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Intervista a Giada Robin – Giada Pancaccini

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Studentessa, fotomodella, cantante, attrice, curatrice del proprio spazio web, organizzatrice di eventi e aspirante archeologa, Giada Pancaccini è indubbiamente una ragazza dotata di una personalità poliedrica e attiva. Livornese, classe 1991, amante di manga, anime e musica metal, da qualche anno ha inoltre iniziato la propria avventura nel mondo del cosplay partecipando a fiere e contest nazionali con il nome d’arte di  Giada Robin, scelto ispirandosi al noto personaggio Nico Robin della serie One Piece di Eiichiro Oda.

Conosciamola meglio nell’intervista realizzata per Terre di Confine.

Leonardo Colombi | Innanzitutto benvenuta su Terre di Confine e grazie per la disponibilità offerta per questa intervista. Cominciamo quindi con la prima domanda: chi è  Giada Robin?

Giada Robin | È l’identità segreta di Giada Pancaccini, una ragazza semplice e piena di sogni, che va ancora a scuola e conduce la propria vita come meglio crede. Attualmente vive a Livorno, dove ha appena terminato gli studi liceali diplomandosi in lingue (parla Inglese, Spagnolo e Tedesco) e lavora come fotomodella alternativa presso alcuni studi fotografici, che ogni tanto le propongono set a tema cosplay o di semplice modeling per cataloghi e concorsi. La sue passioni, oltre al cosplay, abbracciano la musica e il teatro, ai quali forse deve la sua predisposizione per il canto lirico. Ma il suo sogno più grande è diventare archeologa e girare il mondo! Chissà se un giorno ci riuscirà…

LC | Giada e il cosplay: come e quando vi siete conosciuti?

GR | La prima volta che ho visto dei cosplayer, senza sapere minimamente che cosa fosse il cosplay, è stata a Lucca Comics & Games 2007. Accompagnata da un gruppo di amici, restai subito folgorata da tutti questi personaggi dei fumetti che vagavano per la città. Mi sembrava di trovarmi in un mondo a parte, dove ogni sogno poteva diventare realtà. Avendo già avuto esperienze da attrice in teatro, rimasi completamente affascinata dalla cosa e decisi di provare a interpretare i miei eroi preferiti. L’anno successivo, a Lucca Comics & Games 2008, io e lo stesso gruppo di amici vestivamo i panni della ciurma di Monkey D. Rufy dal manga One Piece. Quell’anno, coincidenza, si teneva pure l’Italian One Piece Cosplay Contest, una gara appositamente dedicata a quell’opera, a cui decidemmo di partecipare riuscendo incredibilmente a ottenere il primo posto come miglior gruppo. Questa prima esperienza, al di là della vittoria conseguita, è stata così entusiasmante da spronarmi a continuare l’avventura nel magico mondo del cosplay.

LC | Nico Robin è indubbiamente un personaggio molto affascinante: quanto vi assomigliate tu e l’archeologa della ciurma di Monkey D. Rufy?

GR | A parte la somiglianza fisica, condividiamo l’amore per l’arte e la storia, abbiamo elementi del nostro passato molto simili, un atteggiamento critico e razionale, la fissazione per stivali e cappelli (in particolar modo se sono viola) e, naturalmente, lo stesso sogno nel cassetto.

LC | Rimanendo in tema One Piece: se potessi scegliere, quale frutto del diavolo mangeresti?

GR | Vorrei dire quello di Nico Robin ma, siccome risulterebbe troppo scontato, scelgo quello dell’ammiraglio Aokiji, tanto per andarmene in giro a congelare la gente.

LC | Quando hai iniziato a interessarti di manga e anime? Quali sono le serie che prediligi e che segui con maggior entusiasmo?

GR | Fin da bambina ho sempre guardato i cartoni animati in TV, come capita a tutti durante l’infanzia. L’interesse vero e proprio per anime e manga è sorto invece all’età di 12 anni, circa, quando alcuni compagni di classe delle medie portavano i fumetti da leggere durante le ore di noia. Grazie a loro, per esempio, ho scoperto che All’arrembaggio si chiamava One Piece e che su YouTube era possibile vedere le puntate non ancora uscite in Italia. Fu così che iniziai a farmi una cultura!

A questo punto, tutti si aspetteranno di sentirmi dir che One Piece è la mia serie preferita… invece mi dispiace deludervi, ma si piazza solamente al secondo posto. Il manga che amo in assoluto sopra ogni altro è Berserk!

Altre serie nella mia personale top ten sono: Angel SanctuaryLe Chevalier D’EonClaymoreTrinity BloodHellsingFull Metal AlchemistDeath NoteTengen Toppa Gurren Lagann.

LC | Quale influenza hanno anime, manga e videogame nella scelta dei tuoi personaggi?

GR | Io credo che a influenzare le scelte non siano tanto le serie di per sé, ma i personaggi. All’interno di un’opera, anime, manga o videogioco che sia, ce sempre almeno un protagonista a cui ci sentiamo più vicini per vari motivi: aspetto fisico, carattere, vicissitudini personali ecc. Quando si sceglie un cosplay, lo si fa in base a ciò che in qualche modo c ha colpito, stupito o che ci ha insegnato qualcosa. Perché dai personaggi degli anime si può imparare tanto!

LC | Quanto tempo dedichi alla realizzazione di un cosplay? Sia per quanto concerne la creazione di abito e oggettistica sia sul piano della caratterizzazione, della gestualità e di tutto ciò che contribuisce alla resa del personaggio.

GR | L’impegno per confezionare il costume e creare gli accessori varia molto a seconda della complessità degli stessi e della quantità di tempo libero disponibile: possono occorrere ore, oppure giorni, settimane, mesi addirittura, nei casi più disperati. Purtroppo tra lavoro, scuola e impegni vari, il tempo non è mai abbastanza.

Per studiare l’esibizione, invece, bastano pochi giorni o anche solo la sera prima di salire sul palco. Questo almeno vale per me. L’importante è avere le idee chiare su come impostare la scena, se riprodurre fedelmente l’atteggiamento del personaggio da interpretare o semplicemente proporne una parodia, esasperandone alcuni aspetti caratteristici. Altri dettagli da considerare dipendono, ad esempio, dal fatto di recitare una scenetta doppiata o dal vivo, dall’eventuale presenza di oggetti scenici per la coreografia e, non da ultima, la scelta della giusta colonna sonora.

LC | Tra quelli da te realizzati, qual è il costume che ti ha regalato le maggiori soddisfazioni e quello che ti piacerebbe riproporre?

GR | A livello interpretativo e di somiglianza direi Nico Robin di One Piece, Kurenai di Naruto e Lust diFull Metal Alchemist; a livello sartoriale, invece, citerei Astarte di Angel Sanctuary, Charlotte diBerserk e Lilith di Trinity Blood.

In generale, però, quello che mi ha convinto di più è il cosplay di Emma, da Le Chevalier D’Eon, con cui ho partecipato al recente ICC (Italian Cosplay Contest) conseguendo un discreto quarto posto.

LC | Noto che tra i tuoi cosplay ce ne sono due, a mio avviso, di molto particolari. Cosa puoi raccontarci del tuo costume di Tarja Turunen, ex cantante del gruppo metal Nightwish? È lecito, anche nel caso di personaggi del mondo del cinema e della musica, parlare di cosplay?

GR | Tarja Turunen è l’ex cantante del mio gruppo preferito; ho sempre provato per lei una grande ammirazione perché la trovo bellissima e bravissima nel suo mestiere, anche ora da solista. Per questo l’ho sempre presa a modello nei miei studi musicali. La scelta di trasformarla in cosplay è nata da alcune considerazione espresse da alcune persone che, sentendomi cantare le canzoni dei Nightwish, mi fecero notare la somiglianza timbrica con la voce di Tarja e che avrei potuto fare da ‘cover singer’ in qualche gruppo. Da qui l’idea di vestirmi come lei, cantando le sue canzoni più celebri, unendo le mie passioni, musica e cosplay, in una cosa sola. Il cosplay è un fenomeno in continua espansione ed è normale che si apra anche ad altri ambiti; anzi ultimamente artisti come Lady Gaga o Michael Jackson vanno molto di moda nel mondo del cosplay.

Una volta, interpretando personaggi del cinema o della musica, si parlava di imitatori o sosia, adesso invece si parla di cosplayer. Quindi, anche se la tradizione vuole che il cosplayer si riferisca esclusivamente a personaggi di manga e anime (animazione giapponese, quindi sarebbero esclusi anche i mitici supereroi americani), nel gergo comune ormai si può fare cosplay interpretando un qualsiasi personaggio esistente, disegnato o reale che sia. Tra l’altro, in merito all’accostamento di musica e cosplay, i giapponesi già ci avevano pensato agli inizi degli anni Ottanta, vestendo i panni di alcuni membri di band J-Rock o J-Pop.

LC | Il secondo personaggio che mi ha incuriosito è invece Hiroko, dell’anime di genere hentaiBible Black Gaiden. C’è un motivo particolare dietro tale scelta?

GR | Ecco che iniziano le domande imbarazzanti… a cui risponderò senza problemi. A dire il vero dietro questa scelta non c’è nulla di particolare: il mio ragazzo mi ha convinto a realizzare il cosplay di Hiroko per partecipare in coppia con lui al Rimini Comics 2010. Comunque per realizzare la scenetta anch’io ho visto Bible Black, soprattutto alcune scene importanti, e rispetto a tanti altri anime ha pure una bella trama XD.

LC | Cosplay e recitazione: qual è la tua opinione in merito al ruolo che gioca l’interpretazione e l’immedesimazione nella resa di un personaggio?

GR | Secondo me l’interpretazione deve essere uno dei punti focali nel cosplay: non avrebbe senso indossare un ‘costumone’ e poi rimanere immobili sul palco come uno stoccafisso. Almeno per come la vedo io, che mi sento più cosplay performer, non so mai stare ferma e quando interpreto un personaggio cerco sempre di mettere in luce la parte ‘play’.

LC | In Giappone e negli USA spesso vengono prodotti live action dedicati a fumetti e videogame. Anche questi fenomeni, secondo te, influiscono sulla diffusione del cosplay? E perché, invece, in Italia, si investe poco su tali produzioni?

GR | La produzione di live action può essere un modo per diffondere il cosplay anche se, personalmente, ci credo poco, perché non so quanto si possa realmente riprodurre in corti del genere. Ne ho visti tanti, ma devo ammettere che sono stati pochi quelli che davvero rispettavano fedelmente i personaggi, le ambientazioni e la storia.

In Italia, invece, non c’è molto spazio per i live action, forse proprio perché la maggior parte dei cosplayer nostrani punta più sui costumi che sull’interpretazione dei personaggi, come invece accade in altre nazioni.

LC | Quali sono, a tuo avviso, gli elementi di forza del cosplay, quelli che maggiormente contribuiscono al proliferare di tale passione?

GR | Ogni volta che interpreto un personaggio è un’emozione nuova e spiazzante. M, al di là di tutto, alle fiere c’è l’occasione di incontrare nuovamente amici lontani conosciuti proprio grazie alla medesima passione per il cosplay e, in quei momenti, ci si può divertire tutti insieme. Probabilmente la vera forza del cosplay risiede proprio in questa possibilità di condivisione.

LC | Cosplay in gruppo o in solitario: quali sono i principali vantaggi e quali gli svantaggi più ostici?

GR | Preferisco il cosplay di gruppo, come mi è capitato più volte di fare: risulta un’esperienza decisamente più divertente.

Però non è una scelta assoluta: se guardiamo al lato competitivo, in base alla complessità del costume indossato è più facile vincere le gare partecipando in gruppo o, viceversa, se il personaggio proposto è piuttosto semplice, in singolo. Infine, all’atto pratico, per la scenetta da rappresentare sul palco è chiaramente più difficile accontentare i gusti e le preferenze di un gruppo, mentre se si è da soli non sussiste alcuna restrizione.

LC | Oltre al cosplay, nella vita di  Giada Robin ci sono anche altre passioni quali il canto e la recitazione: cosa ti va di raccontarci in merito?

GR | Il canto è una passione che coltivo fin da quando ero piccola. Ho cominciato con le sigle dei cartoni animati di Cristina D’avena e Giorgio Vanni, mentre oggi sono soprano e una metallara convinta. A essere sincera non ho mai preso seriamente lezioni di canto perché, purtroppo, non ne ho avuto la possibilità, ma ora che ho terminato gli studi liceali spero di potermi finalmente dedicare sul serio a questa passione finora trascurata dal punto di vista tecnico, e affinare tutto ciò che ho imparato da autodidatta. Nonostante ciò, ho però maturato alcune esperienze sia all’interno di band sia da solista, come ospite di eventi.

LC | Cosplay e modeling sono realtà che vanno di pari passo eppure, mentre la seconda sembra avere valenza professionale, la prima è considerata come un hobby o poco più. È davvero così? Può il cosplay tramutarsi in occasione imprenditoriale o di valorizzazione culturale?

GR | Cosplay e modeling sono fenomeni molto vicini ma da non confondersi l’uno con l’altro. Per realizzare dei set fotografici di modeling è necessaria, appunto, una certa dose di professionalità, sia da parte del fotografo sia da parte del modello, soprattutto quest’ultimo essere capace di trasmettere parole, idee, sensazioni ed emozioni anche solo con un semplice gesto o sguardo. Credo quindi che fare la fotomodella sia molto più difficile che realizzare qualche servizio fotografico in cosplay.

Poi, naturalmente, ci sono senz’altro cosplayer molto abili nel presentare i propri personaggi durante i set fotografici, con una cura minuziosa nelle pose per riprodurre fedelmente la copertina di qualche manga o la scena di qualche anime, ma non mi permetterei mai di considerarli dei fotomodelli a tutti gli effetti. Il cosplay è prima di tutto una passione e dovrebbe rimanere tale, essere valorizzato come fenomeno in continua evoluzione e come forma artistica, ma non certamente come un qualcosa su cui si possa lucrare, a meno che non si organizzi o presenti un evento.

LC | Può la musica costituire un’evoluzione o essere un vero e proprio scenario da esplorare per il cosplay? Oppure rimangono passioni difficilmente conciliabili?

GR | Personalmente cerco in qualche modo di conciliarle. Lo dimostra il fatto di aver scelto di realizzare il cosplay di Tarja Turunen e che nel 99% dei casi in cui mi esibisco in pubblico preferisco cantare, piuttosto che fare altre cose. Non a caso sono organizzatrice e presentatrice dell’Anime Rock Party 2011, un evento che si terrà sabato 16 luglio a Livorno e che punta proprio a unire musica e cosplay.

LC | Ogni cosplayer che si rispetti possiede almeno un sito personale o un blog per promuovere la propria passione. Qual è la rilevanza che Internet e il web possiedono nell’ambito del cosplay e quale il tuo rapporto con le nuove tecnologie?

GR | L’uso di internet è importantissimo per la comunicazione, la diffusione e la condivisione, non solo per il cosplay ma per ogni tipo di attività. Un grande contributo l’hanno offerto sicuramente i social network come Facebook, dove è possibile creare, oltre al classico profilo personale, anche la propria fan page. Inoltre chi ha un sito personale è sempre avvantaggiato e gode di una maggiore visibilità, e lo dico per esperienza, constatando l’evoluzione che ho avuto da quando ho aperto il mio spazio web personale all’indirizzo www.giadarobin.it. Il sito mi ha dato l’opportunità di farmi conoscere ulteriormente e di ricevere tante proposte lavorative nel settore, come quelle di organizzare e/o presentare eventi oppure a parteciparvi come ospite.

LC | Considerando che il cosplay richiede una certa dose di esibizionismo ed esuberanza, possiamo considerarlo un antidoto alla timidezza?

GR | Credo proprio di sì, però bisogna sempre cercare di non esagerare, nel senso che non ci si deve rifugiare dietro a una maschera per sentirsi migliori. Sono d’accordo che assumere le sembianze di un eroe dei fumetti, in quel momento, ci faccia nascondere la timidezza, ma non dobbiamo mai dimenticarci di chi siamo realmente una volta tolta la maschera. Nel mio caso, Giada Pancaccini e Giada Robin, anche se di fatto sono la stessa persona, devono rimanere due identità separate: Giada Pancaccini è una comune studentessa, mentre Giada Robin è la cosplayer che si trasforma in personaggio sul palco.

LC | Quali sono le principali difficoltà a cui un principiante va incontro e quale il consiglio che ti senti di dare a chi vuol cimentarsi con il cosplay?

GR | La difficoltà principale di un neo-cosplayer o di chi ancora proprio non si è cimentato nel cosplay, è quella di procurarsi il costume: non tutti sono abili sarti e non tutti si possono permettere di cucire il costume interamente da soli, sia per mancanza di capacità sia per mancanza di tempo materiale per la sua realizzazione.

Non nego che anch’io, agli inizi, mi sono dovuta comprare alcuni costumi su eBay, perché non sapevo nemmeno attaccare un bottone, ma poi l’esperienza nel settore mi ha portato anche a imparare come realizzarli e, grazie all’aiuto di mia nonna (senza di lei non ce l’avrei mai fatta), adesso riesco a realizzare in autonomia dei costumi più che decenti.

Per il make-up e gli accessori mi sono sempre arrangiata da sola ma, all’occorrenza, mi faccio aiutare dal mio ragazzo Aluren, anche lui cosplayer, esperto in make-up e realizzazione accessori.

Quindi, ricapitolando, per i principianti è consigliabile farsi aiutare da qualcuno e, magari, chiedere qualche dritta ai cosplayer più esperti.

Non sopporto poi chi sostiene che il vero cosplayer è solamente colui che si realizza i costumi da solo, come se nel cosplay prevalesse solo questo aspetto prettamente materiale rispetto alla parte interpretativa. Da qui la divisione in cosplay maker (colui che si fa il costume) e cosplay performer (colui che interpreta il personaggio). Secondo me è un concetto sbagliato e un tantino ipocrita, visto che la parola cosplay è la contrazione di ‘costume’ e ‘play’: alla fine non conta tanto chi realizza il costume, ma come questo viene indossato.

Credo comunque che chiunque possa fare cosplay e che si possa essere degli ottimi cosplayer senza possedere competenze sartoriali, perché ciò che conta è interpretare al meglio il personaggio scelto e, soprattutto, divertirsi, senza farsi abbattere da critiche e polemiche.

Perciò consiglio a chiunque volesse cominciare a intraprendere questa strada di avere tanta, ma tanta passione e soprattutto pazienza!

Vi ringrazio per questa intervista. Un salutone!