Io sono Heathcliff
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Io sono Heathcliff

Riprendere un classico e scriverne un sequel, uno spin off o una fan fiction ­– ­­sempre che si abbia un briciolo di rispetto per l’autore che si vuole omaggiare ­– non è mai semplice. Al contrario, non potrebbe esistere impegno più gravoso: far rivivere personaggi e ambientazioni creati da una grandissima penna richiede competenze, abilità linguistiche, inventiva e precisione.

All’ammirazione per l’opera originale deve sommarsi una sapiente analisi e una collaudata capacità di rivisitazione. Se perfino autori con una certa esperienza non di rado fallano quando tentano operazioni di questo tipo, difficile aspettarsi che l’impresa possa riuscire a un esordiente alla prima pubblicazione.

Purtroppo il caso di Desy Giuffrè non fa eccezione alla regola.

Io sono Heathcliff vuole raccogliere l’eredità del Cime tempestose di Emily Brontë, uno dei romanzi più amati e brillanti della Letteratura di tutti i tempi,  ideando il presunto seguito in chiave paranormale, immaginando quindi il tentativo da parte dei fantasmi dei protagonisti, Catherine ed Heathcliff, di tornare alla ‘vita’ possedendo i corpi dei loro giovani discendenti, Elena e Damian. I due ragazzi, come vuole la più rosea tradizione romance, sono caratterialmente opposti. Elena è una ragazzina bella, ricca e viziata; Damian un delinquentello dal bel faccino che cerca di saldare i debiti del padre, invischiato con la malavita.

L’inesperienza dell’autrice, un editing poco curato, sviste, imprecisioni e ingenuità hanno irrimediabilmente compromesso questa storia, a cui manca pure il pregio di una bella scrittura. Lo stile risulta spesso ostentato, forzato, alla ricerca di un lirismo impacciato che non raggiunge i livelli a cui ambirebbe, spesso inficiato da un linguaggio troppo quotidiano.

Sempre e ancora loro, Cathy e Heathcliff. Un fuoco senza fiamma in cui bruciava il loro sentimento. Una melodia stonata ma a suo modo perfetta: la voce del mondo segreto a cui ora appartenevano, fatto solo di sguardi, e della granitica complicità che li rendeva indivisibili.

Viene insomma tolto qualsiasi pathos a una narrazione che ‘stona’ soprattutto nei momenti in cui vorrebbe accentuare la propria gravità emotiva, banalizzando, con parole ampollosamente risonanti e con una sintassi spezzata, che mirerebbe a creare aspettativa o a introdurre concetti potenti ma elementari.

Così come lo stile, anche l’approfondimento psicologico si ostenta e palesa troppo esplicitamente, servito al lettore su un piatto d’argento, come se questi non fosse altrimenti in grado di coglierlo. Più volte viene ribadita la maschera sotto cui Elena cela il suo vero volto, quello di una ragazza sola, sensibile e soltanto apparentemente superficiale. Perfino la rivale in amore è costretta ad ammettere le inqualificabili doti della nostra eroina:

“Quella che lei aveva sempre considerato una ragazzina viziata, che per capriccio voleva provare il brivido di una relazione con un teppista di strada, si stava rivelando una donna coraggiosa, pronta a sacrificare tutto per l’uomo che amava.”

Non mancano poi gli stereotipi: la governante affezionata, i genitori assenti e impegnati con il lavoro, la donna rifiutata che vuole vendicarsi dell’offesa subita (che in questo caso coincide persino con una escort, come a voler concentrare su di lei tutti gli aspetti negativi, in contrapposizione alla pura e casta Elena), il cattivo cattivissimo…

Ma non basta. Io sono Heathcliff, oltre ad essere scritto mediocremente e a contenere cliché abusati, approfondimenti psicologici falsati, alcuni dialoghi inverosimili che si fondono a ingenuità– per cui viene spontaneo chiedersi dove fosse l’editor («Avevi ragione tu fin dall’inizio, » disse Elena. «Apparteniamo a due mondi completamente diversi. Aver pensato che tra noi potesse nascere qualcosa è stata una vera follia. Io e te siamo come l’onice e il diamante. Due pietre incompatibili»… e, di grazia, da quando le pietre hanno un grado reciproco di compatibilità?) – e a mostrare – ancora a proposito di editing – obbrobri come “pretendeva sapere, poter dare una spiegazione al perché il suo destino sembrava [sembrasse!] essere segnato dalla volontà di altre persone”… oltre a ciò, dicevamo, è saturo di imprecisioni che rivelano una scarsa attenzione per il testo. Le inesattezze sono talmente numerose che per elencarle tutte occorrerebbe raddoppiare la lunghezza di questa recensione.

Volendo sorvolare sulla scena un po’ ridicola del primo incontro tra Elena e Damian (che avviene durante uno scippo subito dall’amica di lei da parte dell’amico di lui, nel bel mezzo del quale i nostri protagonisti si soffermano a chiacchierare amabilmente mentre gli altri due fanno il tiro alla fune con la borsetta), potremmo fare l’esempio di quando Elena, giungendo a Wuthering Heights, trova una scusa presso i suoi per rimanere più a lungo nella tenuta e fare indagini circa gli strani episodi che le stanno succedendo, salvo poi lasciar trascorrere due settimane senza minimamente indugiare sui suddetti misteri (che non si ripetono). La tendenza ai salti temporali è d’altronde tipica della Giuffrè, che preferisce più volte riassumere in modo sommario, liquidando parti importanti con poche frasi, segnalando ancora una volta in maniera lampante l’acerbità dello stile e le difficoltà nella costruzione e nella gestione della trama. Leggiamo, per esempio, come tratta velocemente un’informazione fondamentale a cui, oltre questa brevissima riflessione, non viene dato alcuno spazio:

“Per quale motivo sconosciuto gli spiriti di Catherine e di Heathcliff avevano voluto renderla partecipe della loro sventura? Ma certo! Soltanto ora ricordava un dettaglio riferitole da suo padre quando aveva annunciato in casa che sarebbero partiti per l’Inghilterra, e che lei aveva immediatamente rimosso considerandolo privo di qualsiasi importanza. Pareva che Gregor Ray [il padre] discendesse alla lontana dagli antichi proprietari della tenuta… Insomma, era possibile che nelle vene di Elena scorresse il sangue di Cathy.”

Più volte dettagli di questa portata vengono disseminati a casaccio, tanto da dare l’impressione che l’autrice abbia voluto rimediare in un secondo momento a ciò che aveva dimenticato di scrivere prima.

A questa procedura di revisione tardiva non vengono purtroppo sottoposte certe assurdità, come la mancanza di un motivo per cui domestici inglesi si esprimano in italiano, o come il fatto che un fantasma riesca a prendere un pezzo di carta da terra, accartocciarlo e poi gettarlo via.

Disarmante è, inoltre, l’ignoranza di Elena sull’esistenza del romanzo Cime tempestose, che non viene assolutamente richiamato alla mente quando la ragazza si reca con la famiglia a Wuthering Heights, ma viene nominato circa a metà libro senza che il collegamento venga colto, fornendo tra l’altro un ulteriore esempio dell’innaturalezza dei dialoghi:

L’insegnante lasciò la cattedra e si avvicinò minacciosa al suo banco.

«Come si fa a non capire una domanda così sciocca? […] Ho chiesto semplicemente il titolo dell’opera più famosa di Emily Bonte, l’autrice inglese sorella di Charlotte e di Anne Bonte. Un’opera che scrisse sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell».

Elena restò immobile, in silenzio, e quella reazione passiva suscitò una nuova ondata di risa nell’aula.

«Non hai iniziato a leggere il romanzo che avevo suggerito per l’inizio dell’anno scolastico?».

Ancora silenzio.

«Bene Ray», esclamò l’autrice spazientita. «Sono certa che ai tuoi genitori non piacerà quel che dirò loro ai prossimi colloqui. […] Stella. Tu sai rispondere alla domanda che ho fatto alla tua amica?»

[…]

«Wuthering Heights… Cime tempestose. Un romanzo che suscitò molte critiche nel mondo letterario del tempo, il quale lo giudicò non in sé, ma in quanto opera scritta da una donna».

La risposta di Stella entusiasmò la professoressa, la quale si profuse in elogi per la ragazza [nemmeno avesse recitato a memoria le cento cifre successive la virgola del 3,14…].

Wuthering Heights. Elena non poté fare a meno di lasciar correre i propri pensieri alla sua Wuthering Heights.

Volendo infine parlare proprio del capolavoro di Emily Brontë, questo non poteva purtroppo essere reso in maniera più deludente.

L’aderenza ai caratteri originali dei personaggi è inesistente. Catherine e Heathcliff, banalizzati come fantasmi buoni e per nulla vendicativi (al contrario di come ci si sarebbe aspettato), appaiono teneramente innamorati, figure prive del carisma e della forza espressiva che li aveva resi memorabili in Cime tempestose. Il romanzo si scioglie verso la conclusione più scontata, sdolcinata e francamente sempliciotta.

La scelta di far agire Catherine e Heathcliff nella veste di spettri è d’altronde, a mio parere, ampiamente discutibile: non sarebbe stato preferibile farli apparire come temibili e invisibili presenze?

La Giuffré spoglia insomma la narrazione di qualsiasi suspense, limitando il romanzo ad un mero raccontino di schermaglie amorose, annullando quasi completamente le descrizioni e non riuscendo a rendersi credibile sotto nessun punto di vista. Le sue carenze come scrittrice, che le auguriamo vengano colmate in futuro – magari lasciando in pace la povera Emily –, condannano Io sono Heathcliff al rango poco gratificante di fan fiction, senza possibilità di ravvedimento.

Si ringrazia Dusty Pages in Wonderland