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Io, Robot (book)

Asimov narra di galassie lontane e tecnologie impensabili, di futuri impalpabili e mondi astrusi. Eppure, quando plasma quella che tra tutte è l’invenzione che più ha influito sull’immaginario collettivo dagli anni ’50 ad oggi, non fa altro che porre l’uomo di fronte all’uomo.

Poiché tra le righe di questo genio che tanto ha scritto di voli interstellari, proprio lui che di volare aveva terrore, possiamo leggere sì di robot, ma così umani da far impallidire l’uomo stesso.

Il filone letterario che Asimov inaugura con la celebre raccolta di racconti “Io, robot”, datata 1950, viene detto da molti “ciclo della robotica”… sarebbe indubbiamente più corretto denominarlo “della robo-etica”.

Robbie entra forse troppo in simbiosi con la bambina che accudisce, Herbie è un bugiardo incallito, Dave ha velleità dittatoriali, Cutie invece è nel bel mezzo di una crisi mistica. Sono forse questi dilemmi robotici? Risposta: sì! Da sempre l’uomo ha prima desiderato poi realizzato macchine che facessero il lavoro “sporco” al suo posto. Ovviamente il campo d’impiego è limitato: un buon software batterà indubbiamente il suo avversario in una partita a scacchi, Deep Blue insegna, ma di certo non è possibile pretendere che esso sia anche capace di scrivere un romanzo. La creatività è cosa di un mondo fatto di ossa e carne, non di circuiti. Particolare che Asimov non si permise di tralasciare quando delineò le caratteristiche di questi elettrodomestici tecnologicamente avanzati. Così, per ovviare ad invasioni di campo nel rapporto uomo-macchina, dotò queste ultime di un ingegnoso codice di comportamento costituito da tre dettami ormai famosissimi:

Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.

Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge.

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purchè questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

La loro formulazione risale ad una conversazione tenutasi tra lo scrittore e il suo editore il 23 dicembre 1940. Esse sono così chiare e ben esposte che oggi molti campi dell’intelligenza artificiale vi fanno riferimento.

Eppure il genio con la paura del volo pare conoscesse bene il detto “le leggi esistono per essere infrante”, visto che il motore di ogni sua narrazione che vede per protagoniste macchine positroniche è basato sulla non osservanza di una delle tre leggi.

Asimov assemblò per decenni dei robot difettosi, e lo fece coscientemente. E chissà quanto debba essersi divertito nel vedere l’uomo alle prese con la matassa da sbrogliare. Quello che alcuni critici definiscono paradosso è in realtà il punto forte dell’autore.

Per far sì che i robot comprendano le tre leggi, essi vanno dotati di uno stato di coscienza permanente. In base alle leggi a cui essi debbono sottostare riescono poi a frenare gli impulsi della propria coscienza emotiva. Ma la complessità dell’essere tanto simili all’uomo, anche se resta sempre uno stato di imitazione e non di creatività, mista al convivere con l’umano stesso e con tutte le sue contraddizioni portano inevitabilmente l’entità elettro-meccanica ad un conflitto. Dove sta la critica? Nell’aver dato alla luce un genere di forza lavoro che il lavoro più che alleggerirlo lo crea, visto che come l’uomo, anche la macchina deve confrontarsi con la complessità del dilemma etico. Dove sta il genio? Nell’aver messo l’uomo di fronte a se stesso e averlo travestito da robot! Lo specchio davanti al quale ci pone lo scrittore non riflette solo la nostra immagine, ma anche i nostri problemi, poiché, per eludere le nostre resistenze, evita di sbatterceli in faccia, ma li maschera, li analizza e ci domanda infine di renderne conto. Chissà se in questo modo il Moscarda pirandelliano si sarebbe accorto del suo naso che pende!

A rendere conto dei robot difettosi sono due ingegneri che spesso ritornano tra le pagine del libro: Donovan e Powell, capita loro pure di rischiare la pelle, ma solitamente, con la forza della logica, vengono a capo delle questioni più impervie. E il fatto insolito è che il più delle volte non è tanto la macchina che necessita di miglioramenti, quanto il comportamento umano d’essere compreso più a fondo. Le falle dei robot sono semplicemente generate dalle nostre stesse zone d’ombra. Di conseguenza serve anche un ottimo psichiatra. La robo-psicologa Susan Calvin è molto più a suo agio con le macchine che con le persone, poiché i robot sono fondamentalmente onesti. Solitamente gelida negli atteggiamenti e tenace nelle convinzioni, sarà davvero divertente vederla infuriarsi nei confronti di un suo paziente che scopre averle mentito. Ma quello resterà il suo unico slancio emotivo per tutta la raccolta.

Sono questi gli addendi che vanno a comporre un’operazione così innovativa e importante se si pensa alle svolte che ha comportato sia da un punto di vista sociale che scientifico, per non parlare dell’enorme contributo artistico. Esiste un prima e un dopo Asimov, quando la cosa che più si avvicinasse all’idea di imitazione della vita umana era Frankenstein e quando poi macchine ed esseri umani iniziarono a convivere pacificamente. La pubblicazione di questa opera non portò solamente alla nascita di un genere quasi a sé stante, ma contribuì, assieme al progredire tecnologico, alla formulazione di domande significative di natura prettamente etica.

Difficile concepire quel tipo di grattacapi con cui le neuro-scienze ogni giorno devono fare i conti se estrapoliamo dal contesto l’idea di un essere artificiale. Impossibile pensare a Matrix senza quel gradino che è rappresentato dal duplice rapporto uomo-macchina.

Il panorama odierno deve molto a quella conversazione tra uno scrittore agli albori e il suo editore. Eppure è singolare come Asimov abbia acquisito questa fanta-visione che nasceva ricca di un profondo spirito positivistico, per poi riproporre il suo negativo speculare.

Che la realtà di questo tempo tenda al catastrofico non è una novità, ciò che lascia di stucco è che un uomo che non imparò mai ad andare in bicicletta, terrorizzato dall’altezza, astemio, tendenzialmente agorafobico, abbia guardato al futuro col sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore. Isaac Asimov non è famoso per aver lasciato ai posteri opere di qualità letteraria sopraffina, anzi, la sua era una prosa stringata, pochissime descrizioni e dialoghi a fiumi. Nessuno stile ricercato, per non parlare del lessico, alquanto usuale. Questo suo libro, il primo pubblicato, ne è un perfetto esempio. Perché mai allora dar credito ad uno scrittore di media fattura? Forse perché egli ha sempre dimostrato di dar credito a noi. Quasi fosse un moderno Voltaire, Asimov, con il suo positivismo convinto, ha dimostrato che la logica e la ragione sono in ambito umano la tecnologia più preziosa. E, sfogliando le sue pagine, contempliamo come spesso capiti di dimenticare questo concetto, e come i robot non perdano occasione per riportarcelo alla memoria.