Il Mondo che Verrà (The Life of the World to Come, di Kage Baker)
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La Compagnia del Tempo: il Mondo che Verrà

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Anteprima testo

Dal diario di Mendoza, esperta di botanica 150.000a.C. (più o meno)

La pioggia arriva con il vento dell’ovest, il gelo discende dal cielo azzurro cupo del nord. Il vento dell’est porta fumi e foschie che si innalzano dal deserto mentre correnti calde spirano da sud, attraverso il grande oceano.

Il grano e i pomodori amano il vento dell’ovest. Le spighe alte e bagnate luccicano come cellophane, le foglie dei pomodori si curvano sotto il peso dell’acqua. L’aglio e le cipolle, invece, con la pioggia crescono fragili e svogliati, rischiando di ammuffire. Qui seduta a contemplarli ci sono io, povera vecchia cyborg con qualche rotella fuori posto.

Quando mi rendo conto che sto attribuendo una personalità alle mie verdure, comprendo che sono rimasta per troppo tempo a osservare la pioggia. Oppure il ghiaccio abbagliante. 0 ancora le foschie o le nubi calde che si sfilacciano in strisce sottili. A quel punto mi metto una giacca o un cappello, a seconda di dove soffia il vento, ed esco a dare un’occhiata al mondo.

A quel poco che mi è rimasto del mondo. Al mattino posso scendere fino alla spiaggetta sassosa in fondo al canyon per vedere se è finito a riva qualcosa di interessante. Mai che trovi niente. Sulle rocce vivono i leoni marini, che gemono e grugniscono proprio come vecchi. Un mortale potrebbe ingannarsi. Io li ignoro.

Oppure posso risalire il canyon e arrampicarmi per gli stretti pendii scoscesi, facendomi largo tra gigantesche felci fino a raggiungere uno spuntone di roccia spazzato dal vento. Lì lascio correre lo sguardo da una parte all’altra dell’isola, in tutte le direzioni. Dovunque mi giri vedo l’oceano, con la linea dell’orizzonte che svanisce tra le nubi. Naturalmente mai l’ombra di una nave; gli ominidi, non sono ancora progrediti oltre i tronchi galleggianti.

Comincia la giornata. Ho sempre molto da fare: se non devo seminare o mietere, mi tocca occuparmi della serra, sostituire i condotti dell’impianto di irrigazione, tenere puliti i fossi. Lavoro un po’ su alcuni progetti miei e, quando serve, piallo del legno per sistemare qualche vecchio mobile. Mi fermo per mangiare, se me ne ricordo. La sera, poi, ritorno alla spiaggia a guardare le piccole onde infrangersi sulla costa, e qualche volta mi dimentico di rientrare a casa.

Un giorno su questa spiaggia sassosa costruiranno un villaggio turistico, con palme e sabbia gialla trasportata a bordo di chiatte per dar vita a un posto tanto artificiale quanto lo sono io. L’acqua brulicherà di barche dipinte a colori vivaci, cariche di escursionisti. Laggiù, dove ce quella grossa roccia che somiglia a un pan di zucchero, sorgerà una grande sala da ballo. Se lui fosse qui con me mi piacerebbe tanto andarci.

Lui, l’uomo che mi compare solo in sogno, o quando rimango a fissare per ore e ore l’immobile distesa d’acqua. Lo sto aspettando su Quest’isola da almeno tremila anni, credo.

Non ne sono sicura, però, ed è questo il motivo per cui ho aggiunto altre pagine al mio diario, mi sono intagliata una penna nuova e ho fatto scempio di un’altra cartuccia d’inchiostro della stampante: forse se comincio a prendere nota di quanto mi succede riesco a tenere traccia dei giorni. Hanno cominciato a scivolarsene via a velocità preoccupante, come fogli di calendario che cadono a terra svolazzando.

Stamattina sono uscita con l’intento di sfoltire le pianticelle di pomodori e… immaginatevi la sorpresa! Filari e filari di piante rigogliose, cariche di frutti rossi, si estendevano fino a perdita d’occhio. Qualcuno si era preso cura di loro, le aveva innaffiate e ripulite dalle erbacce. Sono stata io? Giuro che non me ne ricordo, e il mio cronometro interno non registra alcuno spostamento nel futuro, anche se qualcosa, io o il mio mondo, sta scivolando fuori dal normale flusso del tempo.

Che significa questa stranezza? Le mie facoltà si stanno lentamente deteriorando? Sembrerebbe impossibile in un’immortale perfettamente progettata. Non dimentichiamoci, comunque, che io non sono del tutto normale: sono una generatrice di onde Crome, una di quelle aberranti creature che i mortali chiamano “sensitivi” o “veggenti”. Sono l’unica cui la Compagnia abbia mai concesso l’immortalità, e scommetto che se ne sono pentiti.

Non che fosse loro intenzione farlo, naturalmente. Qualcuno dev’essersi sbagliato quando valutarono se concedermi o no l’onore di entrare per l’eternità al servizio della Compagnia. Non si accorsero della pecca nascosta e così eccomi qua, come una macchia di inchiostro indelebile. Cancellarmi è impossibile. Certo, abbandonarmi in una stazione botanica dall’altra parte del mondo e del tempo ha comunque risolto un bel po’ di problemi.

La mia prigione, in realtà, è un posto incantevole, proprio il luogo di confino che mi sarei scelta io, se avessi potuto: completamente isolata, ma verde e lussureggiante, picchi e vallate immersi nel silenzio assoluto. Persino le onde del mare sussurrano appena quando si infrangono sulle scogliere, sollevandosi in alti spruzzi di spuma.

Solo una volta si è sentito un gran rumore, un frastuono terribile che è riecheggiato per le montagne. Quel giorno me ne sono rimasta chiusa in casa ad aggirarmi nervosamente avanti e indietro, tappandomi le orecchie con le mani e canticchiando tra me e me per farmi passare l’agitazione. Finì tutto quanto in poche ore. Da quel momento non mi sono più avventurata nel Silver Canyon per controllare se le piccole creature che lo abitavano fossero ancora vive. Sapevo cosa sarebbe stato di loro quando inviai il segnale per avvertire la Dr. Zeus della loro presenza. Cercavano di sfuggire alla persecuzione della Compagnia? Li ho traditi? Be’, altro sangue che mi sporca la coscienza. Ho solo eseguito gli ordini, naturalmente.

Questo, capite, è un motivo in più per cui non mi importa di trovarmi qui, ai lavori forzati. Dove altro potrei stare? Sono responsabile della morte di sette uomini e di un numero sconosciuto di quegli esserini pallidi, qualsiasi cosa fossero.

“Occhio non vede, cuore non duole”, non si dice così? Di sicuro qui non ce nessun occhio a vedermi se emano radiazioni blu quando sto per avere una visione o combino qualcos’altro di inquietante e apparentemente impossibile come spostarmi di mia volontà avanti e indietro nel tempo. Lo so, sono davvero troppo pericolosa perché mi lascino scorrazzare liberamente. E se fossi proprio “difettata”? Invece di studiare il mio caso, però, la Compagnia ha deciso di tenermi nascosta, così non lo saprò mai.

Per essere un utensile rotto e gettato da parte me la sono cavata piuttosto bene. Al mio arrivo qui sono strisciata fuori dalla navetta di trasporto senza praticamente nulla all’infuori dell’uniforme della prigione che avevo addosso. Ora possiedo una casa confortevole che mi sono costruita da sola durante tutti questi anni. Certo, si capisce che non è opera di un professionista, ma dovreste vedere che capolavoro di cucina! Ha un caminetto che tira a meraviglia e un piccolo lavello alimentato da una pompa manuale. Anche il pozzo da cui attinge l’ho scavato io. Nel giardino sul retro ho sistemato una tinozza d’alluminio dove faccio il bagno. La riempio prima di mezzogiorno e lascio scaldare l’acqua fino a sera, e dopo la uso per irrigare il prato. È così ordinata, questa vita che mi sono costruita.

Mi manca forse di che mangiare e bere? No davvero. Coltivo praticamente tutto quello che mi serve, e di fatto la sola cosa che ormai ricevo dalla Compagnia sono gli approvvigionamenti di proteine sintetiche di marca Proteus.

Avevo già scritto delle Proteus? Mentre rileggevo queste ultime righe ho avuto un’intensa sensazione di déjà-vu e mi sono messa a sfogliare il diario a ritroso per vedere se ne avessi già preso nota. No. Niente nella prima par te, quella sull’Inghilterra, e niente nel commento che ho aggiunto ai verbali del mio processo. Ecco, sono scivolata avanti nel tempo un’altra volta.

Sì, devo proprio cercare di restare ancorata al “qui e ora”. Forse è un po’ tardi per recuperare un perfetto equilibrio mentale, ma almeno posso evitare di sprofondare nel suolo di quest’isola, sommersa dal peso dei secoli e conservata come un tossile sotto uno strato di confezioni intonse di Proteus Marina. Suppongo che non sarei arrivata a questo punto se in tremila anni avessi visto un’altra anima viva che non fosse un sogno o un’allucinazione.

Se solo lui fosse venuto a cercarmi.

Non so se è il caso che scriva di lui. L’ultima volta che l’ho fatto sono rimasta depressa per anni e ho vagato da un capo all’altro dell’isola in preda alla tristezza e all’inquietudine. Non è bene evocare un fantasma quando si è completamente soli, a maggior ragione se venderesti l’anima, ad averne una, pur di raggiungerlo nella tomba. Ma forse mi serve davvero l’infelicità per rimanere legata al mondo. Forse il problema sta proprio in questa strana vita senza dolore.

Se guardo dall’altra parte del tavolo me lo vedo davanti, così come mi apparve per la prima volta in Inghilterra, nel 1554: alto, avvolto nella veste nera dello studioso, mentre mi squadrava con uno sguardo freddo e arrogante. Non rimanemmo nemici a lungo, lo ero così giovane e così affascinata dalla voce di quell’uomo, dalle sue mani grandi e delicate… A volte mi sveglio la notte convinta di avere al mio fianco quel corpo mortale, caldo come il fuoco in cui trovò il martirio.

Distolgo lo sguardo ma eccolo là, sulla soglia, proprio come stava nell’atrio della stazione delle diligenze a Cahuenga Pass, quando tornò a incrociare la mia vita nel 1863. Un sorridente gentiluomo vittoriano col cappello a cilindro, che nascondeva dietro la compostezza dei modi la natura letale della propria missione. Il nostro fu un incontro casuale: entrai tardi in scena, nell’ultimo atto della stia vita, ma lo tenni stretto a me mentre se ne andava e vendicai la sua morte.

“Vendicai la sua morte”, che espressione barbara. Eppure, anche se mi è stato insegnato a essere superiore a queste sciocchezze da mortale, quanto ho fatto supera addirittura la barbarie. Non ricordo neppure di aver smembrato sei agenti della Pinkerton, ma a quanto pare è proprio quel che ho fatto, dopo che loro avevano riempito di piombo il mio amante.

mpo immacolati, mi disse che sarebbe tornato. Il mio povero agente segreto sapeva qualcosa che io ignoravo, e se fosse vissuto ancora per trenta secondi avrebbe potuto rivelarmelo.

Dovrei meditare su questo mistero, ma adesso che ho rievocato il fantasma riesco solo a pensare alla grazia svanita del suo corpo. Sì, avrei fatto meglio a lasciarlo in pace. Adesso probabilmente ricominceranno i sogni. Sono impalata sui suoi ricordi come un insetto su uno spillo. O scegliete voi un’altra metafora…

Ho passato gli ultimi giorni, quando non piangevo come una fontana, a darmi dell’idiota. Sono stufa di essere un’adolescente infelicemente innamorata, soprattutto perché questa storia va avanti da più di trenta secoli. Perché non farla pagare a qualcun altro, tanto per cambiare?

Per esempio, alla Dr. Zeus Incorporated, che mi ha reso ciò che sono. Ecco com’è andata. All’inizio la Compagnia era una società segreta di avventurieri e investitori che si impossessarono di una tecnologia avanzatissima, messa a punto da qualcun altro (gli sfortunati esserini pallidi). La rubarono e se ne servirono per sviluppare tecnologie ancora più avanzate, spesso segretissime, e per diventare molto, molto ricchi.

Ovviamente, quando ebbero tutti i soldi che potessero desiderare, ne vollero ancora di più; così escogitarono la maniera di viaggiare nel passato a caccia di tesori perduti da riportare con dei sotterfugi nel futuro per poterli rivendere a prezzi esorbitanti.

Già che cerano, trovarono anche il modo per rendere…

La Compagnia del Tempo: il Mondo che Verrà - Copertina

Tit. originale: The Life of the World to Come

Anno: 2004

Autore: Kage Baker

Ciclo: La Compagnia del Tempo (The Company Universe) #5

Edizione: Mondadori (anno 2011), collana “Urania” #1573

Traduttore: Alessandro Vezzoli

Pagine: 338

Dalla copertina | Estraniata dal XVI secolo, trasformata in un cyborg e condannata a coltivare la terra di centocinquantamila anni fa per nutrire i turisti che la Compagnia porta in viaggio nel tempo, Mendoza è una donna dalle straordinarie doti di resistenza. Un giorno, l’uomo che ha amato in epoche lontane si schianta improvvisamente nel suo campo con un time shuttle: adesso si fa chiamare Alec Checkerfield, è diventato un pirata ed è deciso a sabotare una volta per tutte la potentissima Compagnia della Dr. Zeus. La quale ha senz’altro un tallone d’Achille: non può sapere nulla di ciò che avviene dopo l’anno 2355…

1# – La Compagnia del Tempo

2# – La Compagnia del Tempo: Coyote nel Cielo

3# – La Compagnia del Tempo: Mendoza a Hollywood

4# – La Compagnia del Tempo: il Futuro in Gioco

5# – La Compagnia del Tempo: il Mondo che Verrà

6# – I Cavalieri del Tempo