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L’Acchiapparatti di Tilos

Le Terre di Confine vivono in un tristo e cupo Medioevo, segnato dalla miseria e da esistenze fatte di espedienti. Anche sulle vie che collegano tra loro le città, la criminalità non dà tregua e chi è debole rischia ogni giorno di terminare il proprio viaggio terreno in modo brusco e sanguinoso. La fede nell’unico Dio e l’ortodossia verso la Chiesa della Luce, garantite entrambe dai Guardiani dell’Equilibrio, hanno bandito la magia dal mondo.

È in questo contesto di stanca quotidianità e grettezza che FRANCESCO BARBI ci proietta fin dalle prime pagine de L’Acchiapparatti di Tilos, edito nel 2007 da EDITRICE CAMPANILA, tratteggiando il territorio in cui il lettore si muoverà con descrizioni semplici nel linguaggio ma estremamente evocative.

In queste martoriate Terre di Confine si intrecciano le vite di alcuni improbabili personaggi, che di certo non corrispondono allo standard cui il Fantasy più scontato ci ha abituato.

Nella città di Tilos, l’iroso e scostante Ghescik, un becchino appassionato di magia e scritture antiche che ha trascorso una giovinezza resa difficile dal suo aspetto gobbo e deforme, sottrae all’ormai defunta strega Macba un ciondolo misterioso che la vecchia portava sempre con sé. L’oggetto, la cui forma ricorda quella di un pesce – o quella più inquietante di un occhio – dovrebbe essere la chiave per scoprire i segreti della magia ancora nascosti all’interno dell’antica torre dove un tempo dimorava lo stregone Ar-Gular.

Ansioso di entrare in possesso di queste antiche conoscenze, Ghescik si reca alla torre, ma non prima di aver carpito all’erborista Tamarkus, con una scommessa truccata, un altro manufatto utile alle ricerche: un libro nero appartenuto proprio ad Ar-Gular.

Il manoscritto si rivela però troppo complicato da tradurre, e il ciondolo non apre alcuna porta né svela alcun enigma; il misero bottino trafugato dalla torre si riduce così a un diadema di metallo tolto dal cranio di uno scheletro polveroso.

Ricercato dagli scagnozzi di Tamarkus, Ghescik si rifugia a casa del suo unico amico, Zaccaria. Costui è un mentecatto tanto espansivo quanto suonato, un poveraccio emarginato a causa dei suoi modi irritanti (che passano dall’ipercinetico al catatonico), ma capace di inventarsi un mestiere che in qualche modo gli consente di sopravvivere a Tilos e di cui va fiero: acchiappare ratti.

Nonostante i suoi difetti, Zaccaria possiede un’abilità quasi sovrumana nella lettura degli antichi linguaggi, e il becchino se ne serve per farsi tradurre il libro. Le informazioni così ricavate sono tuttavia poco chiare, lasciano intravedere oscure ombre, magie proibite che hanno intessuto una rete di follia attorno allo stregone Ar-Gular. La cosa, ben lungi dal far desistere Ghescik dai suoi propositi di conoscenza, lo induce anzi a indossare il diadema, oggetto chiave degli ultimi incantesimi dello stregone ma destinato a portare dolore e morte. Esso mette infatti il becchino in contatto mentale con il Boia di Giloc – chiamato anche Mietitore – una bestia demoniaca che vive da più di quattrocento anni rinchiusa nelle segrete della città. Risvegliata la sua sete di vite umane, il mostro evade, e la sua falce inizia a seminare morte in lungo e in largo per le Terre di Confine.

Scioccato dalle proprie responsabilità nella vicenda e al tempo stesso smanioso oltre ogni dire di riunirsi al demone per carpirne i segreti, Ghescik parte per un viaggio verso Giloc in compagnia dell’acchiapparatti – traduttore ufficiale e persona più informata di quanto il becchino non sappia – e di una prostituta con la passione per il cibo, Teclisotta. Lo sgangherato gruppo ne passerà di tutti i colori, incrociando il proprio destino con quello di numerosi altri personaggi: Orgo il gigante tardo di mente, lo sfigurato cacciatore di taglie Gamara, gli evasi di Giloc, la strega Guia.

A caccia del Mietitore o in fuga da esso, i protagonisti dovranno trovare un modo per sciogliere l’incantesimo che tiene in vita la creatura sanguinaria, riuscendo al contempo a salvare la pelle. E, tra tante persone dall’intelletto fino, chi crederebbe mai che la soluzione riposi nell’insondabile mente di un matto?

Nell’arco delle sue quattrocento e più pagine, L’Acchiapparatti di Tilos non cede a un momento di noia. Subito affezionati ai deliranti e toccanti modi di fare di Zaccaria, la mente e il cuore del lettore rimangono costantemente avvinti ai misteri che permeano la storia fino al suo epilogo.

Il “diverso” occupa tutti i posti d’onore all’interno del romanzo. Ghescik lo è nel corpo, gobbo e zoppo, ma la sua mente è sveglia e scaltra e lo condanna a percorrere una strada oscura e autodistruttiva. Zaccaria, oltre al corpo allampanato, è diverso nella mente, un povero pazzo, simpatico ma spossante con le sue fisse, incapace di seguire un filo logico; eppure, si rivela essere il più illuminato e lungimirante di tutti. Anche Orgo il gigante è un mentecatto, forte ma stupido, capace di comunicare solo il suo nome e di sciorinare pochi proverbi sgrammaticati. Gamara poi è orribilmente sfigurato, ed esercita la professione del cacciatore di taglie, cosa che lo rende un fuori casta. Perfino Guia non è altro che una vittima delle superstizioni altrui, imprigionata a causa dei suoi talenti di strega.

Tra tanta gente che si ritiene furba e sana di mente, saranno proprio i matti a risultare i “vincitori”. L’autore tratteggia i deboli con fine sensibilità senza essere melenso né cadere nel patetico, rendendoli cari al lettore per ciò che sono, senza fronzoli o giustificazioni. La sottile corrente di ritorno all’innocenza e alla purezza di cuore, alla pur sgradevole verità, attraversa tutto il romanzo, trovando paradossalmente il proprio territorio nell’antica magia invece che nella razionale e rassicurante religione della Luce.

Barbi ha l’ulteriore pregio di saper modificare il proprio stile narrativo a seconda delle situazioni. Si passa dal comico-grottesco al drammatico, in una commistione di linguaggio che rende più saporita la trama. Le sequenze di maggiore tensione vengono risolte in un rapido e inaspettato passaggio dall’uso del passato remoto a quello del presente; se ne ricava quasi l’impressione dello scorrere di una pellicola cinematografica, in grado di cambiare la velocità tramite scelte di montaggio. Queste variazioni non sono fastidiose, anzi regolano il ritmo ponendolo in sincrono con l’ansia e l’aspettativa di chi legge.

Le sequenze del Mietitore sfiorano l’horror, non solo per la crudezza delle scene di sangue ma anche per le situazioni angosciose che caratterizzano le sue entrate in scena. Il lento salire della tensione, l’imprevedibilità delle azioni del mostro e le vite spezzate dalla sua falce toccano in modo efficace l’immaginario.

Spigliato, coraggioso e a tratti commovente, L’Acchiapparatti di Tilos è un ottimo romanzo, adatto anche a chi non va pazzo per il genere Fantasy.