Invasori Terrestri (Invaders from Earth | 1958) di Robert Silverberg
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Invasori Terrestri

Invasori Terrestri (Invaders from Earth | 1958) di Robert Silverberg

Anteprima testo

PRESENTAZIONE

Nella carriera letteraria di Robert Silverberg, per sua stessa ammissione, si possono distinguere tre fasi ben separate: la prima, che va più o meno dagli inizi nel lontano 1954 fino al 1964 circa, è caratterizzata da una eccessiva prolificità e da una notevole propensione per l’avventura spaziale di facile consumo; la seconda, che parte dal 1964 per arrivare fino al 1976, è maggiormente segnata da un deciso, continuo miglioramento stilistico e da un forte impegno sociale e morale; la terza, che va dal 1979-80 in poi, riprende un discorso interrotto da una drastica decisione di abbandonare una luminosa attività letteraria fantascientifica (decisione presa peraltro in un momento di particolare sconforto e dovuta a determinate tendenze del mercato editoriale americano tipiche di quel periodo) e sembra, per il momento, riassumere le migliorate qualità letterarie e tecniche del «secondo». Silverberg con la «verve» immaginativa del «primo» Silverberg. Ci sembra inoltre anche molto vicina all’orientamento odierno verso un tipo di fantascienza non eccessivamente impegnato e contaminato da elementi spiccatamente fantastici.

Da noi Silverberg è certo rinomato soprattutto per le storie drammaticamente umane, piene di provocante impegno sociale, stilisticamente mature e valide del secondo periodo, opere ormai classiche come Thorns (Brivido crudele), To Live Again (Vertice di immortali), Tower of Class (Torre di cristallo) Downward to the Earth (Mutazione) The Second Trip (Il secondo viaggio) Hawksbill Station (Base Hawksbill), Shadrach in the Furnace (Shadrach nella fornace), Born with the Dead (Oltre il limite). Sarebbe sbagliato tuttavia di fare di tutt’erba un fascio e passare nel dimenticatoio tutta la prima fase della carriera di questo straordinario scrittore. Se infatti è ben vero che gran parte delle storie composte negli anni cinquanta erano opere di routine, basate su triti cliché e sfornate a getto continuo per soddisfare le richieste dei direttori di collane e riviste minori dell’epoca, è anche altrettanto vero che alcune di queste storie si distinguono dalla massa della produzione del «primo» Silverberg e meritano un discorso a parte: storie che rimangono a tutt’oggi ancora valide, leggibili, e piene di una forza, di un vigore narrativo difficilmente riscontrabile in altri autori (non bisogna dimenticare tra l’altro che Silverberg vinse nel 1956 un premio Hugo come autore più promettente dell’anno). Queste opere, pur essendo sempre prevalentemente d’azione, spiccano in genere per presentare forti contrasti umani o tra l’uomo e l’ambiente ostile di mondi lontani. Citiamo in particolare Recalled to Life (1957), Master of Life and Death (1957), Valley Beyond Time (1957), The Wages of Death (1958), The Seed of Earth (1962), questo Invaders from Earth (1958) e il celebre ciclo scritto in collaborazione con Randall Garrett e firmato con lo pseudonimo comune di Robert Randall (il ciclo, composto di due romanzi, The Dawning Light e The Shrouded Planet, verrà pubblicato presto in questa stessa collana, per la gioia degli appassionati di Silverberg). In quasi tutte queste storie, ma soprattutto in Master of Life and Death e in questo Invaders from Earth, il protagonista viene posto di fronte a scelte drammatiche, difficili; si tratta di opere amare, ma forti e robuste, avvincenti. Significativa la vicenda di Road to Nightfall, racconto rifiutato all’epoca (si era nel 1954) da tutte le riviste perché trattava con estrema sincerità e crudezza un tema considerato allora (e forse ancor oggi) rivoltante: il cannibalismo.

È interessante fare un piccolo excursus su alcune opere di questo «primo» Silverberg. Master of Life and Death, in particolare, meriterebbe un esame approfondito: questo libro, un vero e proprio gioiello, è un eccezionale tour de force, il cui protagonista viene continuamente posto di fronte a scelte sempre più impossibili e decisive, e la filosofia uscente, pur se dura da digerire, è quella del fine che giustifica i mezzi, del bene dell’umanità intera a spese del male, e della morte anche, del singolo. Raramente abbiamo letto un’opera così avvincente e così scioccante: la pirotecnica sequenza di problemi che costringe a un’azione furiosa e violenta, frenetica, il protagonista, viene proposta dall’autore con una maestria davvero unica e mai più raggiunta neppure dallo stesso Silverberg. Il mondo e l’eroe corrono sul filo del disastro totale: la Terra è in preda a grandiosi problemi di sovrappopolazione, un gruppo di alieni si intromette nei programmi spaziali degli umani e, per finire, uno scienziato imprevidente ha inventato un siero dell’immortalità che può soltanto rendere le cose ancora peggiori. La bravura di Silverberg sta nel rimescolare il tutto e nel tenere sempre viva l’attenzione del lettore con una girandola di sorprese e con una tecnica degna di un Dashiell Hammett o di un Raymond Chandler. E in effetti la cruda ma realistica filosofia del protagonista è reminiscente di certi romanzi polizieschi degli anni quaranta ormai entrati nella storia della letteratura moderna e resi celebri anche da certe trasposizioni cinematografiche (ci riferiamo, ovviamente, al «Falcone maltese» e al «Grande sonno», interpretati dall’insuperabile e mai troppo compianto Humphrey Bogart).

Master of Life and Death rimane dunque il capolavoro del «primo» Silverberg; già apparso in Italia una decina di anni fa su Galassia non è detto che non venga da noi ristampato tra qualche tempo, magari sulla nostra collana di classici, Cosmo Oro.

Altri due romanzi, tuttavia, meriterebbero un certo approfondimento, Recalled to Life e questo Invaders from Earth, imperniati entrambi su soggetti degni di seria considerazione: la possibilità di una resurrezione medica dei morti, e la maniera in cui i metodi pubblicitari possono venir adoperati per manipolare l’opinione pubblica. I due libri sono piuttosto diversi come impostazione: mentre Recalled to Life è un tentativo, riuscito diremmo a metà, di fare della fantascienza più impegnata letterariamente e più vicina al «mainstream», questo Invaders from Earth entra più nei canoni della fantascienza classica. Entrambi, tuttavia, approfondiscono con notevole sagacia le implicazioni degli argomenti trattati, cosa che è piuttosto difficile trovare in opere di quel periodo. Invaders from Earth, in particolare, riesce a darci una visione estremamente convincente del mondo delle agenzie pubblicitarie del ventunesimo secolo, visione tanto interessante e convincente che ci sentiremo di affiancare questo romanzo a un classico riconosciuto della sf sociologica degli anni cinquanta, quel The Space Merchants che fece la fortuna del duo Pohl e Kornbluth e che per primo iniziò un discorso sull’influenza della pubblicità e dei mass media in genere. In realtà, se non fosse per il finale piuttosto ingenuo e tradizionale, potremmo tranquillamente considerarlo sullo stesso piano di Master of Life and Death o inserirlo nella sequenza delle opere del «secondo» periodo, proprio per merito delle sue critiche e del suo impegno sociale e politico.

La trama parte sostanzialmente dalla scoperta, fatta dalla Corporazione per le Ricerche e lo Sviluppo Extraterrestre, che Ganimede, una delle lune di Giove, è ricca di minerali di grosso valore; la luna è tuttavia anche abitata da una razza di esseri intelligenti e semi civilizzati che non intendono essere sottomessi. E così la Corporazione, capeggiata da uno spietato gruppo di speculatori, assolda l’agenzia pubblicitaria dove lavora il protagonista per creare un’atmosfera di furente rabbia contro gli indigeni alieni, in modo da poterli spazzar via con il pieno supporto del popolo terrestre e con i fondi delle Nazioni Unite. Quando il protagonista, il giovane Ted Kennedy (chissà se Silverberg ha adoperato questo nome per un semplice caso oppure volutamente), si reca su Ganimede per rendersi conto del «colore» locale in modo da dare maggiore autenticità al suo imbroglio, egli può osservare la brutalità degli uomini della Corporazione, specialmente del loro leader, verso i nativi e verso chiunque mostri della simpatia per loro. Impara poi che la non-violenza è essenziale nella filosofia degli alieni e che essi accettano le dure condizioni del loro mondo stoicamente, imparando a vivere come parte della Natura. Essi insegnano e predicano il rispetto di tutte le forme di vita, in modo da farsi parte della «corrente dell’essenza». E potremmo dire che proprio questo è il ruolo fondamentale che gli alieni ricopriranno in tutta la narrativa del «secondo» Silverberg: essi sono «persone», «gente»; posseggono intelligenza e tradizioni culturali che meritano rispetto quanto quelle terrestri; forniscono inoltre una prospettiva, un termine di paragone con cui misurare la condotta dell’uomo; e infine, possono insegnare all’uomo ciò che egli ha ignorato o dimenticato. In particolare, ci balza subito alla mente Mutazione, scritto in pieno «secondo» periodo, un’opera che potremmo quasi considerare un rifacimento di questo Invaders from Earth compiuto da un Silverberg più maturo e dalla tecnica più affinata. Nel 1957, tuttavia, il giovane Silverberg doveva ancora rendersi conto appieno del potenziale insito in questo soggetto ed era ancora troppo influenzato dalle tendenze commerciali dell’epoca: ecco dunque un romanzo chiaramente ancorato al tipo di sf che si produceva negli anni cinquanta, simpaticamente avventuroso, (il che non è certo di per sé un difetto, benintesi!) certamente superiore alla media delle opere di quel periodo e pieno di spunti interessanti e che lasciano presagire la grandezza e i vertici letterari che verranno raggiunti dall’autore negli anni successivi.

Sandro Pergameno

CAPITOLO PRIMO

La notte prima, Ted Kennedy ebbe una premonizione. E come molte premonizioni, venne in forma di sogno. Le armi lampeggiavano, gli innocenti morivano, le fiamme si diffondevano sulla terra. Torreggianti funghi termonucleari incombevano nel cielo. Si agitò, convulsamente, sospirò, quando si svegliò e ripiombò nel sonno. Ma quando venne il mattino, era pallido e stanco; troncò il ronzio insistente della sveglia con uno scatto spazientito del polso e lasciò penzolare le gambe dal bordo del letto, strofinandosi gli occhi. Lo scroscio dell’acqua gli disse che sua moglie era già sveglia e stava facendo la doccia.

Lui non si svegliava mai facilmente. Ancora intontito, attraversò la stanza da letto, raggiunse il cassettone di cedro, cercò a tentoni la vestaglia e si avviò verso la cucina. Premette i pulsanti dell’autocuoco per preparare la colazione. Una di queste mattine, pensò ironicamente, avrebbe avuto tanto sonno che avrebbe ordinato sandwich di bistecche anziché la solita pancetta.

Quando tornò in camera da letto per vestirsi, Marge era uscita dalla doccia e si stava asciugando con l’abituale, spaventoso vigore mattutino.

— La colazione è pronta? — chiese lei.

Kennedy  e cercò a tastoni nell’armadio il suo abito migliore, quello verde-scuro ornato di pizzi rossi. Quel giorno aveva bisogno di fare bella figura; qualunque fosse il tema della conferenza al Nono Piano, doveva essere importante, e non capitava tutti i giorni che un addetto alle pubbliche relazioni del terzo livello venisse convocato al Nono Piano.

— Devi aver fatto un brutto sogno questa notte — disse all’improvviso Marge. — L’ho capito. Ci stai ancora rimuginando.

— Lo so. Ti ho svegliata?

Lei sorrise, quel sorriso luminoso che Io sbalordiva tanto, alle cinque del mattino. Erano sempre stati diversi, in quello… lui si alzava tardi ed era ancora fresco anche quando la mezzanotte era passata da un pezzo; lei era vivace ed euforica dalle prime ore del mattino fino a metà della serata. — Non mi hai svegliata, no. Ma mi accorgo che pensi ancora al sogno. Parlamene… e sbrigati. Non vorrai arrivare in ritardo.

— Ho sognato che eravamo in guerra — disse lui.

— In guerra? E con chi?

Lui esitò. — Non lo so. Voglio dire, non ricordo le cause. Ma era una guerra terribile… e ho la sensazione ossessiva che siamo stati noi a cominciarla.

— Com’è possibile che ci sia una guerra? Se ne stanno tutti in pace, tesoro! È così da anni. Non ci saranno più guerre sulla Terra, Ted.

— Forse non era sulla Terra — disse lui, oscuramente. Cercò di riderci sopra e di non pensarci più, e quando ebbe finito di fare colazione l’irrazionale marea di paura aveva incominciato a recedere un poco. Mangiarono in silenzio. Kennedy non era mai un conversatore brillante, a colazione. Erano quasi le sei quando finirono e Marge mise i piatti nella lavastoviglie; il sole stava sorgendo sulle basse colline del Connecticut. Kennedy finì di vestirsi, tirando il colletto per impedire che il passamano di nastro lo strozzasse, e si passò sulle spalline una leggera incipriatura di polvere dorata. Marge restò vestita com’era: lavorava in casa, e progettava arredamenti e tappezzerie.

Alle 6 e 18 in punto Kennedy uscì sotto il portico di casa sua e alle 6 e 20 la lucida Chevrolet-Cadillac del ’44 si fermò davanti a lui con Alf Haugen al volante. Haugen era un uomo massiccio, con la faccia carnosa e gli occhi acuti; aveva la scrivania dietro a quella di Kennedy nell’ufficio della Steward & Dinoli, e quella settimana toccava a lui portare la macchina per accompagnare anche i colleghi. Tra tutti e sei, Haugen aveva la macchina migliore, e ci teneva a ostentarla.

Kennedy si avviò quasi al trotto lungo il vialetto per raggiungere l’auto di Haugen. Si voltò a salutare Marge con la mano e notò, con una certa irritazione, che era uscita sotto il portico indossando soltanto la trasparente veste mattutina. Alcuni degli uomini a bordo della macchina erano scapoli e, a differenza di Haugen, Kennedy non amava ostentare apertamente i suoi tesori. Marge era una bella donna, ma lui non ci teneva a dimostrarlo a Lloyd Pressile o a Dave Spalding, o a nessun altro.

Si infilò sul sedile posteriore; Pressile e Mike Cameron si scostarono per fargli posto. Haugen premette il pulsante dell’avviamento, il motore turboelettrico ronzò, e la macchina si avviò in direzione della città.

Apparentemente, Spalding stava raccontando una storiella quando si erano fermati per prendere a bordo Kennedy. Adesso era arrivato alla battuta finale: risero tutti e cinque… tutti quanti, tranne Kennedy.

Kennedy detestava Spalding. Il giovane del quarto livello viveva nel complesso di appartamenti tre miglia più avanti, lungo la stessa strada; era scapolo, profondamente appassionato a tante cose, e non lasciava quasi mai scoprire agli altri ciò che pensava veramente. Non era una caratteristica che lo rendesse molto simpatico alla gente, e forse era per quello che era tuttora al quarto livello, dopo tre anni alla Steward & Dinoli. Non era un segreto che il vecchio Dinoli preferiva avere ai livelli più alti tipi estroversi e sposati.

— Qualcuno di voi sa qualcosa di ciò che sta bollendo in pentola per oggi? — chiese all’improvviso Mike Cameron.

Kennedy girò la testa di scatto verso sinistra. — Come, che cosa bolle in pentola? Hanno convocato anche te al Nono Piano?

Cameron annuì. — Tutti quanti. Persino Spalding. Immagino che Dinoli abbia mandato il memorandum a tutti quelli del terzo e del quarto livello, ieri pomeriggio. C’è qualcosa di grosso che bolle in pentola, credetemi, amici!

— Forse l’agenzia sta per sciogliersi — suggerì in tono acido Lloyd Pressile. — O forse Dinoli ha portato via un branco di pezzi grossi a Crawford & Burstein e tutti noi verremo retro cessi di tre gradi.

Haugen scrollò la testa. — Deve essere qualche nuovo, grosso account catturato dal vecchio. Ho sentito Lucille che ne parlava, poco prima della chiusura. Quando avete dubbi, chiedetelo alla segretaria di Dinoli! — Rise, sguaiatamente. — E se lei è riluttante a parlare, pizzicatela un pochino.

La macchina si inserì nell’arteria principale della Thruway. Kennedy guardò pensieroso, attraverso il finestrino, i paesetti che gli sfrecciavano accanto, trenta metri al di sotto del lucente nastro bianco della strada. Parlava poco. Gli echeggiavano ancora negli orecchi i rombi delle esplosioni delle bombe H, il ricordo del sogno della notte precedente. E comunque, si sentiva ancora intontito dal sonno.

Un nuovo, grosso account. Bene, anche in questo caso, non avrebbe riguardato lui. Aveva incominciato a occuparsi delle relazioni pubbliche della Federates Bauxite Mines soltanto una settimana prima… era un progetto a lungo termine, il cui scopo ultimo era convincere gli abitanti di una vasta zona del Nebraska che la loro economia non sarebbe stata sconvolta e la loro acqua non sarebbe stata inquinata dai cercatori d’alluminio che erano da poco piombati da quelle parti. Aveva appena incominciato le ricerche preliminari: non gli avrebbero tolto quel lavoro tanto presto.

Oppure sì?

Era impossibile prevedere ciò che avrebbe fatto Dinoli. Quello delle pubbliche relazioni era un campo difficile e in rapida evoluzione, e il raggio delle sue attività era in continua espansione.

Kennedy si sentiva stranamente teso; una volta tanto, il ronzio regolare dei generatori della macchina non ebbe il potere di acquietargli i nervi.

Erano le 6 e 52 del mattino quando la macchina di Haugen lasciò la Thruway e scese la lunga rampa obliqua che portava nella parte alta di Manhattan. Alle 6 e 54 la macchina aveva raggiunto l’angolo tra la 123° e Lenox, nel cuore del quartiere degli affari. Lo scintillante grattacielo bianco dove aveva sede la Steward & Dinoli stava davanti a loro. Scesero; Haugen consegnò la macchina agli inservienti che l’avrebbero parcheggiata al primo piano dell’edificio.

Alle 6 e 57 entrarono nell’ascensore; alle 6 e 59 raggiunsero la porta d’ingresso della Steward & Dinoli, e alle 7 in punto Kennedy e i suoi cinque compagni di macchina sedettero alle rispettive scrivanie.

La giornata lavorativa di Kennedy durava dalle 7 del mattino alle 2 e 30. Quell’anno, per ordine del municipio, i pubblicitari e gli addetti alle pubbliche relazioni facevano il primo turno del mattino; con il prossimo 1° gennaio 2054 sarebbero passati al gruppo che incominciava alle 8. Soltanto un sistema scalare come quello impediva congestioni spaventose nell’enorme metropoli. Era impensabile che tutti coloro che lavoravano si presentassero in ufficio e se ne andassero alla stessa ora.

La scrivania di Kennedy era in perfetto ordine, come l’aveva lasciata il pomeriggio precedente. Il memorandum di…