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Incontro con Rama

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Ecco un libro che ha vinto più o meno tutti i premi che è possibile vincere nel campo della fantascienza, generato due seguiti, un videogioco e adesso si parla pure di un film. Ha anche ispirato un romanzo (Eon, di Greg Bear) a sua volta vincitore d’importanti premi.

Insomma, una cosettina sconosciuta che ha bisogno di presentazione più o meno quanto la forza di gravità o il motore a scoppio.

Ma cosa rende così affascinante questo libro? Be’, andiamo per ordine. Intanto ecco un breve accenno della trama.

Nel ventiduesimo secolo, dopo un impatto catastrofico avvenuto sessant’anni prima (peraltro in Italia), l’umanità scruta con attenzione il cielo, osservando con cautela gli asteroidi che potrebbero causare una nuova catastrofe. Così, quando un nuovo oggetto celeste, proveniente da fuori il Sistema Solare, appare, viene immediatamente avvistato e catalogato. Esaurite quelle grecoromane, lo si battezza col nome di una divinità indiana: Rama. Ma Rama non è un asteroide. È invece un enorme oggetto artificiale alieno. La sua orbita lo porterà a sfrecciare attraverso il Sistema, passando vicinissimo al Sole per poi allontanarsi definitivamente. Non c’è il tempo di organizzare una spedizione; solo un’astronave, l’Endeavour (dal nome del dell’antico vascello dell’esploratore Cook) si trova casualmente già in una posizione idonea a poter intercettare il misterioso oggetto. Il compito di studiare Rama toccherà quindi all’equipaggio di questa nave “qualunque”.

Sapendo che il romanzo è di poco posteriore a quell’altra opera celeberrima di Clarke, 2001: A Space Odissey, e ripensando ad altri suoi romanzi precedenti, non c’è davvero bisogno di leggere il libro fino in fondo per intuire che molti (quasi tutti in realtà) dei misteri di Rama rimarranno insoluti. Non si tratta di un giallo, è il “semplice” incontro dell’umanità con qualcosa di antichissimo e ignoto. Molti misteri vengono chiariti. Molti restano insoluti.

La narrazione si sofferma spesso a descrivere al lettore le dimensioni ciclopiche e l’antichità immensa di Rama: come le piramidi ma più grande, più arcaico, più alieno. Grande abbastanza da contenere un proprio clima, con nuvole e temporali, ed estraneo quanto serve per suscitare teorie religiose e panico.

E qui arrivo finalmente al punto. Leggere Incontro con Rama come se fosse un whodonit porta a un’inevitabile delusione. Leggerlo come uno studio di caratteri, anche: le personalità sono nette ma abbozzate, giusto il tanto da caratterizzare i personaggi. Il punto di forza di questo libro è piuttosto la meticolosità quasi pedante nel descrivere l’ambiente alieno. Il modo sorprendente in cui la fisica contraddice le aspettative in un mondo che, per quanto immenso, è l’interno cavo di un cilindro rotante. Non è facile per un libro di hard-sf coniugare godibilità e accuratezza. Non ci sono sfide banali o melodrammatiche. I problemi, talvolta causati dal timore dell’uomo di fronte all’ignoto o da un’audacia eccessiva (e mi tengo qui sul vago per non rovinare la sorpresa a chi non avesse già letto il libro), vengono risolti in modo rigoroso, da manuale di fisica. Clarke riesce nell’impresa apparentemente impossible di rendere interessante la forza di Coriolis.

Descending from some hidden source in the clouds three or four kilometres away was a waterfall, and for long minutes they stared at it silently, almost unable to believe their eyes. Logic told them that on this spinning world no falling object could move in a straight line, but there was something horribly unnatural about a curving waterfall that curved sideways, to end many kilometres away from the point directly below its source

A tre o quattro chilometri di distanza, proveniente da una sorgente nascosta delle nuvole, c’era una cascata, e rimasero a guardarla per lunghi minuti, silenziosamente, quasi incapaci di credere ai loro occhi. La logica diceva loro che in questo mondo rotante nessun oggetto poteva muoversi in una linea retta cadendo, ma c’era qualcosa di orribilmente innaturale in una cascata che si piegava di lato, fino a cadere a vari chilometri di distanza dal punto direttamente al di sotto della sua origine.

Una testimonianza ulteriore della rigore scientifico del romanzo e della sua popolarità è il nome adottato dal progetto reale per sorvegliare gli asteroidi in transito nel Sistema Solare: safeguard, come quello che nel libro porta all’avvistamento di Rama.

E poi c’è un altro aspetto: se le sorprese di questo mondo diverso rendono il libro avvincente, è proprio l’alienità in sé che lo rende affascinante. Come già in 2001, anche qui il lato poetico (sì, mi sento di usare questo termine) consiste proprio nell’estraneità, nel distacco che separa l’umanità da questo oggetto immenso e antichissimo. Nel misurare l’umanità con un metro che la fa apparire microscopica.

Un oggetto è apparsa nel cielo, abbiamo compreso alcune cose di esso, ma molto rimane al di là di noi…

Le voci di trarre un film (basato su effetti speciali e computer grafica) dal soggetto di Clarke circolano già da diverso tempo; a quanto pare il progetto è anzi già affidato al regista David Fincher (Alien3), anche se non c’è assolutamente nulla di ufficiale. Staremo a vedere, e che il Santo Patrono della Fantascienza ci assista…