Alessandro Vietti
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Intervista ad Alessandro Vietti

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Giampietro Stocco | Che tipo di scrittore è Alessandro Vietti?

Alessandro Vietti | Credo che in Alessandro Vietti convivano molte tipologie di scrittore. Tra tutte ritengo venga privilegiata l’anima dello scrittore tecno-scientifico, ovvero colui che utilizza la narrativa come filtro per l’analisi dei rapporti tra l’uomo e gli aspetti tecnologico-scientifici della realtà in cui vive.

Del resto, se ai tempi della sua età d’oro la fantascienza poteva a buon diritto essere considerata una narrativa di anticipazione, oggi l’innovazione scientifica e tecnologica ha raggiunto velocità talmente vertiginose da rendere quantomai arduo alla letteratura fantascientifica il compito di “anticipare”. Questo tuttavia non implica la fine della fantascienza, come indicato da molti, bensì a mio avviso prelude a una sua evoluzione che dovrebbe portare a una sua affermazione e a un suo consolidamento, facendola diventare l’unico strumento letterario davvero capace di catturare e sottolineare le implicazioni, le minacce, le ansie e le contraddizioni di una società ormai soggiogata dalla scienza e dalla tecnologia, e le conseguenze che scienza e tecnologia hanno o potranno avere sulla vita, le abitudini, la cultura, il comportamento e lo spirito degli esseri umani. È altresì evidente che, pur in questo contesto, la fantascienza non può rinnegare le sue radici popolari e deve rimanere fedele a uno degli scopi istituzionali della narrativa di genere, che è quello di saper anche creare intrattenimento. Per questo, in seconda battuta, Alessandro Vietti è anche uno scrittore cui piace indugiare sulla contaminazione con altri generi, il mistery e il thriller innanzitutto. E non bisogna sottovalutare questo aspetto che, invece di sminuire la fantascienza, la rende una delle letterature potenzialmente di più forte impatto all’interno dell’intero panorama della narrativa, perché le consente di coniugare il puro divertimento del lettore allo stimolo di riflessioni inedite sulla realtà e sulle prospettive del mondo in cui viviamo, analisi che, per sua natura, solo la fantascienza consente di fare. E scusate se è poco.

GS | Tu hai cominciato con un botto, il premio Cosmo nel ’96 e uno splendido romanzo, Cyberworld, molto più bello di altri classici del cyberpunk d’oltreoceano. Hai avuto dei modelli o si è trattato di un’elaborazione autonoma?

AV | Devo dire che, per le modalità con cui avvenne, la genesi di Cyberworld fu un’esperienza molto particolare. Ai tempi della scrittura del romanzo non avevo letto molto cyberpunk, né potevo considerarmi un esperto del genere, almeno dal punto di vista della narrativa. Anzi… Ammetto che, paradossalmente, non avevo amato affatto Neuromante di Gibson. Ne avevo apprezzato gli aspetti puramente letterari e stilistici, ma nel complesso il romanzo mi aveva lasciato perplesso. Anche per questo motivo, avendo deciso di scrivere un romanzo che si svolgesse interamente all’interno di una realtà virtuale, volli cercare una strada che sfuggisse agli stereotipi consolidati del cyberpunk. Insomma, non era nelle mie intenzioni scrivere un romanzo cyberpunk e, in effetti, per molti versi Cyberworld sfugge alla catalogazione classica del genere. Innanzitutto Cyberworld è un mondo virtuale che, per lo meno nelle intenzioni, aspira a essere organizzato e regolamentato, contrariamente al cyberspazio “classico”, dipinto invece come una sorta di far-west privo di leggi. In secondo luogo Cyberworld vede l’assenza sostanziale di multinazionali o di organizzazioni criminali che tramano nell’ombra a discapito dei protagonisti. Infine l’integrazione dell’uomo con la tecnologia non è così radicata e profonda come quella raccontata da Gibson e soci, e per questo, a mio avviso, la tecnologia di Cyberworld finisce per essere più realistica, per lo meno nell’ottica di un futuro ravvicinato. D’altro canto la trama di Cyberworld nasce dall’integrazione di forti elementi di rivendicazione sociale, su tutti la contrapposizione tra realisti e virtualisti, e da aspetti umanistici che partono dalla presunzione dell’uomo nei confronti della propria tecnologia, rispetto alla quale egli si sente onnipotente, per giungere a sfiorare temi più profondi come il senso della realtà e il ruolo del divino. Da questi punti di vista Cyberworld nacque come un’elaborazione assolutamente autonoma, aiutata dalla lettura di una granq quantità di saggi sul tema della realtà virtuale. Se poi, nonostante ciò, il romanzo venne etichettato comunque come cyberpunk, credo sia da imputare a due fattori non trascurabili. Innanzitutto il titolo scelto dall’editore proprio nell’ottica più squisitamente commerciale di voler far rientrare il romanzo nel filone narrativo cyberpunk, titolo che dunque non corrisponde al primo titolo originale da me proposto che era Mondi senza ombre, e in secondo luogo lo stile. Scrissi il romanzo nella versione pressoché definitiva in soli tre mesi, in uno stato mentale quasi di stream of consciousness. Ero appena laureato e disoccupato a tutti gli effetti. E anche grazie a questa libertà mentale riuscii a “entrare” nella storia in un modo che aveva qualcosa di stupefacente. Fu qualcosa di simile a una cavalcata letteraria ipnotica e psichedelica (e sono molti i riferimenti di questo “stato” all’interno del testo). In questo contesto creativo molto coinvolgente adottai un linguaggio rapido, evocativo, spesso gergale e tecnico che meglio si adattava per descrivere le sensazioni ambientali di una realtà informatica totalizzante, ma che nel complesso riavvicinò suo malgrado il libro al genere cyberpunk, per lo meno dal punto di vista dello stile.

GS | Secondo te ha ancora senso parlare di cyberpunk?

AV | Quasi paradossalmente, la bolla del cyberpunk è scoppiata nello stesso momento in cui ha visto profilarsi all’orizzonte la realizzazione di certi aspetti da esso stesso evidenziati, su tutti la globalizzazione e la rivoluzione informatica globale, con la digitalizzazione della conoscenza e la nascita di Internet. Questo non deve sorprendere, perché di fronte alla prospettiva della realizzazione di tecnologie capaci di rivoluzionare la vita dell’uomo come non succedeva forse dall’epoca dell’invenzione del telefono o del motore a scoppio, il cyberpunk era riuscito a costruire intorno a sé una potente mitologia culturale, un movimento, un punto di vista, una sorta di ecologia mentale capace di contaminare diversi aspetti dell’area della creatività, narrativa, saggistica, fumetti, musica, cinema. Ma giacché ogni mitologia trae gran parte della sua linfa vitale dalla suggestione immaginativa dell’elemento ignoto o comunque non direttamente tangibile, quando gli ingredienti fondanti del cyberpunk cominciarono ad affacciarsi realmente nella vita di tutti giorni, persero gran parte della loro carica stimolatrice. Da questo punto di vista, tuttavia non credo che il cyberpunk non esista più. Probabilmente si è solo trasformato in qualcosa di diverso, essendosi liberato dal fardello di vincoli tematici e stilistici che si era autoimposto. A questo proposito mi viene in mente il romanzo Uno di noi di MICHEAL MARSHALL SMITH, in cui il lavoro del protagonista è di fungere da contenitore temporaneo di ricordi altrui. Le premesse non sono molto diverse da Johnny Mnemonic. Eppure il romanzo di Smith non può essere più considerato cyberpunk. È qualcosa che va oltre, un esempio azzeccato di quello in cui, a mio avviso, il cyberpunk si è trasformato.

GS | Tu sei ligure. Esiste secondo te una via regionale alla fantascienza?

AV | Sebbene in effetti esistano numerosi esponenti, almeno qui in Liguria, che si occupano di fantascienza ad alto livello, penso a MILENA DEBENEDETTI, ROBERTO QUAGLIA, CLAUDIO ASCIUTI, DOMENICO GALLO, non esistono elementi locali che possano giustificare una via privilegiata regionale alla narrativa fantastica. Non esiste una scuola, né una tradizione. Non esiste in Liguria, come non esiste in alcun altra regione italiana. Del resto è già difficile pensare a una via nazionale alla fantascienza, figuriamoci regionale. Le diverse esperienze autoriali sono sempre state soggettive e può essere solo frutto del caso che molti autori si siano ritrovati riuniti in un ristretto ambito territoriale. Tuttavia, volendo rintracciare una matrice comune, almeno per quanto riguarda la fantascienza in Liguria, mi piace pensare che la presenza del mare con il suo orizzonte senza confini, le sue profondità scure e perennemente nascoste, il suo impeto di fronte al quale l’uomo si vede impotente, e il suo intenso potenziale evocativo, possa aver contribuito a stimolare le sensibilità predisposte verso un’immaginazione di tipo fantastico. Non è certo un caso che nel lontano passato la nascita di miti e leggende, precursori orali della letteratura fantastica, sia stata promossa proprio dalle suggestioni di quella distesa d’acqua senza confini, dai suoi abissi profondi e inconoscibili popolati di creature sfuggenti e per questo misteriose, cui era difficile attribuire contorni, dai suoi pericoli, dalle sue insidie. Del resto, lo spazio, che è sempre stato uno dei topos privilegiati della fantascienza, ha molti più aspetti in comune con il mare di quanti si possa immaginare.

GS | A cosa stai lavorando adesso?

AV | Da qualche mese ho terminato il mio terzo romanzo, sul quale ho lavorato per quasi cinque anni, e che è attualmente in giro in cerca di un editore. Si tratta di una vicenda costruita sull’incastro di più trame dai contorni mistery e thriller, alla quale fa da sfondo l’accostamento tra i due luoghi che, come dicevamo prima, più di tutti hanno forgiato l’immaginazione e lo spirito dell’uomo: il mare e il spazio. Visti come metafore dell’infinito e del mistero, ma anche del cambiamento, del sogno, della libertà e dell’origine della vita, il mare e lo spazio accompagnano così i protagonisti, umani, robot e alieni, in una crociera che non è solo un viaggio fisico, ma anche, e soprattutto, un’esperienza che cambierà per sempre ciascuno di loro. Per questo motivo è senza dubbio il libro che più di ogni altro finora mi ha emozionato scrivere e al quale, da ligure e amante incondizionato del mare, tengo di più. Ma per adesso non posso dire altro. Per il resto ora sto svolgendo alcune ricerche tecniche di supporto per un altro romanzo breve che dovrebbe essere pronto entro l’anno. Parlerà di una missione su Marte. Ma sarà una missione condita da alcuni elementi inediti molto particolari e insospettabilmente molto attuali…