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Io sono Leggenda

“Dopo aver letto Io sono leggenda, ho capito che l’horror può apparire nelle periferie, nelle strade, e anche dietro la porta accanto” [Stephen King]

“Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra la fortezza inattaccabile dell’infinito.” [R.Matheson]

Robert Neville ha imparato a vivere con metodica monotonia le sue giornate dopo la fine del mondo. Si alza all’alba e torna al tramonto, chiudendo scrupolosamente la porta tra sé e il buio; controlla le assi inchiodate alle finestre, le collane d’aglio appese ai battenti, le croci e gli specchi. Poi, tra un whisky e un po’ di musica, chiude gli occhi e si appresta a sopravvivere alla notte. Le giornate sono terribilmente lunghe e solitarie, le strade deserte, e delle abitazioni attorno rimangono solo resti anneriti: le ha bruciate lui, tempo prima, per evitare che loro le usassero per arrivare al suo tetto. Le notti, al contrario, sono piene di gemiti e urla, invocazioni e imprecazioni che si condensano attorno alla sua casa perché, in un mondo popolato di vampiri, Robert Neville è l’ultimo uomo rimasto sulla Terra. E non può far altro che affilare i suoi paletti, approfittare della luce del sole per scovare i nemici nelle loro tane, e ucciderli.

Pochi flashback ci illuminano su quello che è stato il preludio al disastro: una guerra batteriologica, una pandemia senza controllo, tempeste di polvere che la diffondono. Scene quasi manzoniane, se non fosse per l’essenzialità brutale con cui vengono narrate: la figlia gettata nei roghi comuni come una novella Cecilia da un monatto del futuro, la moglie seppellita amorevolmente, che dopo due giorni, però, ritorna… E la consapevolezza, da parte del protagonista, di essere assurdamente immune all’ecatombe che lo circonda, che lo voglia o meno.

Quello che ci appare è un mondo del “giorno dopo” profondamente mutato nella sua realtà, in cui il tema tradizionale del vampiro viene spogliato del soprannaturale e rivestito di un’aliena quotidianità: ciò che sembrava essere la materializzazione di una leggenda horror, si rivela invece l’imprevedibile opera di un batterio ematofago, responsabile di una malattia letale molto simile al vampirismo. E dagli sconcertanti effetti post mortem.

La narrazione copre un periodo tutto sommato non breve: dall’ipotetico marzo 1976 al giugno di tre anni dopo. Ed è divisa in quattro fasi evolutive durante le quali la prospettiva si allarga, illustrando conquiste, crisi ed evoluzione psicologica del protagonista: se inizialmente ciò che domina è la non accettazione di ciò che è accaduto, sfogata nello sterminio sistematico degli abomini che lo circondano, in seguito il punto cardine è la disperata ricerca di contatto fisico attraverso qualsiasi cosa, anche un cane randagio che compare nel giardino alla luce del giorno. Quando l’animale muore, come tutti i suoi affetti, qualcosa nell’animo di Robert Neville si spezza definitivamente: la speranza. E cala dentro di lui, come una mazzata, la consapevolezza che il passato non tornerà, e neppure la vita di “prima”. Quella che MATHESON ci racconta è l’evoluzione di un’anima: Neville non accetta comunque la sua sorte, e il suo scopo vitale diventa ricercare scientificamente le cause della rovina che lo circonda, esasperando ulteriormente l’abisso psicologico tra sé e le creature che la malattia ha prodotto.

Tutto questo lo accompagnerà nella terza parte, in cui, progressivamente, comincia a rivelarsi la nuova inquietante verità: ciò che la pandemia ha provocato è anche e soprattutto la nascita di una nuova specie ibrida sopravissuta al morbo, inevitabilmente destinata a ripercorrere ogni tappa violenta della precedente ormai estinta. Le vittime di Neville non sono state solo coloro che il germe ha ucciso e poi trasformato in vampiri, ma anche individui che convivono con la malattia, sebbene biologicamente modificati: esseri abnormi, senza dubbio, costretti a dormire di giorno per difendersi dal sole e psichicamente instabili di fronte a simboli come la croce, eppure innegabilmente vivi, e tutto sommato ancora umani. Nonostante questa scoperta, il protagonista non abbandona la sua lotta sanguinosa e continua ad uccidere, dominato dall’inconfessabile convinzione che la razza di “prima” sia l’unica realtà accettabile.

Gli stati d’animo del sopravvissuto, che rifiuta la fine della sua specie e continua a ribellarsi al suo destino, hanno un’intensità che prende alla gola: la solitudine è totale, la rabbia è fuori controllo, il dolore è inconsolabile. E le debolezze sono tutte profondamente umane, come il desiderio di sesso affogato nell’alcool, il bisogno d’amore riversato sospettosamente in Ruth, la donna dai capelli rossi (come ogni vampiro femmina che si rispetti), apparsa miracolosamente alla sua porta e apparentemente immune come lui. Ruth invece lo tradirà, perché anche lei (e non poteva essere diversamente) è una di loro, una della nuova razza che convive con l’epidemia, e che guarda a lui esattamente come noi potremmo considerare un serial killer. E quindi, pur sentendosene attratta, lo ritiene sempre e comunque un nemico.

La caccia al diverso è cominciata, ma non per la sopravvivenza istintiva del singolo, come quella che tutto sommato conduce il non-eroe della vicenda, bensì in forma istituzionalizzata ad opera dei nuovi squadristi del potere. Ben Carlson, il vicino vampiro diventato quasi una presenza amica, viene massacrato sotto gli occhi di Neville assieme agli ultimi sparuti inguaribili, in quanto inconciliabile con la nuova collettività che ha definitivamente mescolato le caratteristiche dell’uomo a quelle delle leggendarie creature della notte.

Nel quarto e ultimo atto, si arriva inevitabilmente all’unico finale possibile. La giustizia della neonata società seguirà il suo corso secondo una nuova prospettiva e Robert Neville, catturato e ferito, accetterà la morte pietosa offerta da Ruth, evitando il supplizio pubblico in un novello medioevo del futuro.

Non c’è nessuna promessa di salvezza o celebrazione eroica in questa angosciante e terribile storia firmata Matheson: il cacciatore di vampiri somiglia più al sopravvissuto di Cast Away che al mitico Van Helsing. Le sue vittime sembrano bestie al macello, inconsapevoli di quello che fanno e regredite agli istinti primordiali come gli Zombie di Romero, che del resto non ha mai negato l’influenza di questo romanzo sul suo film più famoso. La potenza visionaria dell’horror che irrompe nel quotidiano è resa dalla narrazione secca e ridotta al minimo tipica dell’autore, dal ritmo incalzante in cui non c’è posto per alcuna rassicurazione, dal frantumarsi di ogni certezza davanti all’incubo. E il risultato è una storia splendida, da leggere col cuore stretto e il fiato sospeso.

Confinare Io sono Leggenda in una classificazione di genere è sicuramente limitante: al di là dell’ambientazione vampiro-futuristica, il romanzo parla di maggioranze e minoranze, di razze dominanti e di civiltà in declino, travalicando l’horror tradizionale per proporsi come un’allegoria di sociologia e di costume. La domanda inespressa che s’intravede tra le righe è chi sia, veramente, il “mostro”. L’evoluzione implica cambiamenti, anzi mutazioni, che sopprimono inevitabilmente i più deboli. E in questo caso ciò che viene sacrificato è la nuova minoranza: la specie umana.

In una società nuova, magari violenta e sanguinaria come al loro nascere tutte le collettività poi cosiddette civili, la figura spaventosa e mitizzata del vampiro diventa una realtà concreta con una sua potenza vitale positiva ed una sua organizzazione tangibile, mentre il protagonista, l’ultimo della vecchia razza, pian piano viene trasfigurato diventando la creatura orribile, il simbolo oscuro della paura: diviene, appunto, leggenda.