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Kila Chombo Kwa Wimbile

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Un’interessante iniziativa che coniuga fantascienza e solidarietà è stata quella lanciata da www.webtrekitalia.it, sito amatoriale dedicato a Star Trek, in collaborazione con l’AMREF, l’Associazione Africana per la Medicina e la Ricerca: i gestori del sito hanno infatti pubblicato un’antologia di racconti fantascientifici ambientati in Africa, la cui vendita servirà per finanziare progetti umanitari.

L’antologia, ordinabile on line, si intitola Wakati Ujao (Futuro Africano) e vi hanno partecipato autori come CLAUDIO CHILLEMI, ENRICO DI STEFANO, ANNA RITA PETRINO, ANGELICA TINTORI e MATTEO GAMBARO. Tra i vari racconti che compaiono in Wakati Ujao, uno particolarmente pregevole è Kila Chombo Kwa Wimbile di DONATO ALTOMARE.

L’autore, vincitore di due premi Italia, un premio Urania e un premio Le Ali della Fantasia, è nato a Molfetta nel 1951 e si considera un “prestigiatore di parole e narratore di immagini”. Una definizione che si adatta ottimamente a chi ha saputo in questo caso offrirci una splendida commistione tra Sci-Fi e avventure marinare. Di sicuro Kila Chombo Kwa Wimbile non scontenterà chi ha apprezzato le precedenti opere di Altomare, quali Cuore di Ghiaccio, La Risata di Dio, Prodigia e Uno Spettro Probabilmente.

Lo strano titolo riprende in lingua originale un proverbio africano: “ogni nave deve trovare le sue onde”. L’autore ammette che questa frase gli ha suggerito l’immagine di una nave che si muove in un deserto anziché sull’acqua.

Protagonista del racconto è Jack La Bolina, un quindicenne italiano di un lontano futuro che, per sfuggire ad un matrimonio sbagliato, contratto al solo scopo di procreare figli, si imbarca sulla nave da guerra Aspera. Quest’ultima è un vero prodigio di tecnologia, una “GlobalNave” capace non solo di navigare sulla superficie del mare come qualunque altra imbarcazione, ma anche di immergersi come un sottomarino e di spostarsi sulla terraferma grazie a un cuscinetto d’aria e a una particolare monorotaia.

I membri del suo equipaggio appartengono alle razze più disparate e per comunicare fra loro nonostante le diversità linguistiche si servono di un traduttore simultaneo applicato tra la mascella e l’orecchio.

Le conoscenze scientifiche e storiche possedute da Jack, stupefacenti considerando la sua giovane età, si rivelano molto utili alla Aspera per risolvere varie situazioni critiche, per esempio l’incontro con un temibile Incrociatore K nemico, o il viaggio verso una regione dell’entroterra africano dove non passa la monorotaia – problema risolto escogitando l’idea di transitare con il cuscinetto d’aria sopra una zona “vetrificata” dai combattimenti atomici.

Quella di bordo sembrerebbe quindi una condizione da idillio per il nostro eroe in erba, ma le cose precipitano quando Jack si rende conto che la Aspera è in realtà una nave pirata che vive di saccheggi, in un mondo distrutto dove tutti sono in guerra contro tutti. Il giovane, dall’animo profondamente idealista, non può certo trovarsi a suo agio con ufficiali e marinai senza scrupoli, per i quali la vita umana vale meno di zero.

Il capitano della Aspera ha inoltre in mente un progetto particolarmente losco: impossessarsi di un deposito di scorie radioattive (usate come fonte energetica) situato nel Kalahari, sterminando una pacifica tribù di indigeni che vi dimora sopra. Allo scopo, incarica proprio Jack di effettuare un giro in avanscoperta. Altomare, pur in termini avveniristici, ci fa respirare a pieni polmoni le atmosfere dei grandi autori d’avventura come Stevenson, Melville e Conrad. L’astuto e beffardo marinaio Hotho, che accompagna Jack nella spedizione al villaggio degli indigeni, ricorda il Long John Silver de L’Isola del Tesoro, mentre lo stesso Jack riflette l’Ismaele di Moby Dick e come questi compie un viaggio iniziatico verso la maturità e la piena conoscenza di sé.

Nonostante la tecnologia presente nel mondo descritto, resta la consapevolezza che l’uomo non è migliorato. Le più grandi scoperte scientifiche vengono impiegate per scopi bellici in un continuo homo homini lupus. Altomare, tuttavia, indica nell’educazione un qualcosa in grado di salvare gli esseri umani dal loro lato più egoistico e animalesco. Mette allora in risalto il legame tra Jack e il nonno misteriosamente scomparso, un vecchio che si adirava per le ingiustizie e che aveva fatto promettere al ragazzo di non rendersi mai responsabile della morte di un altro uomo. In questo si riflette forse il fatto che Altomare è un insegnante di lettere e sente quindi appieno l’onere di educare le nuove generazioni.

Il finale del racconto, riguardo il futuro dell’Africa, appare ottimistico rispetto ad altre opere presenti nell’antologia, che usano tinte più cupe, purtroppo in sintonia con le tristi vicende di attualità. Per esempio nel racconto di ENRICO DI STEFANO, The Great Zimbabwe, come pure in quello di MAICO MORELLINI, Il Colore degli Dei, l’Africa diviene una superpotenza ma non certo migliore o meno assetata di potere di quelle odierne, lasciando il via libera a quel lato oscuro dell’uomo che Altomare alla fine pare esorcizzare.

Ci auguriamo che, nonostante si tratti solo di una goccia nel mare, anche Wakati Ujao possa contribuire a far nascere una maggiore sensibilità nei confronti di questo martoriato continente. Come diceva Madre Teresa di Calcutta: “il mare non è lo stesso mare, se manca la mia goccia”.