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L’oro di Saltaginestre

L’oro di Saltaginestre è un cortometraggio di Sergio Schenone; l’autore racconta la guerra e le sue tragiche conseguenze in un piccolo paese della campagna siciliana (apparentemente nella prima metà del secolo scorso): un soggetto che di per sé sembra avere la vocazione realistica tipica delle fiction di impegno sociale.

Il regista narra gli eventi reinterpretandoli in modo sorprendente. Come in una ballata popolare, la figura di un cantastorie ci introduce in un mondo arcaico, fuori dal tempo, popolato da Don Mimmo Centofinestre, un signorotto bigotto e ipocrita, e dalla popolazione rurale da questi oppressa. Simile a feudatario medievale, Don Mimmo da un lato è lesto a sfruttare e ricattare i suoi ‘sudditi’, punendo ogni opposizione, dall’altro compra rispetto e fedeltà fingendo premure caritatevoli verso i più sfortunati. E il popolo naturalmente può ben poco per contrastare i quotidiani soprusi.

Poi scoppia la guerra, e i contadini vengono chiamati al fronte. Presto il paese si spopola; rimangono solo le donne, impiegate in una ditta che ricicla le uniformi dei soldati caduti. Le angherie intanto continuano, il signore fa il buono ed il cattivo tempo. Una notte di tempesta, però, la sua latitante coscienza si farà improvvisamente sentire…

Schenone mescola linguaggi diversi, apparentemente inconciliabili, con maestria e coraggio. L’impegno civile è una costante del cinema d’autore italiano degli ultimi anni; la vicenda del borgo di Saltaginestre affronta riflessioni sulla guerra voluta dai potenti, sul volto in apparenza bonario delle classi dominanti, sul paternalismo dittatoriale, sull’ignoranza e sulla paura che ostacola il cambiamento. Temi che vengono deformati attraverso l’impiego del registro grottesco, in un continuo crescendo che distacca la narrazione dal realismo.

La partenza per il fronte ci fa conoscere Don Mimmo, sorta di Don Rodrigo affiancato da bravi ottusi, e ben contrasta con la presentazione fatta dal cantastorie, che tramanda di un uomo potente ma magnanimo che per tutti ha una parola cortese. Presto scopriamo che il signore è un vero e proprio dittatore, usa e abusa della propria autorità basata sul denaro e sfrutta l’ingenua fede dei ‘miserabili’. La gente umile si inchina davanti alla sua immagine di rispettabilità immeritata.

Don Mimmo ha il controllo totale del suo feudo: si accerta che i militari partano davvero per il fornte; sfila tra le lavoratrici della sua fabbrica e porta loro dolci; consapevole delle intemperanze dei suoi scagnozzi, giunge in tempo per evitare uno stupro… Qualsiasi tiranno ‘che si rispetti’ è consapevole che il popolo, se portato dalla miseria più estrema a rendersi conto d’essere un gregge oppresso e dominato, potrebbe sempre ribellarsi e uccidere il suo padrone, così il signorotto non manca di dosare falsa benevolenza e ipocrisie. E laddove il popolo inizia a calare il capo per ignoranza, debolezza e paura, finisce poi col farlo per rassegnata abitudine.

Né il finale rende giustizia agli oppressi: l’incontro del tiranno con i fantasmi è solo un sogno, il potente si spaventa ma… chissà se poi il ricordo dell’incubo lo cambierà, come Mister Scrooge. Il cortometraggio termina con il lampo che risveglia Don Mimmo al sicuro nel suo letto, le conclusioni sono lasciate alla sensibilità degli spettatori.

La vicenda ricorda la Sicilia dei Malavoglia e del Gattopardo, è narrata mescolando linguaggi tipici del cinema di genere: la sequenza delle pastarelle sembra un musical, con tanto di coro da processione, il paese invaso da donne vestite da uomo, con tanto di coppola e baffi finti assomiglia a un balletto contemporaneo, il ricongiungimento familiare è volutamente assurdo, mentre l’incubo ammicca all’horror, con fantasmi e fitta nebbia. Il dramma della gente di Saltaginestre assume i toni grotteschi di una farsa macabra, ambientata in una Sicilia immaginaria. Fittizio è il paese, il linguaggio usato è inventato; la guerra è un evento privo di connotazioni geografiche o storiche, per suggerire che in ogni epoca i potenti hanno mandato al macello gli umili.

Non ci sono elementi fantastici o fantasy veri e propri, nel cortometraggio, a eccezione dell’atmosfera irreale che trasuda da ogni sequenza. Merito delle scene ricostruite in studio, della fotografia curata tanto da risultare manieristica, della recitazione istrionica sia da parte dell’ottimo protagonista sia dei validi comprimari.

Il personaggio di Don Mimmo compare in una serie di pellicole dello stesso autore; anche ignorando le altre vicende il messaggio di Sergio Schenone giunge chiaro. Inutile voler accostare L’oro di Saltaginestre a fiction tradizionali, perché nel corto regnano atmosfere surreali, come in alcuni racconti brevi di Dino Buzzati. Il giornalista e scrittore sfruttava l’effimera eco di fatti di cronaca riproponendoli in chiave fantastica. Qualcosa di analogo avviene nel cortometraggio. La sua bellezza, premiata in numerosi festival specializzati, è dovuta proprio alle scelte trasgressive che lo caratterizzano.