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Io, Robot (movie)

L’agente Del Spooner va fiero delle sue nuove Converse stile anni ‘70! Per chi di scarpe se ne intende, si tratta di una vera rarità nel 2035! Brutto periodo in cui esercitare la “professione” a Chicago, per uno che ha qualche problema con i cervelli positronici.

Il numero di androidi è sempre più elevato, e l’azienda che possiede il monopolio di queste macchine conta di raggiungere un discreto traguardo: un robot per ogni umano. Robot che semplificano la vita, che pagano le bollette e portano la posta, che sbrigano le faccende di casa, in sintesi tutto il lavoro sporco del quotidiano vivere.

A Del la storia non piace, questo nuovo genere di elettrodomestici non fa per lui, non crede nella loro infallibilità, e una spalla dolorante è sufficiente per rievocargliene il motivo.

Quando il loro inventore, il Dottor Lenning, muore, si rende conto che i suoi dubbi non erano poi così infondati. Sembra che l’autore dell’omicidio sia stato proprio un robot costruito personalmente da Lenning. E, anche se può sembrare solamente uno dei tanti androidi prodotti in serie, pronti per il lancio sul mercato, il presunto assassino è tutt’altro che un prodotto di massa. Non è immune ad attacchi d’ira, sbatte i pugni sul tavolo, desidera essere accettato, e al nome del suo modello di appartenenza, NS5, preferisce di gran lunga quello di Sonny.

Spooner, dopo aver superato ostacoli decisamente impegnativi, arriverà alla verità. E non risolverà solamente un caso di omicidio, ma questioni ben più alte e rilevanti. Sarà in un primo momento ostacolato e in seguito, come ovvio, spalleggiato dall’affascinante – il corsivo non è un caso – Susan Calvin, collega del defunto dottor Lenning, specializzata in robopsicologia.

Del e Sonny, al di là di questioni fisiologiche, sono due entità estremamente affini. Entrambi soffrono un particolare stato di alienazione che li allontana dal contesto, e questo loro essere “sui generis” li etichetta quali diversi. Proyas ha dimostrato di saperla lunga sull’argomento già dai tempi de “Il corvo” e di “Dark City”. I suoi protagonisti erano degli esclusi proprio perché capaci di guardare oltre la cortina di fumo che copre gli occhi delle masse. Ma se precedentemente era stato capace di delineare degli anti-eroi veramente originali e caratteristici, ricchi di sfumature e zone d’ombra, il protagonista di “Io, robot” è un cliché dalla prima all’ultima battuta del film. Il difensore dell’universo, senza macchia e senza paura, ha le spalle larghe e il sorriso ammiccante di Will Smith, difficilmente credibile nei suoi slanci luddisti alternati a dilemmi esistenziali.

Probabilmente la colpa è di un copione che ha preferito sfiorare le tematiche più profonde piuttosto che affrontarle; così ci ritroviamo davanti un personaggio che, prima totalmente chiuso in se stesso, dopo qualche istante, senza sapere né come e né perché, si cimenta in confessioni profondamente emotive. Certo ci sarebbe voluto coraggio nel proseguire per la strada che la pellicola inizialmente sembra imboccare, ma è palpabile il timore di una presa di posizione anti-tecnologica. Anche perché poi il film avrebbe peccato di ipocrisia, visto che poggia su delle fondamenta chiamate “cinema digitale”.

Insomma, il semi-demiurgo di Eric Draven schematizza eccessivamente. E magari si trattasse di quell’economia di linguaggio scenico di cui, per esempio, Harold Pinter è maestro… purtroppo è un’economia, questa, di tutt’altra specie, che rispetta i dettami di mercato di quei grandi luoghi dove sgranocchiare quintalate di pop corn è divenuta tacita legge.

Ma se blockbuster vogliamo considerarlo, almeno chiariamo che si tratta di un eccellente prodotto dal punto di vista tecnico: le scenografie spesso bicromatiche, con un viraggio tendente a colori freddi, ci restituisce quella sensazione asettica propria di una realtà meccanizzata. Prerogativa di Proyas la scelta di puntare ad un impatto visivo forte. Emblematici di questa particolare linea di pensiero sono gli occhi di Sonny, celesti, e non castani come tutti gli altri prototipi.

Di certo parlare di impatto visivo non ha nulla a che vedere col discorso “effetti speciali”, che una volta tanto sembrano usati non del tutto a sproposito, come al contrario di frequente accade da qualche anno a questa parte. Va detto che la realizzazione del robot, per la quale è stata usata la stessa tecnica del Gollum de “Il signore degli anelli”, non dispiace affatto. È un piacere per gli occhi dal primo all’ultimo fotogramma.

Un po’ eccessivo l’attacco dei robot all’interno della galleria, stanca l’occhio dello spettatore e non si capisce per quale assurdo motivo questi geniali androidi assalgano Will Smith uno alla volta, quando potrebbero benissimo dilettarsi in un bell’omicidio di massa. Intelligenti le due piccole “riverenze” che lo spettatore forse non noterà ad una prima visione, ma che vanno assolutamente citate. Perché la riverenza, o meglio, l’omaggio è un metodo decisamente elegante, più che altro intelligente, per far sentire lo spettatore parte della messa in scena. Ritrovare una realtà del proprio mondo lo rende maggiormente partecipe nel dipanarsi della trama. La prima la troviamo in una scena iniziale della pellicola: sul capo di un robot vi è la scritta “42”. Che altro non è se non la riposta alla domanda sulla Vita, sull’Universo e Tutto quanto. In sintesi, un piccolo ma significativo riferimento a Douglas Adams, l’autore di “Guida galattica per autostoppisti”. Un momento decisamente carino richiama l’attenzione all’autore da cui Proyas mutua vari elementi dell’intreccio filmico: il gatto di Lenning porta scritto sul collare la parola Asimov…

Perché del resto è vero che c’è molto di Asimov nel film, ma non quanto un battage pubblicitario che ha forzato troppo in un solo senso, ha voluto farci credere. Farlo aderire forzatamente alla raccolta di racconti di Isaac Asimov, con l’omonimo titolo, ha fatto infuriare non pochi affezionati dello scrittore. Due sole cose il film prende in prestito da quel libro: le tre leggi della robotica e l’affascinante (ritorna il corsivo) dottoressa Calvin. Il resto del film, o meglio, parti della trama sono tratti sì da Asimov, ma da un racconto – Il robot scomparso – che si trova in tutt’altra raccolta, ma che più di tutto non concepisce la figura di un eroe maschile che salva l’universo. Per quanto riguarda le tre leggi, beh, impossibile non sfruttarle all’interno della trama cinematografica, tanto per il magnetismo che suscita la loro perfetta formulazione, quanto per il loro continuo prestarsi a dei veri e propri paradossi, che nascono da una sempre e comunque fallace coscienza umana in conflitto con l’imperturbabilità cibernetica.

La dottoressa Susan Calvin ha invece subito un’autentica metamorfosi durante la sua transizione. Se tra le righe dei vari racconti in cui fa la sua apparizione è una donna gelida, decisamente poco attraente e che agli uomini preferisce di gran lunga i robot, nel film non solo ha le fattezze di Bridget Moynahan, che tutto è tranne che poco desiderabile, ma impiega anche pochissimo tempo per lasciar trasparire un certo interesse nei confronti del protagonista. In questo modo è vero che ci si assicura una certa fetta di mercato, ma ci si guadagna pure un discreto nugolo di appassionato indignati.

Durante la prima edizione del Grande Fratello vendettero per diverso tempo un’edizione di “1984” di Orwell, con scritto sulla fascetta “Ecco la vera storia del Grande Fratello”. Tanto dolore per gli orwelliani convinti, indifferenza da parte dei reality-fan.

Meglio lasciare ad Asimov ciò che è suo e a questo film il giusto valore che gli compete. Perché alla fin fine Proyas è un bravo ragazzo come lo è il suo “Io, robot”, ed entrambi il loro dovere lo fanno fino in fondo: divertono. Ma niente di più e niente di meno. Ciò non vuol dire che bisogna sedersi in sala ogni volta alla ricerca di un capolavoro. Capita che per una volta uno voglia solo ed esclusivamente divertirsi, che non gliene importi assolutamente di quella fantomatica e tanto bella sensazione che di solito esordisce con “…il film mi ha lasciato qualcosa dentro…” oppure “…mi sento cambiato…”.

“Io, robot” non ci cambia la vita e non ne ha nessunissima intenzione, non ci lascia niente dentro e ne siamo pure felici, perché dopo tutti quei pop-corn di posto ne resta ben poco. Consideriamolo solo un piccolo break tra un Truffaut ed un Antonioni.