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Intervista a Dario De Judicibus

Dario de Judicibus, giornalista, scrittore di saggistica e narrativa, consulente di informatica e strategia aziendale, impegnato in campo sociale.

Laureato in fisica nel 1984 è entrato nel 1986 in IBM, dove ha lavorato come consulente. Si è occupato di metodologie di soluzione dei problemi e processi decisionali.

Dopo una serie di ricerche nel campo del riutilizzo del software e della tecnologia di programmazione orientata agli oggetti, si è dedicato allo studio delle metodologie di condivisione della conoscenza ed è diventato esperto di gestione della conoscenza (Knowledge Management). Ha tenuto diverse conferenze presso università e istituti di ricerca italiani.

Nel 1999 ha fondato Padri ad Ore, associazione a favore della bigenitorialità e nel 2003, assieme ad altre associazioni di genitori separati, la Federazione Nazionale per la Bigenitorialità (Fe.N.Bi.), della quale è consigliere nazionale, con lo scopo di favorire un cambiamento culturale nell’ambito dei divorzi a favore della pari dignità fra i uomini e donne e del principio di bigenitorialità.

Nel 2004 ha fondato la rivista digitale L’Indipendente (ISSN 1824-8950), sulla quale scrivono diversi collaboratori, fra cui alcuni giornalisti.

Stefano Baccolini | Ciao Dario, cercando qua e là informazioni sul tuo conto, ho scoperto che sei una persona molto eclettica: che ci azzecca la tua passata carriera militare e il tuo lavoro di consulente informatico con il fantasy?

Dario De Juducubus | Beh, ho iniziato a leggere fantascienza e fantasy ben prima di fare il militare e di lavorare in informatica. In effetti i primi libri “seri” li ho letti che avevo solo sei anni: Salgari, Verne, Welles, Swift. I classici, insomma. È da lì che mi è venuta la passione per il fantastico. D’altra parte la mia formazione è prevalentemente scientifica, essendo un fisico, e agli scienziati il fantastico piace particolarmente…

SB | Una domanda da “inedito” a “edito”: come hai fatto a farti pubblicare? E dall’Armenia, poi: una casa editrice abituata a offrire grandi cicli legati ai giochi di ruolo, non certo avvezza a dare una possibilità a uno scrittore esordiente (nel fantasy).

Dario De Juducubus | Forse questo lo dovresti chiedere a Giovanni Armenia… Scherzi a parte, avevo già scritto per Armenia un paio di libri, uno sul rapporto fra genitori e figli e uno sulle relazioni sociali. È più facile farsi pubblicare un saggio che un romanzo, e spesso un saggio è un buon biglietto da visita; quanto meno dimostra che sai scrivere. Naturalmente il romanzo non lo hanno comprato a scatola chiusa. C’è stata una revisione molto seria e approfondita da parte dell’editore e devo dire che hanno fatto davvero un ottimo lavoro di analisi e correzione. I problemi più grossi sono stati relativi al nome e alla copertina, che in genere Armenia compra assieme al romanzo da tradurre. Nel mio caso, essendo il primo italiano pubblicato da loro, la copertina doveva essere disegnata appositamente. All’inizio ne ho proposta una io, disegnata da una brava illustratrice italiana, ma l’editore ha ritenuto che fosse troppo “atipica” per il genere in questione, per cui ne ha fatta fare una più tradizionale che è poi quella che è stata utilizzata per la prima edizione. Per quanto riguarda il nome, io personalmente ritenevo che il mercato fosse pronto per un autore italiano, anche se Giovanni Armenia era poco convinto del fatto che non volessi usare uno pseudonimo anglosassone. In effetti aveva ragione lui, e il fatto di aver pubblicato con il mio nome ha generato qualche resistenza da parte di alcuni librai ad ordinare il romanzo, ma io sono ancora convinto della mia scelta, anche se ho dovuto pagarla un certo prezzo dal punto di vista commerciale. Il mio sogno è quello di far accettare la narrativa fantastica in Italia come genere letterario di spessore a tutti gli effetti. Chissà: magari un giorno un romanzo italiano di fantasy potrebbe avere una “nomination” per uno dei tanti premi letterari più prestigiosi.

SB | La caratteristica che più colpisce visitando il tuo sito dedicato a La Lama Nera è la cura che tu attribuisci all’ambientazione. Il porre attenzione ai particolari è anche un modo per sconfessare chi ritiene il fantasy un tipo di letteratura superficiale ed edonista. Da dove nasce la tua meticolosità?

Dario De Juducubus | Credo che esista un equivoco di fondo: molti, soprattutto fra i critici letterari “seri”, pensano che la narrativa fantastica (fantascienza, fantasy e horror), essendo basata su elementi del tutto immaginari, spesso slegati dalla realtà di tutti i giorni, sia una sorta di letteratura di serie B, puro intrattenimento, insomma. In realtà non c’è nulla che impedisca a un romanzo di questo tipo di competere alla pari con la letteratura “seria”. Il fatto di ambientarlo in un mondo immaginario, di costruire una trama sfruttando elementi puramente fantastici come tecnologie futuristiche o magia, non impedisce che si possa dare ai personaggi, o appunto all’ambientazione e soprattutto alla trama un certo “spessore”. Il problema è che mentre un romanzo storico o comunque ambientato nella vita reale si avvantaggia del fatto che lo scenario è già bello e pronto, nel fantastico bisogna costruire tutto da zero. Personalmente ritengo che l’introduzione di elementi immaginari non autorizzi lo scrittore a costruire uno scenario debole, incoerente o comunque irrealistico. Ad esempio, il fatto di trovarsi in un mondo fantasy non vuol dire che il clima o l’orografia del terreno non debbano essere definite secondo criteri rigorosamente scientifici e quindi realistici. Persino la magia deve avere delle regole, altrimenti tutto è possibile e alla fine si rischia di perdersi negli “effetti speciali” piuttosto che concentrarsi nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi.

SB | Ho letto che quando scrivi eviti letture di genere per non rischiare di incorrere in déjà vu. Una preoccupazione davvero fuori dal comune, in un triste panorama editoriale pieno di cloni. Da cosa deriva questo tuo aureo precetto. Rispetto per i lettori o una tua esigenza personale di stupire?

Dario De Juducubus | Prima di essere uno scrittore sono stato (e sono) un lettore. Ho una biblioteca di oltre 5.000 volumi, in italiano e in inglese. Non amo i cloni ma non ritengo neppure funzionale cercare di stupire a tutti i costi. So che qualunque cosa possa scrivere sarà sempre e comunque influenzata, anche inconsciamente, da ciò che ho letto. D’altra parte questo è vero anche in altre arti, come la musica, ad esempio. Ogni scrittore è stato influenzato da altri scrittori. Quello che è importante è che ciò che scrivo sia comunque mio, qualcosa che nasce da me, del tutto originale nella sua creazione. È una questione di serietà professionale. Se volevo limitarmi a fare soldi con i libri avrei scritto un romanzo erotico farcito di ipotesi pseudo-realistiche di complotti o misteri legati a qualche fatto o personaggio reale, in modo da scatenare dibattiti e polemiche.

SB | Hai degli autori a cui fai riferimento come modelli? E quando hai iniziato a scrivere fantasy? Prima che entrasse nel cuore di molti neofiti, infatti, era un genere di nicchia per adolescenti e persone ritenute immature. Hai dunque il cuore di un ragazzino?

Dario De Juducubus | Voglio sperare di sì. Essere adulti non vuol dire sostituire il nostro essere bambini con qualcosa di estremamente “maturo” e “serio”. L’essere “infantili”, nel senso buono del termine, ovvero spontanei, diretti, quasi ingenui nel porsi, comunque aperti a idee ed esperienze, persino l’essere un po’ folli, è fondamentale a mio avviso per fare di una persona un individuo completo. Non siamo solo corpo e mente, ma anima ed emozioni, non possiamo vivere solo di ragione, ma lasciare che un pizzico di pazzia dia colore alle nostre vite. La maggior parte degli adulti portano una maschera di serietà e responsabilità, ma sotto quella sono solo dei bambini capricciosi che giustificano razionalmente i loro desideri e le loro fantasie. Ho sempre scritto, da ragazzo: poesie, racconti brevi, articoli, anche se non ho mai pensato di pubblicare alcunché. Scrivevo per me, un po’ come uno si siede la sera, prende una chitarra e lascia che le dita danzino sulle corde per esprimere la propria anima. Verso la metà degli anni Ottanta ho cominciato con gli articoli di informatica. Ho continuato così per vari anni finché non mi hanno chiesto di raccoglierli in un libro. Fin da giovane sognavo di scrivere romanzi, soprattutto per ragazzi. Ho anche sviluppato un progetto di una collana per ragazzi dietro richiesta di Armenia, che poi, tuttavia, ha cambiato idea e ha deciso di focalizzarsi sulla narrativa fantasy per adulti. Autorizzato da Armenia, ho sottoposto il progetto ad altre case editrici e aspetto una risposta. Non mi dispiacerebbe scrivere qualcosa per un pubblico più giovane. Vedremo… In quanto agli autori che mi hanno ispirato di più, direi sicuramente Clarke, Vance, Farmer e Anderson per la fantascienza, Moorkock, Le Guin e Norton per il fantasy.

SB | Sei entrato da poco in una famiglia ristretta, quella degli autori fantasy italiani. Ma a differenza di alcuni tuoi colleghi hai puntato su un romanzo dall’intreccio maturo. Come giudichi l’evoluzione del movimento in Italia? Il fantastico ha ancora un futuro o l’entusiasmo dei lettori si affievolirà man mano verrà meno il ricordo di SdA?

Dario De Juducubus | Ho letto la prima volta Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli che avevo 14 anni. Allora quasi nessuno conosceva Tolkien in Italia. Al contrario del mondo anglosassone, dove il fantastico ha un ruolo di tutto rispetto nel panorama letterario, da noi, se un libro non è socialmente impegnato, caratterizzato politicamente o storicamente, non è considerato serio. In Italia un grande regista non avrà mai il coraggio di cimentarsi con un genere come quello fantastico e, se si esclude Salvatores con il suo Nirvana, la nostra produzione in questo campo è quasi nulla. Eppure pellicole come Matrix e SdA hanno dimostrato che si può fare un grande cinema anche con fantascienza e fantasy: il fatto che un libro o una pellicola siano d’intrattenimento non vuol dire necessariamente che debbano essere di scarsa qualità. Ma la nostra realtà è partigiana, provinciale, ci parliamo troppo addosso e alla fine non sappiamo divertirci. Finché perdurerà questa mentalità, sarà ben difficile che il nostro Paese riesca a competere nella letteratura e nel cinema fantastico con la grande produzione anglosassone. C’è poi il problema che siamo malati di una certa “esterofilia”, per cui tutto ciò che viene da fuori è buono, quello che facciamo noi no. Viviamo purtroppo di pregiudizi e contro quelli è dura combattere.

SB | Ci hai spiegato come hai creato il tuo mondo, ma da dove scaturiscono i personaggi de La Lama Nera? E ce n’è uno che credi rispecchi il tuo modo di essere?

Dario De Juducubus | Il problema principale quando scrivi un libro è il rischio di costruire i tuoi personaggi come estensioni di quello che sei, di quello in cui credi. Pensate ad attori come Hoffman e Pacino: la loro grandezza sta nella capacità di impersonare personaggi totalmente diversi da loro. Un buon attore deve essere capace di violentare se stesso diventando ciò che non è. Per uno scrittore il problema si moltiplica: bisogna essere capaci di disegnare personaggi estremamente diversi, in cui persino incoerenza e idiosincrasie sono, per assurdo, assolutamente coerenti. Ho costruito i miei personaggi come ho costruito il mio mondo: pezzo per pezzo, selezionando difetti e virtù in parte a tavolino, in parte su fattori casuali, per simulare l’irrazionalità e l’incoerenza tipica degli esseri umani. Ad esempio, mentre Aggart è una figura “ricca”, complessa, Ona Ettài è un personaggio molto “piatto”, quasi inconsistente come caratterizzazione. C’è un motivo perché è così, ma non si capirà fino al terzo libro. Tutto, nei miei libri, ha una ragione d’essere.

SB | Sei molto attivo nel sociale, in qualità di Presidente dell’associazione “Padri ad Ore” che si batte a favore della pari dignità dei genitori. Vuoi parlarci di quest’impegno e credi che il fantasy possa veicolare messaggi importanti oltre all’abusatissima e classica lotta tra bene e male?

Dario De Juducubus | Credo che la nostra società sia troppo focalizzata sugli aspetti materiali e poco sui sentimenti. Per anni si è negato ai padri separati il loro diritto/dovere di genitori, ignorando la terribile sofferenza di quei bambini che si sono visti diventare senza alcun motivo orfani di un genitore e di quei genitori che, pur amando i propri figli ed essendo del tutto idonei al loro ruolo, si sono visti strappare i figli senza alcuna colpa. Certo, alla base esistono fortissimi interessi economici che, alimentando una cultura del conflitto, hanno costruito un giro d’affari miliardario a cui molti non vogliono rinunciare. Di questo non si parla. I giornalisti si occupano del problema solo quando qualche genitore, disperato, inscena qualche atto assolutamente folcloristico, di quelli che fanno effetto ma che, alla fine, non aiutano a comprendere davvero il problema. Se poi si deve discutere seriamente della cosa, lo si fa proprio con coloro che hanno tutto l’interesse a non cambiare nulla. Ai genitori separati viene data la parola solo per raccontare la propria storia, strappare quella lacrimuccia che fa tanto “audience”, eppure molti di noi sono ben preparati in materia, sia sul piano legislativo, giuridico, psicologico che sociale; ma a quelli di noi che potrebbero dire come stanno effettivamente le cose, non viene dato spazio se non da qualche radio o giornale locale. I media nazionali, salvo rare eccezioni, come SKY, preferiscono il folklore e gli “arrabbiati”: anche qui, contano solo gli effetti speciali.

SB | Parlaci del tuo giornale digitale, “L’Indipendente”: cosa ritieni che gli altri “non ci dicano”? E da dove nasce la tua voglia e quella dei tuoi collaboratori di raccontarcelo?

Dario De Juducubus | Non si dice ciò che non conviene dire. Non si ha il coraggio di raccontare le cose come stanno, quelle che tutti conosciamo ma che nessuno osa dire. Da noi l’informazione non esiste: è sottomessa a un sistema clientelare in cui persino gli scandali e i dibattiti sono strettamente regolamentati, in un gioco delle parti che mantiene un divario fra un sistema feudale che nulla ha da invidiare a quello medioevale, e tutti gli altri. Una volta mi chiesero che differenza ci fosse fra una dittatura e una democrazia. Risposi che in una dittatura non è permesso dire tutto quello che si vuole, in una democrazia si può fare, purché non si cerchi di dimostrarlo. Credo che questo renda l’idea…

SB | Vista la varietà dei tuoi interessi mi sento di chiedertelo: terminata la trilogia con cui hai esordito, ti dedicherai ancora al fantastico? E hai già qualcosa in mente da poter sin da ora incuriosire i tuoi lettori?

Dario De Juducubus | Come ho detto, mi piacerebbe iniziare la collana per ragazzi che ho disegnato. Tuttavia ho già iniziato a scrivere la trama di una seconda trilogia, ambientata cronologicamente prima di quella attuale. Lo so, non è originale, ma mi è venuto quasi naturale pensare di raccontare la storia dei genitori di Aggart… Poi c’è l’idea di tradurre la prima trilogia in inglese e confrontarmi sul mercato americano. Non ho paura del confronto, ma tradurre un libro è molto costoso, al di là delle mie attuali possibilità economiche e, per quanto conosca ben l’inglese, non è qualcosa che possa fare da solo. Per il resto, chissà… Vedremo: a volte ho l’impressione che non sia lo scrittore a scrivere le storie, ma le storie a trovare qualcuno che le racconti.

Un grazie a Dario per essersi prestato alla nostra intervista e un in bocca al lupo per il futuro.