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L’Albero delle Conchiglie

Le leggende provenienti dal Mediterraneo sono spesso frutto di commistione tra le varie culture che hanno solcato questo mare denso di storia.

Nel Medioevo, gli Arabi avevano spezzato l’unità creata nel corso dei secoli dai Romani e dalla religione cristiana, generando quello che oggi chiameremmo uno scontro di civiltà; nel nostro meridione, tuttavia, tali culture continuarono ad amalgamarsi, culminando nel Regno Normanno che unificò Longobardi, Bizantini e Arabi siciliani sotto un unico dominio.

Proprio in quest’epoca, precisamente nel XII secolo, è ambientato il racconto L’Albero delle Conchiglie, di DONATO ALTOMARE il quale, conscio della ricchezza di un simile contesto, rielabora una leggenda della sua terra, la Puglia.

Gli ingredienti sono quelli classici: un giovane irrequieto dagli umili natali, una bella ragazza da salvare, i cattivi che la minacciano e che devono essere sconfitti, infine l’alleato soprannaturale, dalla natura ambigua e dagli scopi misteriosi.

Gli amanti dell’originalità rimarranno facilmente delusi dal fatto che l’autore si limiti a rivisitare il mito senza aggiungervi particolari elementi; i personaggi stessi risultano solo abbozzati e perciò poco coinvolgenti: nulla sappiamo della misteriosa ragazza, se non della sua condizione di suora; nulla viene detto della tenebrosa creatura nota come Malombra (anche se l’autore si sofferma sullo strano modo per evocarla: tramite un albero di conchiglie)…

Nonostante ciò, Altomare lascia trasparire caratteri e sentimenti che sarebbero stati assenti o senz’altro invertiti in una leggenda coeva: i predoni Mussulmani si svestiranno della loro immagine crudele giungendo alla fine a trasformarsi in “normali” esseri umani; i Cristiani che li combattono, per converso, assumeranno atteggiamenti sempre più assurdi, soprattutto nei confronti delle povere monache dell’eremo sul mare, le vere vittime della vicenda. La storia, ha infatti, come scenario principale, un monastero femminile in cui, dopo una breve scorribanda, si rifugia un gruppo di pirati saraceni. Il giovane pescatore Corrado, colpito dall’avvenenza di una di queste monache, non riesce ad accettare i crudeli abusi ai quali è destinata, un fato la cui tragicità è resa oltretutto certa dalle imposizioni del costume dell’epoca: anche se liberata, a nessuna religiosa è concesso sopravvivere dopo il disonore del contatto maschile.

La storia si conclude, come tutte le favole, con il lieto fine che porta a coronamento il sogno d’amore dei due giovani.

Le umili origini sono qualcosa che il protagonista considera con orgoglio, e gli impedimenti che deve affrontare non sono i gradini di un riscatto sociale: ciò a cui egli aspira è soltanto salvare la donna che ama; sotto questo punto di vista, bisogna riconoscere ad Altomare il merito di non aver ceduto alla tentazione di trasformare questa vicenda in una sorta di denuncia sociale ante litteram, difficile da rendere vista la breve durata della storia.

A parte questa impostazione e alcune trovate interessanti (l’origine del cognome “Altomare” e l’apparizione del padre di Corrado, la cui identità risulta davvero inaspettata), L’Albero delle Conchiglie, proprio per la sua brevità, scorre troppo velocemente, senza lasciare nulla. È dunque un racconto che, pur decoroso, avrebbe avuto ben altro esito se si fosse deciso di ampliarlo in un vero e proprio romanzo, permettendo alla penna dell’autore di mettere in luce i troppi lati oscuri sottintesi nella vicenda e nella psicologia dei personaggi.

Subentra così la netta impressione che si tratti di un mero esercizio di maestria scrittoria, soprattutto quando l’autore si sofferma sulla genesi della leggenda fornendo consigli e precetti noti, come il fatto di “scrivere ciò di cui si conosce” o l’importanza dell’approfondimento per conferire realismo alle vicende, insegnamenti senz’altro utili allo scrittore in erba, ma resi fin troppo zelanti.

A che pro, ad esempio, impegnarsi in una coerente ricostruzione numismatica delle monete utilizzate all’epoca in cui è ambientata la storia – particolare del tutto accessorio e di poco peso – se poi si confonde il fuoco greco con la polvere da sparo? Questa mistura, creata dal greco Callinico e copiata con una formula alternativa dagli Arabi, era liquida, non certo impiegata come polvere. Di ciò Altomare sembra non avere consapevolezza, preoccupandosi, piuttosto, di evidenziare altri errori storici che appaiono del tutto veniali anche agli occhi di uno studioso del passato.

Un anacronismo segnalato riguarda la tipologia di navi in uso da parte dei veneziani, ma… parlare di galee o galere è una vittoria tale da dover essere vantata in una postfazione?