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Io sono Helen Driscoll

Tom Wallace conduce una vita tranquilla: lavora come pubblicitario, ha uno splendido rapporto con sua moglie Anne; un figlio piccolo, Richard, e un altro in arrivo; abita in un appartamento di un classico comprensorio della California anni Cinquanta. Ma l’innocua visita di suo cognato Phil, giovane studente di psicologia, innescherà una reazione a catena che stravolgerà la sua serena routine.

Durante una festa a casa di una vicina, un po’ per scherzo e un po’ per scommessa, suo cognato lo ipnotizza, con risultati ilari per gli astanti, ma con conseguenze del tutto inattese. Quel che è iniziato per gioco si trasformerà in un incubo: la notte stessa, echi e sensazioni esplodono nella mente di Tom, e la consapevolezza di una ‘presenza’ nel soggiornodi casa si fa chiara e distinta. Una donna con un vestito nero e una collana di perle. Uno spettro.

Lo scetticismo iniziale lascerà presto spazio a una sequela di conferme, e Tom si scoprirà in grado di percepire i pensieri, i desideri e le emozioni delle persone, di avvertire a distanza eventi traumatici e dolorosi, fino alla capacità di sognare il futuro. Facoltà medianiche che metteranno a dura prova la sua mente, la solidità del suo matrimonio, le sue relazioni con il vicinato. Ma ciò che più lo affliggerà sarà la presenza, inquietante e costante, di quella donna silenziosa e sconosciuta, che sembra chiedere il suo aiuto, ogni notte, tanto da farlo svegliare in preda ai sudori freddi e con un grido di angoscia che gli strozza la gola. Fintanto che Tom non deciderà di investigarne l’identità, nel tentativo di capire se davvero si tratti di un fantasma.

Dato alle stampe negli Stati Uniti nel 1958, A Stir of Echoes venne pubblicato per la prima volta in Italia nel giugno dell’anno successivo, nel numero 206 della collana Urania (serie ‘rossa’) con il titolo di Io Sono Helen Driscoll, traduzione a cura di Hiljia Brinis. Seguirono una ristampa in un Urania del 1968 e la più recente edizione per Fanucci nella collana Gli Aceri, 2008, con una nuova traduzione a cura di Anna Ricci.

Il romanzo si apre con una citazione da Chambers of Imagery, poesia di Archibald MacLeisch, poeta e drammaturgo americano, responsabile della Bibliotea del Congresso tra il 1939 e il 1944, e vincitore di ben tre premi Pulitzer. L’opera di Richard B. Matheson deve infatti ad alcuni versi della poesia il suo titolo: “Sometimes within the brain’s old ghostly house, I hear, far off, at some forgotten door, a music and an eerie faint carouse and stir of echoes down the creaking floor.”

A Stir of Echoes, quindi, un titolo che rende alla perfezione le sensazioni che travolgono la mente del protagonista (il termine ‘stir’ incarna l’idea di un rimescolio tumultuoso e agitato) e tradotto in italiano con un inutilmente rivelatorio Io Sono Helen Driscoll. Inutilmente rivelatorio perché nel romanzo non si ha la totale e assoluta certezza dell’identità dello spettro prima di pagina 180. Un cambio puramente commerciale, allora, per dare un titolo sulla falsariga di Io Sono Leggenda?

Forse, ma l’aspetto curioso della vicenda è che la prima versione italiana di I Am Legend, edita da Longanesi e datata 1957, dunque due anni prima della pubblicazione di Io Sono Helen Driscoll, portava l’orrendo titolo de I Vampiri. Misteri dell’editoria Italiana…

L’opera viene spesso etichettata come un horror, definizione che ha sempre fatto arrabbiare l’autore. Matheson si è infatti dichiarato più volte contrario alla classificazione in generi letterari, mirando alla contaminazione e alla creazione di storie che sfuggissero a ogni definizione, come ha dimostrato più volte nella sceneggiatura degli episodi di Ai Confini della Realtà, e nella stesura dei suoi romanzi più famosi: il già citato I Am Legend, Hell House (La Casa d’Inferno) e The Shrinking Man (Tre Millimetri al Giorno). Anche in A Stir of Echoes mescola quindi diversi elementi ricavandone un intreccio dal sapore di thriller soprannaturale, con una narrazione in prima persona che consente al lettore di vivere le incredibili percezioni extrasensoriali del protagonista e di ‘empatizzare’ con la sua fragilità e le sue speranze.

Matheson ama infatti giocare con la realtà e deformarla fino alle dimensioni di un incubo i cui sintomi iniziano in modo leggero, con una sottile variazione della normalità, una sfumatura di inquietudine che si introduce nel quotidiano, una scheggia di irrealtà che lentamente lo pervade, fino a dominarlo completamente e a stravolgerne il significato più profondo: l’autocontrollo di Tom viene meno e il giovane scopre non solo d’essere incapace di gestire il proprio dono, ma di esserne quasi preda, tanto da venire posseduto dal fantasma ritrovandosi a scrivere con una calligrafia non sua “Io sono Helen Driscoll”, su quella che dovrebbe essere la lista della spesa.

Ma A Stir of Echoes non è solo una semplice storia di spiriti, con contorno di possessioni ed eventi inspiegabili: il soprannaturale è un mezzo per parlare della fragilità umana, per svelare l’inquietudine della normalità, e le debolezze e bassezze dell’anima. Emblematici esempi sono la relazione tra Frank e sua moglie Elizabeth, una coppia che, al di sotto dell’apparenza – lui crudele e lei remissiva – cela dinamiche ben più complesse di quel che a prima vista potrebbe sembrare; oppure la figura di Elsie, esuberante e provocatoria vicina di casa, rappresentazione di una mentalità ristretta e meschina, purtroppo ancora molto diffusa; o il disagio della baby-sitter Dorothy, immagine di una personalità disperata, alla deriva dopo la morte della madre.

Matheson però non dipinge solo l’incertezza della condizione umana, e il disperato tentativo di dare una spiegazione razionale a ciò che non si riesce a comprendere (degna di nota a questo proposito la teoria dello psicologo Alan Porter secondo cui la telepatia sarebbe una facoltà vestigiale, legata ad abilità represse con lo sviluppo del linguaggio come forma primaria di comunicazione) ma anche l’ipocrisia della società americana conservatrice, negli anni del dopoguerra, di quella mutazione del sogno americano che era diventato l’ideale di una famiglia perfetta. Una maschera indossata con fin troppa facilità ma che nasconde al di sotto l’orrore del nostro lato più oscuro. Perché ciò che Tom vede negli altri è la realtà che si cela nelle profondità della nostra psiche, in quel lato malvagio che risiede in ciascuno di noi e per il quale egli non può che provare repulsione, un mondo sordido di desideri inconfessati. E forse questa è l’inquietudine maggiore che il romanzo solleva, il fatto che la crudeltà può avere molte facce, e celarsi in ciascuno di noi, anche nella persona più pura e ingenua.

La conclusione è in realtà già scritta nel primo capitolo, e il finale è anticipato non una ma più volte, argutamente celato al lettore in una sequenza di battute all’apparenza innocue; l’abilità di Matheson è proprio questa, tanto che spesso solo a una seconda lettura si può cogliere la sua padronanza narrativa. La prosa è infatti trascinante e asciutta, e raramente lascia spazio alla noia o alla distrazione. Il ritmo è serrato, le argomentazioni fluide.

Se proprio si volesse fare un appunto: la giustificazione delle capacità di Tom basata sulla telepatia è forse data per accettata un po’ troppo facilmente, spezzando per un istante l’incredulità del lettore. Ma leggendo un’opera come questa è fondamentale localizzarla negli anni in cui è stata scritta: siamo infatti nel 1958, appena due anni dopo l’uscita della versione cinematografica di The Search for Bridey Murphy, con Teresa Wright, resoconto di una seduta di ipnosi nella quale una donna racconta con incredibile dettaglio la sua vita precedente in Irlanda, all’epoca un vero e proprio caso letterario e di studio; e siamo comunque negli anni del famoso psichiatra statunitense Milton Erickson, prolifico e rivoluzionario studioso che scrisse molti libri e articoli sull’argomento ipnosi.

Una nota di colore: la casa di Tom e Anne, nella quale è ambientata la vicenda, è proprio la casa in cui Matheson e sua moglie vissero in California.

In definitiva, pur non raggiungendo le conclusioni metafisiche di Tre Millimetri al Giorno, oppure il profondo significato morale e filosofico di Io Sono Leggenda, né l’alchimia bilanciata di orrore e scienza de La Casa d’Inferno, Io Sono Helen Driscoll è un romanzo pregevole, di piacevole lettura, che ci offre uno spaccato delle forze che si agitano nel nostro profondo e del fatto che l’irrazionale è lì in attesa, dietro l’angolo, ricordandoci che, in fondo, dentro a tutti noi si nasconde un mostro.