robert Heinlein è l’idea – connessa alla precedente – che le masse debbano essere talvolta ingannate per il loro stesso bene.

Ma se l’eroe heinleiniano, conscio del fatto che nessuno possa mangiare gratis, è in fondo un superuomo corazzato contro le ripercussioni morali dei propri inganni, quelli di Brin sono uomini comuni, e Gordon Krantz paga la rinascita della civiltà con la propria personale dannazione: la necessità di prendere decisioni dalle quali la sua coscienza non lo potrà mai affrancare.

Krantz è un eroe riluttante, un mistificatore (involontario, per lo meno all’inizio) che rimane prigioniero della propria simulazione.

Anche in questo caso Brin capovolge un cliché, perché l’inganno si rivela un elemento positivo: la spinta che la popolazione attendeva per tornare a organizzarsi e uscire dalle tenebre della barbarie.

Tuttavia Krantz non è l’unico simulatore presente nella storia… Ancora più complessa, e molto meno accidentale, è la menzogna costruita dagli scienziati dell’Università dell’Oregon sull’esistenza di un’ultima intelligenza artificiale scampata al conflitto, falsità attorno alla quale ruotano le situazioni esposte nella seconda metà del libro.

La popolazione ha insomma bisogno di credere in qualcosa per ritrovare la speranza, “miti” che devono però ancorarsi a radici reali, alimentati da un autentico investimento emotivo e sociale; perché nell’universo positivista di David Brin le chiacchiere contano molto meno dei fatti.

È per questo che il vero punto di svolta nella rinascita della civiltà non è costituito dal Servizio Postale dei Restaurati Stati Uniti d’America – bugia che progressivamente diviene realtà – né tantomeno da una macchina intelligente e dalla sua promessa di risposte facili a ogni problema – che fandonia nasce e tale rimane –; è necessario invece un sacrificio che dia origine ad un mito autentico, una leggenda potente attorno alla quale la popolazione possa stringersi.

Esiste insomma un prezzo da pagare.

Nel romanzo, il carburante per il mito è il martirio di quaranta donne in una battaglia tanto stupida quanto superflua, che tuttavia segnerà la definitiva scomparsa della minaccia holnista.

Ben lontano dal banale, l’episodio definisce forse l’elemento più potente ma meno esplicito alla base del romanzo: il potere e la forza delle donne.

Il personaggio di Dena, col suo esercito di amazzoni e la sua spicciola filosofia femminista, dà voce al buon senso e alla ragionevolezza.

Tutti i personaggi femminili del romanzo sono particolarmente forti e importanti; si è portati a credere che Brin consideri le donne, in fondo, moralmente migliori degli uomini, ma l’autore, a differenza di vari suoi contemporanei (James Tiptree Jr., ad esempio), sfugge alla retorica evitando in realtà di cavalcare questo concetto: il genere femminile è anzi corresponsabile del disastro, per aver accettato la seduzione dell’holnismo o per aver semplicemente rinunciato a opporvisi.

Infatti, a uguali responsabilità verso la distruzione della civiltà, corrispondono uguali gravosi contributi alla sua rinascita.