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L’Arcadia della mia Giovinezza

In un passato remoto, l’epoca degli intrepidi pionieri del volo, un pilota tenta in solitaria un’impresa tra le più ardue: la trasvolata di una montagna considerata invalicabile, tanto da essere soprannominata “la Strega Nera”.

L’uomo sottopone sé stesso e il suo apparecchio a una sfida impari, in condizioni proibitive, avendo da opporre al destino beffardo nient’altro che la forza di volontà, gettandosi infine verso l’ignoto con un ultimo slancio. Phantom Harlock scompare nel cielo lasciando un diario e un nome: “Arcadia”.

Così comincia la saga del pirata più famoso dei disegni animati, commemorando con brevi ed efficaci tratti l’eroica vicenda di un suo antenato: una storia che, pur lontanissima dal nostro tempo e distante interi “anni luce” dall’ipotetico futuro abitato da Capitan Harlock e dai suoi compagni, diviene un riferimento ideale, una pietra di fondazione e di paragone, una sintesi istantanea dei nuclei tematici che comporranno le successive due ore di animazione. La sfida che i protagonisti affronteranno sarà la stessa lanciata dall’aviatore alla montagna inviolata: trasformare una sconfitta in vittoria.

TRAMA

Phantom Harlock II, figlio dell’aviatore scomparso, combatte nella Seconda Guerra Mondiale come pilota da caccia dell’aeronautica tedesca. Costretto a un atterraggio di fortuna, si imbatte in Toshiro, un tecnico giapponese in fuga dalla guerra. Tra i due nasce l’amicizia spontanea, e il pilota si offre di aiutare il piccolo meccanico trasportandolo oltre il confine svizzero. Una volta condotto in salvo Toshiro, Harlock II decide di continuare a combattere nonostante il conflitto volga all’ormai inevitabile sconfitta tedesca. Prima di affrontare con coraggio il suo destino, consegna nelle mani dell’amico il suo fedele mirino C12-D, assieme alla promessa che un giorno si incontreranno di nuovo…

Interi secoli sono passati, e l’ultimo discendente degli Harlock è capitano di un vascello spaziale della Federazione Solare, di ritorno sulla Terra occupata dagli Umanoidi dopo una guerra perduta. Sul pianeta devastato, alcuni Terrestri non si piegano alla dominazione, e la loro speranza è tenuta viva dalle trasmissioni radiofoniche clandestine di Maya, la donna di cui Harlock è innamorato e che egli tenta di rintracciare.

All’atterraggio, l’ex capitano viene prelevato da Zoll e dal gruppo dei miliziani del pianeta Tokarga, i quali servono di malumore il governo Umanoide; in seguito fa la conoscenza di Toshiro, un ingegnere reduce di guerra che vive come un mendicante: l’amicizia tra i due viene rinsaldata dalla scoperta, tratta dalla loro comune memoria biologica, del sodalizio esistito molto tempo prima tra i loro antenati. Intanto, Tokarga viene designato come prossimo obiettivo degli Umanoidi, e ciò convince Zoll e i suoi uomini a ribellarsi. Per difendere il pianeta, Toshiro affida al comando di Harlock un’astronave che ha costruito di nascosto, la potente Arcadia.

Gli Umanoidi tentano di scongiurare l’intromissione dei ribelli nei loro piani catturando Maya ed Esmeralda (un’amica di vecchia data di Harlock, entrata in scena poco prima) minacciando poi di ucciderle; le due donne vengono però salvate da Zoll e i suoi.

Il viaggio dell’Arcadia a Tokarga si dimostra comunque inutile perché gli abitanti del pianeta sono già stati sterminati: gli unici supersiti si sacrificano durante il viaggio di ritorno per consentire alla nave di Harlock di superare una tremenda perturbazione spaziale chiamata “Strega Grigia” – proprio come la montagna che fu fatale a Phantom Harlock.

Giunto sulla Terra, il pirata trova Zoll ucciso; e Maya, gravemente ferita, spira tra le sue braccia.

Harlock allora sfida apertamente Zeda, il comandante dell’esercito umanoide, dichiarando di non volersi sottomettere all’autorità degli invasori, al contrario della maggioranza dei Terrestri disposta ad asservirsi piuttosto che affrontare una difficile lotta per l’indipendenza.

Zeda soccombe a Harlock durante un combattimento duro ma leale, e il pirata spaziale può così lasciare la Terra e andarsene libero per l’Universo.

ARCADIA

Il nome “Arcadia” ha origine nell’antichità, indica una sorta di paradiso originario, un luogo sereno dove condurre un’esistenza pacifica e incorrotta, lontano dalla volgarità del mondo.

L’astronave di Harlock può dunque essere vista come l’unico posto, in un Universo ormai in preda al caos, dove ancora resistono la fede nella giustizia e nell’amicizia. Per il pirata in perenne esilio rappresenta anche la sola vera patria ideale: “Arcadia”, difatti, è il soprannome con cui i suoi due antenati chiamavano l’amena residenza natale, situata in un luogo imprecisato della Germania meridionale e rievocata con nostalgia nei racconti di Phantom Harlock II.

Già allora “Arcadia” indicava qualcosa di più, era simbolo di un modo eroico e disinteressato di intendere la vita, una sintesi di ideali, per mantenere vivi i quali, Phantom Harlock I battezza con quel nome il proprio aereo, e altrettanto fanno i due Toshiro col caccia tedesco e il maestoso vascello spaziale.

STRUTTURA E TEMI PORTANTI: RIFIUTO DELLA RESA, AMICIZIA, SPERANZA

La leggendaria scomparsa di Phantom Harlock viene proposta in apertura, attraverso un doppio passaggio (come in un gioco di scatole cinesi): il narratore non è infatti l’Harlock “dello spazio” ma Phantom Harlock II, figlio dell’aviere e a sua volta pilota a bordo di un aereo da guerra – per il desiderio di volare e non per idee militariste. Questa sottotrama si conclude più avanti, in pieno futuro, mediante un flashback “estratto” dalla memoria biologica di Capitan Harlock grazie alle tecnologie della sua epoca: l’espediente delle due fasi di ricordo successive ha il merito di attualizzare la vicenda originaria senza eliminare brutalmente la distanza temporale che la separa dalla trama principale.

In questo modo il filo conduttore che lega gli eventi risalta in tutta la sua lunghezza, le personalità sulla scena acquistano una vera e propria profondità storica e la continuità tra l’inizio e gli sviluppi successivi viene ribadita doppiamente ma non banalmente ripetuta: saldato al contributo già fornito dal prologo, l’incontro tra Phantom Harlock II e Toshiro nella Germania del 1945 introduce la tematica dell’amicizia leale e imperitura tra due persone che si trovano a condividere un sogno, un ideale.

Il tempo è cambiato, e con esso le sfide da vincere e i mezzi da impiegare, ma non è cambiata la risposta lasciata in eredità dal passato, per quanto lontano: il simbolo di un teschio (la vecchia bandiera dei pirati) e un nome (“Arcadia”) viaggiano attraverso le epoche per fare da collante tra le diverse vicende.

Questo collegamento tra presente e passato è il pilastro che sorregge non solo la coerenza tematica e stilistica del lungometraggio, ma anche quella narrativa.

Infatti, nonostante appaia a prima vista non coeso (separato in due parti inframmezzate al racconto nel futuro), il flashback sul passato asseconda la progressione narrativa: l’incipit sullo sperduto Phantom Harlock I, consapevole d’essere ormai condannato a una fine certa, precede l’arrivo sulla Terra dell’altrettanto solitario e sconfitto Capitan Harlock, mentre l’incontro tra Phantom Harlock II e Toshiro nel 1945, che si conclude con una promessa d’eterna amicizia affidata a tempi migliori, segue quello avvenuto tra i due fuggiaschi nel futuro, che muta il pirata da eroe solitario a bandiera di un movimento. Solitudine e rassegnazione da una parte, condivisione e speranza dall’altra.

L’uniformità nello stile, nelle atmosfere descritte, è garantita dal parallelismo tra le tre storie narrate fino al ritorno dell’Arcadia sulla Terra: sono le storie di tre sconfitte, tre racconti crepuscolari dominati dall’ineluttabilità del destino avverso. L’aviatore scomparso, il pilota rimasto senza benzina e costretto a separarsi dall’amico, infine il ribelle alla deriva nella desolazione di Tokarga: tre perdenti, tre eroi che sono tali non nella vittoria ma nel titanismo romantico con cui affrontano fino in fondo la loro tragedia.

La fiducia nel domani, la speranza nel riscatto, e il numero di personaggi disposti a credervi, seguono invece un’evoluzione più tortuosa e complessa, crescono proporzionalmente di scena in scena: Harlock stesso inizia la lotta ammettendo esplicitamente “siamo stati sconfitti”, mentre ricompare nel finale incarnando in prima persona questa idea di fede nel futuro.

All’inizio la speranza non è che una voce, quella di una radio clandestina che esorta i Terrestri a non piegarsi (almeno nello spirito) alla dominazione degli Umanoidi; si potrebbe dire che nemmeno esiste, in concreto, finché non la si individua simboleggiata in una rosa e in una trasmittente. Da due oggetti si passa poi a una persona, quando la speranza si incarna in Maya, la donna di cui Harlock è innamorato e dalla quale riceverà il testimone: il pirata spaziale e la sua nuova Arcadia sono l’ultima e compiuta rappresentazione di questo tema portante.

Il passaggio di consegne deve però avvenire gradualmente, e mediante un percorso non facile. La presenza della fiducia nel domani nelle storie dei suoi avi è come la voce clandestina udita da Harlock: niente più di un simbolo o di un’illusione. La capacità di tramutarla in concreto è un qualcosa che il protagonista non può limitarsi a ereditare, ma che deve conquistare con le proprie mani, attraverso le proprie imprese.

Da notare come il concetto di speranza venga saldato ai personaggi femminili (mentre gli altri temi ai personaggi maschili): Maya è la personificazione della speranza, colei dalla quale Harlock eredita il ruolo di bandiera e capo dei ribelli; Esmeralda è fin dal suo primo apparire una libera esploratrice degli spazi siderali; Lamine, un’aliena innamorata di Zoll, è inizialmente l’unica a collaborare con i Terrestri oppressi. Lo stesso simbolismo è mostrato, anche se in negativo (ma proprio per questo in modo accentuato), quando i superstiti di Tokarga si suicidano in seguito alla morte dell’ultima esponente femminile della loro razza, la sorellina di Zoll, Mira.

L’AMBIENTAZIONE

Per quanto il comparto tecnico di questo lungometraggio si dimostri oggi datato, il risultato ottenuto va ben al di là di questo limite. Le scene d’azione sono in effetti stilizzate e un po’ caotiche, ma l’impianto sviluppa una storia avvincente e drammatica basandosi sull’ambientazione e sui personaggi, che non necessitano di animazioni all’ultimo grido per imporsi.

La Terra su cui giunge Harlock durante la prima sequenza è un cumulo di rovine, con una popolazione stremata e soggiogata costretta in angusti rifugi, sotto un cielo notturno che sembra debba rimanere tale per sempre. Qui il futuro pirata percorre vicoli malsicuri per trovare una rosa (simbolo dell’amata) nascosta in uno scantinato; inconsapevole di quella che sarà la sua missione, si muove vagabondo spinto soltanto dal desiderio di rintracciare una persona cara, umanizzato e perfettamente assimilato alla desolazione senza ordine e senza luce, popolata da reietti allo sbando che vivono appesi a un filo sottile.

Con il passaggio al centro di comando umanoide, la cappa di oppressione e di disfatta che aleggia sulla Terra si fa ancora più palpabile. La discesa nei bassifondi prosegue con la visita al locale frequentato dai reduci della guerra, vessati e scherniti dagli Umanoidi vincitori, dove gli sconfitti Harlock e Toshiro cominciano a stringere un legame di solidarietà. In questo passo, purtroppo, l’atmosfera cupa e notturna fin qui delineata con grande efficacia viene interrotta da un breve cedimento nel tono della narrazione, dato che la rissa scatenata da Harlock in difesa dell’amico degenera rapidamente in una farsa, perdendo ogni connotato drammatico.

Dopo la pausa del flashback, l’ambientazione ritorna su tinte scure, in cui la vena tragica del lungometraggio viene soltanto a tratti intervallata da scene meno pessimistiche ma pur sempre crepuscolari e cariche di tensione. Il primo incontro tra Harlock e Maya, la tragica morte di Zoll, l’arrivo su Tokarga quando gli Umanoidi hanno già portato a termine la loro opera di distruzione, sono tutti momenti in cui i personaggi sconfitti sperimentano la loro impotenza; e, laddove una speranza si accende, collegata ai personaggi femminili, essa volge poi in negativo: dopo avere incontrato Harlock, Maya viene ferita; la rivolta scatenata per salvare Esmeralda si conclude con Zoll ucciso a tradimento; Lamine porta in salvo Mira solo per vederla morire durante il viaggio di ritorno verso la Terra.

Lo stesso varo della possente Arcadia, che è il primo sigillo e la prima sintesi dei sentimenti eroici, di amicizia e di speranza, non vale a salvare il pianeta amico da un destino che si è già compiuto; un crudele fato di inevitabile sconfitta si fa beffe perfino del tanto atteso vascello della riscossa.

Anche in seguito, quando Harlock si risolve per una lotta senza quartiere, quando la mitica Arcadia comincia a superare con passo epico ogni ostacolo sulla sua rotta, il tono della vicenda rimane drammatico, sofferto, dominato dallo sforzo e dal costo che questa impresa richiede: pur vittorioso, Harlock non compie nessuna marcia trionfale su petali di rose, ma sale a fatica una via impervia lastricata di lacrime e sangue.

Durante tutto il tempo, la regia fotografa il protagonista con un larghissimo uso di primi piani statici, e anche gli altri personaggi sono raramente impegnati in azione: l’atmosfera delle singole scene, il carisma delle personalità descritte e la mancanza di facile retorica nei dialoghi (ogni proclama in favore della libertà, lungi dall’essere banalmente enfatico, è pagato a caro prezzo) si combinano con questa scelta figurativa senza troppo risentire della carenza di sequenze “spericolate”. Ciò che conta, insomma, sono le scelte e la forza di volontà degli individui, non il numero di raggi laser che riescono a sparare in un minuto.

Il tutto, poi, è valorizzato da un commento sonoro orchestrale sempre all’altezza di ogni scena.

EVOLUZIONE DI UN EROE

Tra i passi che segnano l’evoluzione di Harlock da reduce sconfitto a libero pirata simbolo di indipendenza e di rivincita, ve ne sono almeno tre che è opportuno descrivere. Il primo è quello che narra il sofferto incontro tra il protagonista e Maya: la speranza nel domani si presenta cioè di persona, dopo essere fugacemente apparsa sotto la forma di una voce e di una rosa; ma la polizia umanoide è sulle tracce della donna, e nello scontro a fuoco che ne consegue Harlock viene ferito all’occhio destro.

È il primo vero momento di forte tensione del film: di notte, Harlock e Maya si trovano l’uno di fronte all’altra, nascosti in due angoli bui, senza poter percorrere la breve distanza che li separa perché illuminata e posta sotto tiro. Il contrasto molto forte tra luce ed ombra aumenta sensibilmente l’impatto delle immagini, che mostrano un Harlock, al punto più basso della sua parabola, ferito e respinto, ormai privo di un occhio, tendere disperatamente ma invano verso la meta della sua ricerca: Maya (che da ora diviene vero e proprio simbolo universale della lotta per la libertà, e non solo affetto personale di uno dei personaggi) rimane quindi l’unica cosa che può vedere, l’unica persona e l’unico scopo compresi nel suo orizzonte, e il passo che egli tenta di muovere è un passo dall’ombra alla luce.

La seconda scena in rilievo è quella che vede l’Arcadia superare la “Strega dello Spazio”, uno strano agglomerato di materia incandescente che, attratta dall’energia degli esseri viventi, risucchia e brucia le astronavi. Il passaggio avviene durante il ritorno dalla fallimentare spedizione su Tokarga, il momento in cui la disfatta e la schiavitù incombono più minacciose che mai. La speranza di salvare il pianeta amico dall’annientamento si dimostra vana; l’Arcadia stessa, che doveva essere il vascello della rivincita, approda in uno scenario di morte e desolazione senza poter far altro che prendere atto della sconfitta e ritirarsi con i pochi superstiti.

Il superamento della “Strega dello Spazio” è la sfida mediante la quale Harlock può cominciare a tracciare un percorso di rivincita: archiviato l’insuccesso di cui comunque non ha colpa, il novello pirata spaziale riparte dal punto in cui si era fermato il suo lontano antenato, con la barra del timone fissa verso l’ostacolo oppostogli dalla natura ostile. Il successo dell’impresa conclude positivamente il cerchio partito dal prologo: l’eroe e i suoi amici possono vincere la sfida e superare la furia degli elementi. L’Arcadia si guadagna così il diritto a percorrere gli spazi siderali, e Harlock mostra di poter essere un libero navigatore al pari di Esmeralda (l’unica ad avere già tentato lo stesso viaggio attraverso la spaventosa turbolenza spaziale).

Ma in questo film non ci sono passeggiate piacevoli, né porte sfondate a spallate, e sulla prima vittoria cala in effetti il sipario di una tragedia: l’Arcadia può scavalcare il baratro solo grazie al sacrificio volontario di tutti i supersiti di Tokarga imbarcati; la distruzione totale e senza appello dello sfortunato pianeta e dei suoi abitanti è il sacrificio con cui Harlock e i suoi, gli unici ad essere accorsi in aiuto, possono ritornare indietro per impedire che drammi simili si ripetano in futuro.

In questa scena assistiamo quindi alla fine definitiva della speranza di Tokarga, che corrisponde però alla nascita di una nuova speranza, quella rappresentata dall’Arcadia stessa; questa ambivalenza è rappresentata in sintesi dalla morte di Mira, la giovanissima sorella di Zoll.

La terza sequenza importante mette in scena il duello tra Harlock e Zeda, comandante degli Umanoidi intenzionato a battersi lealmente contro un avversario che stima e rispetta per il suo coraggio e la sua tenacia.

Sul protagonista pesa ancora l’iniziale status di sconfitto, ma la sua ribellione non si svolge come una fuga bensì come una riappropriazione della libertà: il nostro pirata non riparte come un fuggiasco braccato, ma come un esule che si guadagna il diritto di tracciare da solo la propria rotta.

La sfida che Harlock raccoglie racchiude un doppio significato: da un lato rappresenta l’ennesimo scotto da pagare per l’indipendenza, dall’altro è la prima attestazione dei traguardi raggiunti dal protagonista nella sua evoluzione. Questa battaglia è l’ultima giocata sulla difensiva con il pirata costretto a dimostrare qualcosa, l’unica condotta ad armi pari in modo leale dagli Umanoidi, la prima impegnata da Harlock in qualità di simbolo di libertà (ruolo assunto definitivamente e consapevolmente con l’arruolamento di altri compagni prima del decollo, e sancito dall’ascolto dell’ultimo messaggio registrato da Maya), ed è semplicemente epica.

Le astronavi avversarie ribattono colpo su colpo senza badare ai danni subiti – nella seconda metà degli anni Settanta, le navi da battaglia create da Matsumoto, la Yamato (dall’anime Star Blazers) e appunto Arcadia, contendono ai “robottoni” il ruolo di protagonisti dei drammi spaziali – finché Harlock e Toshiro non volgono la giornata in loro favore concludendo idealmente la storia, rimasta in sospeso, dei loro antenati: il colpo decisivo viene esploso guidando i cannoni con un sistema di puntamento manuale, discendente del mirino C12-D, insostituibile compagno e infallibile “occhio” di Phantom Harlock II.

A bordo della nuova Arcadia le vicende passate trovano quindi una risoluzione positiva, e il protagonista completa infine il suo percorso, ormai in grado di andare incontro a qualsiasi sfida.

La scena successiva, ovvero lo sfondamento del blocco umanoide sopraggiunto all’inseguimento, può essere considerata quindi come la prima avventura di Capitan Harlock pirata spaziale.

Il registro finale è di conseguenza completamente diverso, purtroppo meno convincente. La distruzione dell’ammiraglia umanoide non mostra più l’epicità e la tensione drammatica della lotta contro Zeda, il quale d’altronde è sostituito da un comandante nemico che definire meschino e insignificante è già molto; Harlock stesso si ritrova calato di punto in bianco nei panni di un eroe invincibile e sprezzante, al quale anche le leggi della Fisica si inchinano ossequiose. Questi pochi minuti sono del tutto eterogenei (e in definitiva nettamente inferiori), per lo stile e i contenuti, nel contesto di un lungometraggio altrimenti coeso e di alto livello: basta poco per far cadere ingenuamente il tono crepuscolare e sofferto della narrazione, proprio nel passaggio tra due momenti di spessore come la prima grande battaglia dell’Arcadia e il definitivo addio a Maya.

COMMENTO

Sarebbe riduttivo considerare questo Capitan Harlock – L’Arcadia della mia Giovinezza del 1982 come un semplice prequel della celebrata serie televisiva Capitan Harlock del 1978, o come una visione alternativa priva di una sua originalità e di un’importanza autonoma.

Va però ammesso che il lungometraggio ha una trama poco più che abbozzata: è evidente il presupposto che gli spettatori debbano già conoscere il protagonista, e che necessitino solo di qualche lume sul suo passato. All’interno del film non è raro vedere, di conseguenza, scene che brillano più per forza espressiva autonoma che per reciproca coesione logica. La vicenda forza le tappe verso un finale che sembra, da questo punto di vista, l’unico vero traguardo importante da raggiungere, rinunciando più volte a sviluppare con la necessaria cura gli antefatti, retrocessi a elementi secondari. In buona sostanza, lo spettatore dovrà rinunciare a vedere spiegati alcuni passaggi tanto banali quanto trascurati: come si sono incontrati e innamorati Harlock e Maya? E chi è Esmeralda per conoscerli entrambi? Come ha fatto Toshiro a costruire un’astronave come l’Arcadia in clandestinità, su un pianeta ridotto alla fame?

Insomma, la contestualizzazione del film come parte del più vasto (e mai risistemato, a dire il vero) mondo harlockiano diventa più che opportuna.

Nonostante ciò, sarebbe miope declassare questa vicenda a mero antefatto delle successive avventure. Le sue tematiche portanti sono tanto consuete quanto universali e indipendenti da qualsiasi contesto specifico, la sua struttura ha la coerenza necessaria, l’ambientazione è magistralmente rappresentata senza bisogno di nessun supporto esterno, infine i personaggi hanno un carisma e una forza interiore che bastano a renderli presenze vive sullo schermo anche quando poco o nulla si sa sul loro conto.

Non stiamo assistendo a un semplice prologo di più importanti storie a venire, non siamo di fronte a una catena di eventi monca, priva di un finale o di uno sviluppo a sé stanti, la cui unica chiave di lettura sia necessariamente ciò che succederà in seguito. Anzi, sbilanciandosi un po’ (ma non più di tanto), si potrebbe perfino affermare che la vera storia è quella raccontata qui. In due ore, Harlock percorre tutta la distanza che separa un reduce disonorato dalla disfatta, solo e alla deriva, da un libero battitore dello spazio, capo di una potente astronave, amico leale o avversario temuto e rispettato.

Sconfitta e vittoria, amore e morte, tradimento e onore, amicizia e rivalità, resa al destino e tenacia indomabile, luce e buio, solitudine e solidarietà: i personaggi di questo film e le situazioni che affrontano vanno a coprire tutti questi temi e i relativi registri, in una storia che non può, quindi, che dirsi completa, arricchita da viaggi, duelli, flashback, disegni non perfetti ma sempre suggestivi. La saga dell’eroe è tutta qui, insomma: il perdente getta il cuore oltre l’ostacolo e ne esce vittorioso, si mette in viaggio senza confidare nel ritorno e dice addio alla vecchia vita.

Non ci sono trionfalismo né facile retorica ad appesantire la prima grande impresa di Capitan Harlock. Il protagonista paga un prezzo molto salato per la sua ribellione, dal momento che perde un occhio, la donna amata e un compagno leale e stimato come Zoll – il quale è, nei suoi ultimi istanti, quasi un Harlock a cui la fortuna volta le spalle.

La sfida lanciata dall’impavido Phantom Harlock è infine vinta, il nome “Arcadia” diventa il vessillo di libertà sotto cui combattere l’ingiustizia. Ma non c’è modo di compiacersi e di celebrare spensieratamente il traguardo raggiunto: la strada iniziata tra i vicoli bui della Terra sotto occupazione non è finita, porta al cosmo intero; il tortuoso percorso che conduce alla libertà viene tracciato tra le rovine, tra le tragedie, tra l’oscurità opprimente appena rischiarata dalla flebile luce della speranza.

Né la prima vittoria del nostro pirata può essere annacquata dalla sensazione di averla già vista tante volte quante sono le puntate di una serie tv. Il momento finale in cui la narrazione del lungometraggio comincia a sfociare in quella più tipica di una produzione televisiva è effettivamente soltanto un prologo, un assaggio frettoloso dell’Harlock che sarà – da questo punto di vista, anche l’uso della sigla dell’edizione italiana di Capitan Harlock come sottofondo degli ultimi minuti è una scelta di dubbio gusto –, e certamente un passaggio tra i meno felici (caratterizzato da espedienti eterogenei e da un tono più basso svuotato di pathos), ma per fortuna dura poco ed è seguito da uno dei momenti più intensi del film: presa sulle sue spalle (anzi a bordo della sua Arcadia), la responsabilità di assurgere a simbolo di libertà, Harlock può lasciare che Maya, Mira e Zoll proseguano per un altro viaggio, affidando alle profondità del mare di stelle il compito di custodire i loro corpi e la loro memoria.

Un classico imperdibile, un dramma crepuscolare, una galleria di immagini dove un paio di nei non fanno che mettere in risalto volti e scene memorabili.