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Il Vento dell’Amnesia

Sono molte le opere appartenenti al mondo del fumetto e dell’animazione giapponesi che presentano un’ambientazione postapocalittica. Il fatto di costituire una sorta di società postatomica ha forse spinto disegnatori e artisti nipponici a fantasticare sul futuro dell’umanità ipotizzando scenari in cui il nostro pianeta viene minacciato da devastazioni su larga scala, invasioni aliene, robot giganti, guerre nucleari, epidemie, inquinamento ambientale e quant’altro. Spesso combinando insieme questi ingredienti in intrecci originali e avvincenti.

Anche l’OVA Il Vento dell’Amnesia si colloca in questo filone, proponendo un contesto in cui l’umanità si ritrova decimata e ridotta a vivere di stenti. Tuttavia, a differenza di altre opere, il tramite di un tale scenario risulta assolutamente originale e intrigante, stimolando la riflessione sul valore della memoria e del concetto autentico di umanità.

Trama

Nel 1997 un vento misterioso inizia a soffiare sul pianeta Terra, e tutte le persone che ne rimangono esposte si ritrovano private della memoria, non solo i ricordi ma ogni conoscenza. Il fenomeno determina conseguenze apocalittiche: un’amnesia su scala mondiale che causa la regressione intellettiva dell’intera specie umana, riportandola a condizioni di vita primitive. La capacità di linguaggio viene persa, ogni nozione, dall’arte alla scienza,  dalla storia alla tecnologia… tutto viene spazzato via al pari di qualsiasi propensione allo sviluppo o all’edificazione del vivere civile.

La storia inizia un paio d’anni dopo questo catastrofico sconvolgimento. Ci troviamo a San Francisco; Wataru è un ragazzo di circa sedici anni dai tratti somatici vagamente orientali che vaga di città in città. Diversamente da tutti, pur avendo a sua volta subito gli effetti del “vento dell’amnesia”, egli è in seguito riuscito a riacquistare la memoria del linguaggio e gran parte delle nozioni possedute prima dell’esposizione.

Deve questa sua recuperata normalità all’intervento di Johnny, un ragazzo paraplegico sul quale erano stati condotti esperimenti segreti per il potenziamento delle capacità mentali e che viveva confinato in un edificio governativo. Johnny, l’unica persona rimasta immune al vento, aveva incontrato “Wataru” (nome che lui stesso gli aveva scelto, e che in lingua giapponese significa “viaggiatore”) casualmente, l’aveva preso a cuore ed era riuscito a “guarirlo” sottoponendolo a un trattamento  per il ripristino delle facoltà cerebrali. Dopo la morte di Johnny dovuta a decadimento fisico, Wataru ha seguito le ultime volontà dell’amico: ha intrapreso un viaggio solitario col fermo proposito di riportare conoscenza e speranza alla popolazione.

Lo troviamo dunque a San Francisco,  dove viene prima aggredito da un Guardiano (un implacabile robot gigante che appare impazzito e ha abbandonato la sua funzione originaria di tutela dell’ordine urbano) e in seguito avvicinato dall’indecifrabile Sophia, una donna ieratica dai lunghi capelli rosati, che al pari suo sembra possedere integre tutte le facoltà intellettive.

Viaggiando assieme, i due affronteranno varie avventure imbattendosi in personaggi particolari e in situazioni sociali a dir poco distopiche: una comunità nella quale si venera un enorme robot per le demolizioni, comandato di nascosto da una sorta di sciamano che interagisce a caso con i comandi della macchina e pretende sacrifici umani in onore del “dio meccanico; o ancora una specie di città modello governata da un computer e abitata da due sole persone… che forse persone non sono e che paiono ricoprire svariati ruoli come affetti personalità multiple.

Durante le loro peripezie, Wataru e Sophia s’interrogheranno sulle possibili cause del vento dell’amnesia, un fenomeno generato forse dalle guerre, dall’inquinamento ambientale o da qualche esperimento segreto sfuggito al controllo di qualche governo. La spiegazione del mistero giungerà nel corso del viaggio, e sarà ancor più sorprendente; una spiegazione di cui Sophia in realtà è già a conoscenza…

Commento

Ispirata all’omonimo racconto Kaze no na ha Amunejia (1983) di Hideyuki Kikuchi, già autore di Vampire Hunter D e La città delle bestie incantatrici, Il Vento dell’Amnesia è stato proposto al pubblico nel 1990 e annovera, tra i suoi realizzatori, alcuni nomi importanti dell’animazione giapponese. La regia è affidata Kazuo Yamazaki con la supervisione di Yoshiaki Kawajiri: il primo è conosciuto per la realizzazione degli anime di “Lamù” e di altre opere di Rumiko Takahashi, il secondo invece è famoso grazie a produzioni quali Ninja Scroll, Cyber City Oedo 808 e l’episodio “Program” presente in Animatrix (di cui Kawajiri ha scritto anche il segmento “World Record”).

Madhouse è invece lo studio incaricato dell’animazione: oltre alle collaborazioni con Kawajiri è noto anche per opere quali Trigun, Alexander e Death Note.

Dal punto di vista della grafica, Il Vento dell’Amnesia è abbastanza in linea con le produzioni del periodo e possiede una discreta qualità visiva. Il design e la caratterizzazione dei personaggi risultano più che buoni. Interessante poi la scelta di ambientare la vicenda in un contesto estraneo al Giappone, ovvero gli Stati Uniti: probabilmente dettata anche da strategie di mercato, risulta ben supportata dalla definizione delle scenografie e dei personaggi, per nulla orientali nell’aspetto.

I paesaggi, spesso desolati e semi deserti, appaiono molto suggestivi e ben rendono l’idea di un mondo abbandonato e in rovina. Al contempo trasmettono una sensazione di malinconica ineluttabilità, un senso di calma sublime e primitiva che la natura riesce a trasmettere solamente in assenza dell’uomo.

Per quanto riguarda l’umanità in sé, essa viene analizzata da più punti di vista, mostrando la brutalità selvaggia che deriva dalla mancanza di civiltà, l’ottusità e l’ignoranza che possono venir strumentalizzate e sfruttate, oppure la fragilità e l’inconsapevole schiavitù che può derivare dal rapporto con la tecnologia. Si tratta di esempi quasi esclusivamente negativi, di condanna, contro cui una persona razionale e cosciente come Wataru sente di doversi opporre con decisione. Un invito, quindi, a una presa di coscienza, affinché l’intelligenza umana sproni a vigilare, a essere sempre critici, attenti al valore della storia e della memoria, a non lasciarsi dominare da istinti e desideri egoistici ossia gli unici stimoli cui risponde l’umanità del film.

La memoria regola i rapporti sociali, sia di massa che individuali, le relazioni di coppia e parentali. Privo di ricordi, l’individuo perde coscienza di sé e dei propri legami affettivi, disimparando il valore della famiglia, disconoscendo i propri cari e le persone a cui tiene di più.

L’effetto dirompente del vento dell’amnesia scardina le dinamiche della società umana perché ne sgretola le basi eliminando i ricordi su cui fanno leva i sentimenti. L’affetto e l’amore divengono quindi emblema della smisurata perdita che l’umanità ha subito, la cancellazione di questi sentimenti è ancor più terribile e nefasta dello smarrimento delle conoscenze tecniche e scientifiche. Proprio in tal senso, l’insegnamento ad amare che Sophia, divenuta mentore di Wataru, gli impartisce nel finale come ultimo insegnamento dopo aver rivelato la propria identità, assume un valore inestimabile, il vero seme di speranza per l’umanità. Quest’ultima, solo se nuovamente conscia dell’importanza dei sentimenti, potrà riprendere a crescere ed evolvere, un’evoluzione stavolta intesa come miglioramento, un’evoluzione che mantiene al centro dei propri intenti la salvaguardia della memoria affettiva e sentimentale, il patrimonio più prezioso del singolo individuo e fondamento stesso della civiltà umana.

Vi è infine l’invito al viaggio, a evitare la stasi, a mettersi alla ricerca di nuove conoscenze e di esperienze da condividere. Anche qui l’anime si fa promotore di un messaggio importante: l’esortazione al libero scambio di nozioni e insegnamenti, di qualunque tipo. La diffusione della cultura come strumento di realizzazione di un’autentica uguaglianza tra le genti.

Il viaggio di Wataru è un viaggio che ciascuno di noi dovrebbe intraprendere, una missione intesa a mettere al servizio di tutti  quelle che sono le capacità e le esperienze dei singoli, senza farsi guidare da desideri di possesso e ricchezza. E, se a chiunque viene chiesto di condividere, a tutti deve essere concesso di poter usufruire di ciò che viene condiviso, ovvero di accedere alla cultura e di intraprendere nuove esperienze, senza discriminazioni e disparità. Soprattutto senza condanne per ciò che c’è stato nel suo passato.