L'anno Mille
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L’Anno Mille

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Anno Mille: un esercito di mercenari al soldo di un misterioso alchimista attacca il castello della principessa Altea. La strega buona, un’anziana guaritrice capace di lanciare incantesimi, convoca allora il gigante Herrmugnen, armato di un pesante falcione e coperto da una spessa armatura, il quale, insieme al valoroso principe Valerio, tenta una disperata difesa del castello.

L’Alchimista possiede però il segreto della lavorazione di un nuovo metallo, e grazie alle armi con esso forgiate i suoi soldati spazzano via ogni resistenza; il principe stesso cade nel tentativo di salvare l’amata Altea, che finisce prigioniera degli aggressori.

Il solo difensore impossibile da abbattere è Herrmugnen, in virtù della sua armatura capace di proteggerlo da qualsiasi dardo. Ma l’Alchimista riesce ugualmente a sbarazzarsi del gigante, tramite un incantesimo col quale lo spedisce nel futuro…

Tempo presente: nei giardini di Piazza Vittorio a Roma sosta un barbone. È un uomo alto oltre due metri che trascorre le proprie giornate su una panchina. Quando esagera col vino, afferma di essere stato un guerriero, racconta d’essere giunto attraverso la Porta Alchemica. La gente che frequenta i giardini lo considera un innocuo malato di mente, o un povero ubriacone, lo tratta quindi con compassione o lo deride sottovoce intimorita dalla mole.

Herrmugnen si torva decisamente a disagio nel terzo millennio, tuttavia non è certo un povero ingenuo e riconosce nel presente i suoi alleati e i nemici di un tempo. La Principessa, che nel passato aiutava i malati, è oggi una studentessa universitaria che fa volontariato e intrattiene una relazione con un balordo. Il principe Valerio è un medico al SerT (Servizio per le Tossicodipendenze), di cui è a capo proprio colui che era stato l’Alchimista, ora un uomo potente e corrotto che rifornisce di droga, tra gli altri, anche il balordo con cui la Principessa si vede.

La lotta di ieri rivive nel presente.

FILM NON STORICO DEDICATO ALLA NOSTRA STORIA

Durante gli scavi per la realizzazione di un tratto dell’autostrada Firenze-Roma, in zona alto Lazio, è stata scoperta una tomba. Al suo interno fu ritrovata un’armatura di ben 100 kg, un peso incredibile se si pensa che le protezioni di un cavaliere del tardo Rinascimento non superavano i 40 kg. C’era anche una spada, a sua volta pesante 70 kg: altro mistero, se si pensa che le “ottomani” (ovvero le lame impugnabili in modi diversi) usate dai Lanzichenecchi contro la cavalleria raggiungevano solo i 6,5 kg. Gli studiosi cercarono – e ancora cercano – di capire a quale scopo potessero essere stati fabbricati quegli oggetti, in un’epoca in cui l’altezza media oscillava intorno al metro e cinquanta.

La Porta Magica esiste davvero a Roma, è un’intelaiatura realizzata in marmo, incisa con simboli alchemici e di pianeti, un “sigillo di Salomone”, e iscrizioni in latino ed ebraico. Ai suoi lati, ci sono due statue del dio egizio Bes. Insomma un pastiche, come si usava all’epoca. È stata realizzata a metà Seicento per la villa del marchese di Palombara. Come molti suoi contemporanei, il nobile era appassionato di alchimia. Secondo la leggenda, entrò in contatto con un uomo misterioso che gli promise oro e ricchezze se avesse finanziato esperimenti sulla trasmutazione dei metalli e sui viaggi nel tempo. Il nobile accettò; un giorno l’ospite scomparve lasciando formule e sacchetti di polvere d’oro. Il marchese non riuscì mai a decifrare i simboli e li fece incidere attorno alla porta del suo studio. Secoli dopo, in età umbertina, gli architetti hanno scelto di mantenere il suggestivo monumento, e di renderlo fruibile alla popolazione.

Herrmugnen è esistito davvero: non sappiamo se fosse un gigante, ma sappiamo che nell’anno 1023, per concessione dei conti di Bagnoregio, costruì la roccaforte che avrebbe poi governato. Herr Mugnen, in volgare diviene Sermugnano: il nome del castello e il piccolo borgo a metà strada fra Todi e Viterbo.

Un delizioso borgo, una scultura inusuale, un personaggio citato nelle cronache medievali, un’armatura e una spada di proporzioni gigantesche: la vicenda narrata ne L’Anno Mille prende spunto da ritrovamenti archeologici. Sono oggetti e documenti che niente hanno in comune; il regista immagina che siano legati tra loro, e col gusto per la licenza poetica dà voce al passato, senza pretese di fedeltà storica. Un’operazione del tutto analoga a quella compiuta da Dan Brown, il quale ha mescolato Vangeli apocrifi, mito del Graal, segreti di Leonardo da Vinci. Tanto basta, in entrambi i casi, per risvegliare l’interesse dello spettatore, fargli capire che il mistero può trovarsi sotto i suoi occhi, può nascere da un’edicola persa nella campagna assolata o da un’epigrafe murata sulla facciata di un palazzo, da un monumento dimenticato o da un libro polveroso…

Quando le luci tornano in sala, viene voglia di saperne di più su Sermugnano e sulla tomba del gigante. La riscoperta del nostro territorio è la vera protagonista, e, in questo senso, le sovvenzioni ricevute dai Beni Culturali sono più che meritate.

SPAGHETTI & STARGATE

La pellicola mescola fantasy e fiction poliziesco-ospedaliera, con grande coraggio. Realizzare e distribuire un soggetto fantasy in Italia è stato sempre difficile, anche quando sono state riciclate trame di successo. Tra imitazioni di titoli d’oltreoceano e innovazioni accolte con perplessità dal grande pubblico, i registi spesso hanno scelto trame surreali e poetiche, metafore sulla società, oppure hanno coniato eroi improbabili, personaggi forzuti quali Maciste, Ursus, Ercole, o qualche imitazione più o meno sgangherata di Conan il barbaro. Ci sono state poi le parentesi fiabesche del mondo di Fantaghirò, reame di cartapesta realizzato da piccoli e grandi artigiani.

La pellicola di Diego Febbraro segue questi esempi; le sue atmosfere si ispirano più alle scorribande nel Medioevo immaginario di Alessandro Blasetti, ai vecchi peplum mitologici e alla saga della principessa guerriera, che alle recenti incursioni di Peter Jackson nella Terra di Mezzo.

Rispetto alle produzioni italiane, L’Anno Mille è un film ancora più “trasgressivo”. Non si limita a riproporre un’unica ambientazione, ma fonde con sfrenata creatività stereotipi e linguaggi tipici di più generi.

La pellicola inizia mostrandoci un credibile villaggio di capanne e una guaritrice. Passa presto ai registri della fiaba e introduce la principessa, il principe, la strega, l’alchimista, il sultano, il gigante… Poi l’azione si sposta nel presente e vengono riproposti gli stessi personaggi in versione moderna. L’ambientazione e lo stile narrativo sono quelli resi familiari dalle fiction televisive: eroici poliziotti e medici rassicuranti, intrecci sentimentali e momenti di lotta al crimine… È una scelta che può lasciare spiazzati gli spettatori, poiché il pubblico attratto dalle vicende di spada e stregoneria è molto diverso da quello che segue fiction e soap opera. Qualsiasi analista di mercato boccerebbe quindi a priori la ricetta di Febbraro: è difficile vendere un prodotto molto caratterizzato a consumatori tanto diversi. Logica di mercato e poesia non sempre vanno d’accordo; eppure, nel caso de L’Anno Mille, il contrasto tra presente e leggendario passato aumenta la suggestione di quest’ultimo, e mantiene vivo l’interesse dello spettatore, anche se i vari momenti melodrammatici probabilmente piaceranno meno agli irriducibili patiti dell’avventura epica, o a chi si attenda un ritmo narrativo facile, da telefilm.

I passaggi tra presente e passato avvengono sempre con la complicità della Porta Magica. Essa, grazie agli incantesimi, diventa una specie di Stargate, e la ritroviamo spesso inquadrata e contemplata da Herrmugnen. La presenza della Porta segnala i passaggi tra le due ambientazioni, passata e presente; sono scambi frequenti, e richiedono una certa dose di attenzione.

Non manca nemmeno un lieto fine pieno di magia che accontenta gli inguaribili ottimisti, pur rischiando di apparire un po’ esagerato. D’altra parte la bizzarra fusione è un modo assai creativo per limitare le spese, valorizzare le bellezze meno conosciute dell’Italia e raccontare una storia avvincente.

LA TECNICA E IL CUORE

Anche se una buona parte della vicenda si svolge nel presente, la sceneggiatura dà il meglio di sé quando racconta il Medioevo immaginario. Ce lo narra come fece Blasetti ne La Corona di Ferro, ovvero ci rende l’immagine di un’epoca esistita solo nelle fiabe, popolata da buoni sovrani e coraggiosi guerrieri pronti a battersi per la giustizia.

La battaglia è ben fatta e ricorda quelle dei peplum di Cottafavi, in particolare Le Legioni di Cleopatra, a sua volta debitore della battaglia finale dello Spartacus di Stanley Kubrik. Ci sono cavalli, macchine da guerra, schiere in marcia, arcieri, balle di fieno incendiate. Purtroppo è accompagnata dai Carmina Burana di Orff: il coro “O Fortuna Imperatrix Mundi” è favoloso ma, dopo l’Excalibur di John Boorman, il brano è ormai divenuto scontato e riutilizzato in ogni dove (duelli in contesti di fiere medievali, presentazioni di videogiochi, CD didattici sul Medioevo ecc.).

Il computer è stato impiegato con intelligenza: la grafica dà una mano quando davvero occorre, “clonando” i soldati nei campi lunghissimi e intervenendo durante il lancio degli incantesimi. Va peggio quando sono i protagonisti in carne ed ossa a dover alzare la spada: sono inquadrati in primi piani o in piani americani, non è possibile far miracoli digitali o sostituirli con controfigure addestrate. La fotografia aiuta invece a trasformare i loro colpi incerti in fendenti micidiali, così come valorizza le scenografie. Si capisce comunque che gli attori sono seri professionisti, gente che impara pagine e pagine di copione con i ritmi massacranti delle produzioni televisive.

I costumi sono un accettabile compromesso tra costi, storia e fantasia. La cotta di maglia aperta sui fianchi indossata dal principe protegge meno delle semplici armature dei suoi sottoposti militi, ma siamo in un fantasy, e occorre ricordarcelo.

Fantasy non significa evadere dalla quotidianità per rifugiarsi in un sogno rassicurante e innocuo. Il film fa riflettere, pur nella sua apparente levità: tutti i personaggi antichi hanno controparti contemporanee che ne incarnano le stesse doti e gli stessi valori. Tutti hanno un “doppio”, tranne il gigante: come se oggi forza, lealtà, purezza d’animo e coraggio fossero ideali sorpassati, buoni per farsi odiare, disprezzare l’altrui grettezza, e vivere da emarginati.

Si possono fare paragoni tra le fiabe di ieri, popolate da truci maghi e belle principesse, e quelle che sono di moda oggi, piene di crocerossine, poliziotti gentiluomini, pericolosi malviventi. Cambiano usi e costumi, eppure resta inalterato nella gente il desiderio di ascoltare vicende dalla conclusione confortante. Viene da sospettare che fiaba e fiction non siano sempre in antitesi come molti spettatori credono, che le differenze talvolta siano affidate più alla forma che alla sostanza.

Il film L’Anno Mille risulta gradevole, nonostante il budget limitato che probabilmente ha condizionato lo sviluppo della vicenda. Pensando alle peripezie della produzione, alle difficoltà di affermare la bellezza di un genere, viene da perdonare il sincretismo a volte un po’ forzato, le ingenuità della trama, le sequenze zuccherose. Le pecche sono controbilanciate dalla creatività, dal desiderio di omaggiare il cinema di genere di ieri e di oggi, dalla volontà di far scoprire monumenti “minori”. Ammirevole il coraggio con cui si propone il superamento di generi, nella fusione tra opposti.

L’Anno Mille è una pellicola che funziona grazie alla creatività, e merita molto più di una semplice occhiata.