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Incipit, il biglietto da visita dell’autore

‘Chi ben comincia è a metà dell’opera’, recita un vecchio adagio. Calzante. Un buon inizio è fondamentale, dato che spesso condiziona la valutazione del potenziale editore e la decisione del possibile acquirente in libreria. In poche parole, può determinare il successo o l’insuccesso di un’opera. Secondo Raymond Carver “L’inizio è importantissimo. Un racconto può ricevere una benedizione o una maledizione dalle sue battute d’inizio”. Appare quindi chiaro che l’esordio di un’opera deve essere efficace. È ciò che trasporta istantaneamente il lettore dalla sua dimensione personale a quella del sogno narrativo creato dall’autore.

Oggi per incipit si intende un inizio di lunghezza variabile, mentre un tempo indicava le prime parole di un testo, o la frase con cui iniziava. Ne riporto di seguito tre tra i più famosi.

“Cantami o Diva del Pelide Achille l’ira funesta…”

“Quel ramo del lago di Como, che volge a Mezzogiorno…”

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”

Come potete vedere, sono talmente noti che non è necessario nemmeno citare i titoli e gli autori. Gli incipit dunque sono fondamentali. Sono pregni di tutto ciò che l’opera contiene, imprimono un marchio al punto da diventare il simbolo dell’opera stessa. Qualcuno potrebbe osservare che il titolo di per sé dovrebbe essere un indizio sufficiente a instradare il lettore. Prendiamo ad esempio Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, Tre uomini in bicicletta di Paolo Rumiz e Francesco Altan, e Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. Sicuramente il primo intriga parecchio grazie a quel ‘fu’ nel titolo. Il secondo richiama Tre uomini in barca (per non parlar del cane) di Jerome K. Jerome. L’ultimo pone l’accento sui sentimenti. Pur contenendo già le caratteristiche interne al rispettivo romanzo, i titoli rimangono comunque esterni allo stesso così come un’insegna su un edificio da visitare. Fungono da richiamo. L’incipit invece è il primo passo all’interno del percorso narrativo.

Secondo Baudelaire, tra il lettore e lo scrittore si deve instaurare un rapporto di complicità, da innescare ancor prima della vera e propria lettura. A questo punto è evidente che, per gettare le basi di un inizio accattivante, dobbiamo conoscere molto bene l’argomento da trattare. In buona sostanza, più è matura la progettazione, più facile sarà trovare forma, ritmo, atmosfera e respiro dell’incipit.

Secondo Dario Corno (Scrivere e comunicare – Teoria e pratica della scrittura in lingua italiana, Mondadori), le fasi del processo di scrittura si possono sintetizzare in: prescrittura, scrittura, riscrittura e revisione. Nel momento della prescrittura, l’autore deve decidere qual è lo scopo del testo e a chi è indirizzato. Segue poi la pianificazione del lavoro. L’incipit è un ponte tra queste due fasi, il momento magico che separa l’autore dal foglio intonso. E le parole che sceglierà saranno la porta d’accesso al sogno che intende riprodurre. Un sogno che deve trasparire in modo accattivante, senza mai svelarsi. Il lettore entra in contatto con lo stile dell’autore, con il suo lessico, e riceve le prime informazioni utili a comprendere il contenuto del romanzo o del racconto.

Esistono diverse tipologie di incipit, solitamente i manuali di scrittura ne riportano tre.

Incipit descrittivo (o introduttivo): si parte da una descrizione, si procede lentamente, concedendo ampio spazio alle atmosfere (vedi I promessi sposi di Alessandro Manzoni).

Incipit narrativo: vengono subito raccontate le azioni dei personaggi, tenendo un ritmo veloce, incalzante (vedi L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto).

Incipit in media res: si parte da un evento centrale alla storia, che è già nel suo sviluppo (vedi Eneide di Publio Virgilio Marone).

Ho inserito questa classificazione perché abbastanza generica da contenerne delle altre. Tuttavia, per maggiore completezza, riprenderò i titoli dei tre romanzi riportati a inizio discorso, analizzandone gli incipit.

Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello inizia così:

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

– Io mi chiamo Mattia Pascal.

– Grazie, caro. Questo lo so.

– E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

– Io mi chiamo Mattia Pascal.

Questo è quando scritto nella ‘Premessa’ che introduce l’opera. Come possiamo notare Pirandello usa il racconto in prima persona. Si tratta di un diario che inizia con una frase d’effetto e che termina con un’informazione clamorosa:

Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii così misera stima dei libri, sieno essi a stampa o manoscritti (come alcuni antichissimi della nostra biblioteca), che ora non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire d’ammaestramento a qualche curioso lettore, che per avventura, riducendosi finalmente a effetto l’antica speranza della buon’anima di Monsignor Boccamazza, capitasse in questa biblioteca, a cui io lascio questo mio manoscritto, con l’obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant’anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte.

Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda… sentirete.

Torniamo al titolo. Quel ‘fu’ ci fa comprendere che Mattia Pascal è morto, ma mai potremmo supporre che si tratti di una persona morta per ben due (e infine tre) volte! Un impatto piuttosto forte, che ci introduce subito nella dimensione tipicamente pirandelliana, in cui prevale la cura per l’indagine sull’animo umano e sulle regole del comune buonsenso stravolte da una continua ricerca di contenuto che coincida con la forma. Quando poi la sostanza delle cose tracima, non identificandosi più con il recipiente, si ha la rottura di ogni schema. Ecco dunque che l’insegna al neon ‘Il fu Mattia Pascal’ crea delle aspettative confermate e rafforzate dalla ‘Premessa’ e mai disattese fino alla fine dell’opera.

Passiamo ora a Tre uomini in bicicletta di Paolo Rumiz e Francesco Altan.

L’introduzione porta il titolo ‘Una strada, un quaderno, una bici’.

“Dove vai?” chiede la moglie al ciclista. “Porto a spasso il bambino che è in me” risponde lui, con la mano già sull’affusto carico di bagagli. Altan ha colto dall’inizio, con una vignetta, il senso di questo viaggio Trieste-Istambul. Non l’impresa, per carità. La Grande Diagonale del Bosforo è alla portata di chiunque sia sano di corpo e di mente. Il senso vero è stato l’immenso, infantile, primordiale divertimento. […] È difficile che una cosa simile si ripeta. La storia di tre caratteri diversissimi, uniti dallo stesso filo rosso e dalla stessa idea dell’andare. Il viaggio lento come goduria liberatoria e totale.

Andando verso Costantinopoli, perdevamo felicemente zavorre, impacci, legami. Un giorno, col sole allo zenit, ci fu un momento simbolico. Fu durante la settima tappa, in mezzo alle campagne della Vojvodina, quando i miei compagni videro che portavo gli slip sotto le braghette con pelle di daino. Poiché la cosa è inconcepibile per i ciclisti veri, iniziò uno sfottimento duro, martellante. Continuò finché, dopo una quarantina di chilometri, non mi appartai in un campo di mais per liberarmi dell’oggetto clandestino. Gli slip volarono in aria, e un ‘clic’ di Emilio li fissò all’apice della parabola come nella scena finale del film ‘Full Monty’.

A scrivere in prima persona è il giornalista Paolo Rumiz. Si avverte subito il taglio giornalistico, incisivo, essenziale, esauriente. In pochissime righe di premessa sappiamo già di che tratta il libro e qual è la finalità del viaggio. Anche in questo caso notiamo come l’insegna al neon del titolo da sola non basti. Funge esclusivamente da richiamo. L’allusione al romanzo di Jerome K. Jerome è un segnale molto chiaro riguardo al tono umoristico della narrazione. Tutto il resto si può dedurre solo dalla lettura dell’incipit.

Concludiamo la piccola carrellata di esempi con Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro.

Opicina, 16 novembre 1992

Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta. Ti ricordi quando l’abbiamo piantata? Avevi dieci anni e da poco avevi letto Il Piccolo Principe. Te l’avevo regalato io come premio per la tua promozione. Eri rimasta incantata dalla storia. Tra tutti i personaggi, i tuoi preferiti erano la rosa e la volpe; non ti piacevano invece i baobab, il serpente, l’aviatore, né tutti gli uomini vuoti e presuntuosi che vagavano seduti sui loro minuscoli pianeti. Così una mattina, mentre facevamo colazione, hai detto: «Voglio una rosa». Davanti alla mia obiezione che ne avevamo già tante hai risposto: «Ne voglio una che sia mia soltanto, voglio curarla, farla diventare grande». Naturalmente, oltre alla rosa, volevi anche una volpe. Con la furbizia dei bambini avevi messo il desiderio semplice davanti a quello quasi impossibile. Come potevo negarti la volpe dopo che ti avevo concesso la rosa? Su questo punto abbiamo discusso a lungo, alla fine ci siamo messe d’accordo per un cane.

Ci troviamo di fronte a una narrazione sotto forma di diario, rivolto però a una persona particolare che è la destinataria di tutte le riflessioni e i ricordi di chi lo scrive. La solita insegna al neon ci suggerisce subito che si tratta di un’opera che induce alla riflessione e all’introspezione. L’incipit ci conferma che ci troviamo nel giusto. Lo stile semplice e raffinato riesce a sintonizzarsi senza fatica sulla giusta frequenza di chi legge, per l’appunto, con il cuore. E sempre al cuore si riporta l’autrice nelle parole finali dell’opera concludendo così:

E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.

Non a caso ho scelto tre incipit di opere scritte in prima persona. Dal raffronto notiamo subito che, a parità di condizioni (si tratta in pratica di diari), gli stili narrativi ci introducono in dimensioni completamente diverse tra loro, per forma, contenuto e tipologia di linguaggio.

La classificazione di incipit che ho riportato in questo articolo è in effetti puramente indicativa. Non esiste una regola vera e propria. Ogni scrittore può scegliere liberamente se iniziare con una frase d’effetto piuttosto che con un dialogo, una descrizione, o una considerazione. Può cominciare dal principio, in media res e perfino dal finale. L’unica cosa che conta veramente è creare le giuste aspettative per indurre a proseguire la lettura, tenendo bene a mente che il lettore non va mai ingannato. Se in corso di revisione ci accorgiamo che in qualità di autori non abbiamo rispettato le premesse dell’incipit, vuol dire che la narrazione è sbilanciata o che la progettazione non è stata curata a sufficienza. O molto semplicemente che quello non è il modo corretto di aprire le porte del nostro sogno narrativo. Il che confermerebbe l’opinione di Blaise Pascal: “L’ultima cosa che si scopre scrivendo un libro, è come cominciare.”