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King Arthur

Diversamente dalla tradizione classica, che individua il mito di Artù in epoca medievale, questo film è costruito sulla base di una teoria di recente concezione, secondo cui ai tempi della decadenza dell’Impero Romano (nello specifico, il 452 d.C.), visse un ufficiale romano di nome Lucius Artorius Castus che, al comando di un gruppo di cavalieri sàrmati, sconfisse gli invasori sassoni nella battaglia di Badon Hill, consegnando la Britannia ai suoi legittimi abitanti, i Britanni.

Secondo questa teoria, Artorius Castus potrebbe essere il vero Artù, ispiratore di tante gesta letterarie.

Quando questo film uscì, attirò nelle sale cinematografiche lo stuolo di coloro che da sempre riteneva il “Ciclo Bretone” (“Ciclo Arturiano” o “Materia di Britannia”) una sorta di Bibbia su tutto ciò che riguarda Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda.

La pellicola, in sé, non è così male come venne dipinta.

La storia va oltre il mito di Artù, anzi lo dissacra. Scordatevi i cavalieri senza macchia e senza paura, i maghi e gli incantesimi, una Excalibur dotata di grandi poteri; scordatevi la magia, il lato fantastico della vicenda e preparatevi invece a una solida e granitica realtà.

Sangue che schizza, teste mozzate e gesta memorabili dettate dall’amicizia e dall’amore piuttosto che da un romantico spirito cavalleresco.

La truculenza è forse esasperata, ci aiuta però a capire che non si tratta di un’avventura in stile “cappa e spada” ma di una lotta per la sopravvivenza, una guerra tra invasori e patrioti che si lascia dietro una distesa di cadaveri senza fine.

Non solo, l’eroismo di Artù non è sbandierato all’insegna della giustizia e della cavalleria fini a sé stesse, ma sono conseguenza di una ricerca interiore che fa da filo conduttore alle sue azioni.

Quello a cui assistiamo è il viaggio di un uomo drammaticamente conteso tra due tradizioni. Lucius Artorius Castus, figlio di madre britanna e padre romano, è combattuto tra la fedeltà a Roma e l’eco della sua terra che lo richiama a sé, eco inizialmente ottenebrata dagli sfavillanti ideali di cultura, progresso e civiltà che Roma rappresenta (o dovrebbe rappresentare) contrapposti al suo cuore, che invece percepisce la Britannia come patria.

Similmente, anche i prodi cavalieri di Artù qui non sono affatto rilucenti paladini, ma un gruppo di guerrieri selvaggi in cerca di riscatto e di un lasciapassare per poter tornare a casa. A loro non interessano gli ideali di Roma o la gloria di Dio, ma solo la libertà che l’obbedienza all’Impero potrà restituirgli.

La stessa Ginevra non è la solita fanciulla in pericolo; dopo esser stata salvata da Artù, si mostra per quel che è: una donna forte, determinata, una guerriera disposta a tutto pur di difendere la propria terra dai Sassoni e dai Romani. Sarà l’incontro con lei ad aprire finalmente gli occhi di Artù.

Niente in questo film è scontato. Ci colpisce per la forza dei personaggi, per la veemenza delle battaglie, per la fotografia eccezionale, per la colonna sonora – composta da Hans Zimmer – capace di emozionare e per la voce della cantante dei Clannad, Moya Brennan, che rapisce il cuore.

IL FILM

La pellicola si apre con un antefatto, raccontato da una voce fuori campo, quella di Lancillotto. Quindici anni prima, assistiamo al reclutamento coatto dei giovani cavalieri sàrmati da parte dei soldati romani. Il film procede seguendo i personaggi in età adulta.

Conosciamo così Lancillotto, abile a combattere con due spade; Galvano, maestro d’ascia; Galahad, esperto tiratore d’arco; Tristano, che ha fatto della spada un autentico culto; Bors, padre di famiglia grezzo e compagnone, esperto nel corpo a corpo e nell’uso di strane lame ricurve; Dagonet, veemente guerriero dall’animo gentile che predilige le armi pesanti.

E poi Artù naturalmente, votato a Roma più che a ogni altra cosa.

Nel giorno della loro liberazione (l’impegno di un cavaliere sàrmata era servire Roma per quindici anni), il vescovo Germanius – emissario dell’Impero – li ricatta richiedendo loro una ulteriore e pericolosa missione: soccorrere una famiglia romana a nord del Vallo di Adriano, in pieno territorio dei Guado – il popolo originario che abita la Britannia – e scortarla in salvo.

L’abuso scatena le proteste dei cavalieri, ma la fiducia incondizionata che essi ripongono in Artù li induce a piegarsi e ad accettare l’incarico. Struggente la scena che li vede radunati la sera a bere nella locanda: la canzone accennata dalla moglie di Bors, in dissolvenza con la musica di fondo, evoca un’atmosfera di profonda tristezza, mentre nei primi piani dei cavalieri si legge il desiderio imperituro di tornare a casa.

Come previsto, il viaggio si dimostrerà irto di pericoli, ma permetterà ad Artù e ai suoi cavalieri di acquisire la piena consapevolezza del loro ormai indissolubile legame con la Britannia.

Una presa di coscienza che culminerà nella battaglia finale contro i feroci invasori sassoni guidati dallo spietato Cerdic, che i cavalieri combatteranno non più al fianco di Roma per la gloria dell’Impero, ma accanto al popolo guado in difesa di quella che è divenuta a tutti gli effetti la loro terra.

Tra le  sequenze più intense, va citata quella in cui Artù rimette in sesto le dita fratturate di Ginevra, che qui è una giovane Guado trovata prigioniera all’interno di una cripta degli orrori,  seviziata da sacerdoti cristiani che hanno fatto della religione un autentico fanatismo, convinti di purificare per mezzo della tortura le  anime pagane. Il momento è intenso e la protagonista avvince col suo sguardo sfrontato, in grado di soggiogare il sempre glaciale Artù.

Merita sicuramente una menzione anche la scena dello scontro sul lago ghiacciato tra i cavalieri e i sassoni, in cui il sacrificio di Dagonet permette ai suoi compagni di uscire vittoriosi dallo scontro: forse la più bella a livello scenografico

Da segnalare infine lo scambio di battute incisivo tra Cerdic e Artù poco prima dello scontro finale. Il momento è intenso; alla domanda del Sassone sul perché Artù avesse deciso di incontrarlo, quest’ultimo risponde di averlo voluto vedere in faccia per poterlo riconoscere e uccidere sul campo di battaglia, aggiungendo con arroganza che il suo volto sarebbe stata l’ultima cosa che il Sassone avrebbe visto su questa terra. È l’atteggiamento di un centurione romano, che mai avremmo potuto vedere nell’Artù del Ciclo Bretone.

Vinta la guerra contro gli invasori dai Guado capeggiati da Artù, il film trova poi il suo epilogo con la veglia funebre per i caduti, e il successivo matrimonio tra l’eroe, ormai definitivamente Britanno, e Ginevra, che sancisce l’unione di tutti i popoli di Britannia sotto un’unica ala protettrice, quella di Re Artù.

È stato girato anche un finale alternativo, presente nei contenuti speciali del DVD: al matrimonio si sostituisce la scena di un ragazzino – salvato nella cripta insieme a Ginevra – che tenta di estrarre una spada – Excalibur – piantata a terra accanto al tumulo dove sono seppelliti i corpi di Lancillotto e Tristano.

È forse un finale migliore, più cupo ma allo stesso tempo più vero, e fa riflettere sul fatto che, forse, esiste un Artù in tutti noi, perché, come usano ripetere i suoi cavalieri, “ognuno è artefice del proprio destino”.

I PERSONAGGI

Artù è interpretato da un Clive Owen non in pienissima forma. Siamo abituati a sue perfomance di gran lunga più accattivanti (vedi I Figli degli Uomini) e, a rincarare la dose, il doppiaggio italiano non gli rende merito. Tuttavia, alla fine riusciamo a farcelo piacere, forse proprio in virtù del carisma intrinseco del suo personaggio. Artorius è un capo che i suoi cavalieri stimano senza remore, per quel senso di giustizia che egli ostenta ogni volta con sicurezza, e che loro scarsamente possiedono. Egli non riesce a rimanere passivo di fronte ai soprusi, deve affrontarli anche a costo di rischiare la vita propria e dei propri uomini.

L’incontro con Ginevra stravolge i suoi valori; trovare degli esseri umani incatenati e torturati da sedicenti esponenti della Chiesa di Roma, di colpo lo porta  a comprendere la verità, poi sancita dalle parole del giovane Alessio: “La Roma di cui parli non esiste!”.

Lancillotto, un intenso Ioan Guffrudd, in questo film non tradisce Artù con Ginevra, come vorrebbe la vicenda classica, sebbene tra i due nasca una velata intesa. Quella tra i due cavalieri è un’amicizia profonda, paragonabile a un legame di sangue, in grado di resistere ai loro continui dissapori, alle divergenze religiose, alle ottiche diametralmente opposte. Se Artù combatte per Roma e per la Chiesa, ideali che egli ritiene nobili e sacri, Lancillotto combatte soltanto per lui, per la loro amicizia, unica cosa veramente sacra. In quest’ottica, la morte finale del primo cavaliere di Artù, acquista peso ancor maggiore, lasciandoci una profonda amarezza. Quello che il film non ci mostra, e che invece avremmo sicuramente apprezzato, è il primo incontro tra i due uomini e le motivazioni che hanno spinto Lancillotto a riporre tutta la sua fede in Artù, al punto da morire per lui.

Nelle vesti di Cerdic, il capo dei Sassoni, troviamo Stellan Skarsgård (lo “Sputafuoco” Turner nella saga de “I Pirati dei Caraibi”), un grande attore che ancora una volta ci dà modo di apprezzare le sue qualità artistiche, in questa parte estremamente convincente. Il suo è un personaggio caratterizzato in modo da restare subito impresso: lento e solenne nei movimenti, feroce ma onorevole quando combatte uomini che ritiene valorosi, spietato con chiunque si mostri debole, sia esso un suo guerriero, una donna in lacrime o il suo stesso figlio. Cerdic ci suscita sensazioni contrastanti: se da una parte tendiamo a disprezzarlo, dall’altra ci affascina per come riesce a imporsi.

Per il condottiero sassone, nulla ha valore, eccetto il valore stesso. Tratta con sufficienza tutti i suoi uomini e peggio di tutti Cynric, suo figlio, che ritiene uno smidollato;  ai suoi nemici riserva un trattamento anche peggiore, sterminandoli senza pietà, siano essi vecchi, donne o bambini. Ci accorgiamo che ha anche un suo “codice morale” solo quando incontra Artù, che omaggia con la frase: “Finalmente un uomo che vale la pena uccidere”.

Il ruolo di Ginevra è impersonato da una sensualissima Keira Knightley, che sembra nata per questa parte, o forse le è stata semplicemente cucita addosso. Quando Artù la trova incatenata nella cripta, pallida ed emaciata, con le mani fratturate dalle torture e uno sguardo in grado di bucare lo schermo, l’impatto visivo cattura noi così come cattura lo stesso Artù. L’aria della bella e dannata le si addice in modo eclatante.

Probabilmente è lei la figura predominante nel film. Al di là della bellezza, Ginevra ci suscita simpatia per il ruolo inconsueto attribuito al suo personaggio, che non è più la damigella da salvare, ma una guerriera che sa difendersi molto bene, tira d’arco meglio dei Sassoni, sa essere spietata nel corpo a corpo e prende l’iniziativa quando si tratta di dichiararsi ad Artù, e facendolo in modo tutt’altro che platonico.

LA VERITA’ STORICA NEL MITO DI ARTù

La verità storica sull’esistenza di Artù continua a rimanere un mistero. Nel corso del tempo si sono avvicendate diverse ipotesi – alcune teorizzano l’esistenza di vari Artù succedutisi in epoche diverse – che collocano le spoglie dell’eroe in luoghi come Glastonbury (la presunta Avalon) nel Somerset inglese, o “Old Bury”, il cimitero di Atherstone nei pressi di Coventry, o ancora Glamorgan nel Galles meridionale; in ognuna di queste località sono presenti iscrizioni che riportano il nome di Artù.

L’ipotesi storica a tutt’oggi più accreditata è però quella di due ricercatori americani, Scott Littleton e Linda Malcor, per i quali l’Artù di cui narrano le leggende fu appunto l’ufficiale romano protagonista della pellicola, originario con ogni probabilità di quella che oggi è la regione Campania.

Stando a questa teoria, Artorius finì i suoi giorni da governatore della Liburnia (Dalmazia) e la sua tomba si troverebbe, ancora visibile, a Spalato.

Durante le riprese del film, Linda Malcor venne chiamata a correggere la sceneggiatura ma, nonostante il suo intervento abbia salvato la produzione da grossi errori storici che ne avrebbero sminuito il valore, qualche strafalcione è rimasto, come il grido di battaglia dei Sàrmati, pronunciato in russo.

Secondo gli studi della Malcor, la battaglia sul ghiaccio ricostruita nel film fu realmente combattuta, ma non in quel frangente e con quello schieramento, bensì tra Romani e Sàrmati prima che questi ultimi venissero sconfitti e stringessero successivamente un’alleanza con Roma; la stessa alleanza in base alla quale tutti i bambini sàrmati erano tenuti a prestare servizio per un lungo periodo nell’esercito romano, come hanno ricordato David Franzoni e Antoine Fuqua, rispettivamente sceneggiatore e regista di King Arthur.