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La Città Incantata

“Se dovessi scegliere i cinque maestri dell’arte cinematografica, uno di essi sarebbe Miyazaki”: così si è espresso il compositore JOE HISAISHI, collaboratore di lunga data dell’artista e di registi del calibro di Takeshi Kitano, all’indomani dell’Oscar come miglior film d’animazione a La città incantata (per la prima volta a un lungometraggio giapponese).

E come smentirlo, ripensando alla disarmante semplicità e complicità con cui Miyazaki sa architettare le sue storie, piene di stupore e senso del meraviglioso. Lui meglio di altri è riuscito a trasporre sullo schermo il fantastico quotidiano in forma di poesia, una poesia intimamente umorale, precategoriale, che parla il linguaggio universale di un’umanità sottratta alle catene di bassezze tristemente reali.

La città incantata è una storia di maturazione di stampo classico, in cui l’irruzione dell’oltremondano è solo una delle possibili metafore del confronto tra una bambina e il mondo esterno. Miyazaki conserva l’asprezza allegorica de La principessa Mononoke, ma torna ad occuparsi di quel mondo di mezzo che è l’infanzia sulle soglie della coscienza, proprio come nell’insuperato Il mio vicino Totoro.

La rilettura è in chiave dichiaratamente fantastica, con un recupero dell’atmosfera sognante di Laputa, pervasa da uno slancio verso le barriere dell’irreale che sovverte l’usuale percezione della quotidianità. Chihiro sta traslocando con i genitori in un’altra città. Sulla strada per la nuova casa, dopo aver erroneamente imboccato un sentiero sterrato che attraversa un bosco, la famiglia incappa in un’antica e buia galleria. Incuriositi, i genitori decidono di esplorarla, trascinandosi dietro la riluttante Chihiro. Arriveranno in una valle apparentemente disabitata, con strambe costruzioni di contorno che la fanno sembrare un luna park abbandonato.

I genitori scompaiono, e Chihiro si ritrova sperduta nel mondo degli spiriti, in una magione/bagno pubblico gestito da Yubaba, che accetta di assumerla alle sue dipendenze purché semplifichi il suo nome in Sen (il titolo orginale è appunto Sen to Chihiro no Kamikakushi, ossia Sen e Chihiro rapite dagli spiriti). Inizia la dura lotta della “neonata” Sen per ritrovare se stessa e i suoi genitori, tra personaggi surreali e gli sporadici alleati: la sguattera Rin, l’aracnomorfo Kamajii e soprattutto il misterioso Haku, bel giovane che per primo l’aiuta a sfuggire alla folla intimorita.

Impostazione da classico bildungsroman: eppure, dietro la rilettura fiabesca si nasconde un’inaspettata durezza, in cui le asperità non vengono occultate o smussate per guadagnarsi la simpatia dei più piccoli (o meglio, dei loro genitori), come spesso avviene con l’animazione di marca disneyana più recente: al contrario, ogni difficoltà emerge – in modo non bellicoso, grazie alla partecipazione attiva di uno sguardo umoristico-spensierato – e viene amplificato. Perché solo sconfiggendo i propri demoni e le proprie paure è possibile liberarsi, riappropriarsi del proprio nome, simbolo dell’unicità e complessità che ci contraddistingue.

Pinocchio raccontava che i bambini, lasciati a loro stessi, senza una guida, cadrebbero presto preda degli impulsi (la “città dei balocchi”). La città incantata, anti-Pinocchio con cognizione di causa, propone un punto di vista alternativo, meno propenso ai desideri di dominio del mondo dei “cresciuti” su quello dell’infanzia. I bambini per maturare hanno e devono trovare la forza in loro stessi.

Il mondo è un antro di spettri con cui devono abituarsi a convivere in prima persona, non ci sono facili filtri a portata di mano: non a caso se nella favola di Collodi erano i giovani a trasformarsi in asini, qui sono gli adulti a diventare maiali. Chihiro non è allora un’eroina, quanto una ragazzina come tante: insolitamente buffa, preda di una gestualità sgraziata, di espressioni sbilenche – e per questo ancora più adorabile.