Mendoza a Hollywood (Mendoza in Hollywood, di Kage Baker)
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La Compagnia del Tempo: Mendoza a Hollywood

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Anteprima testo

Prologo

Si narra che, a metà circa del XXIV secolo, esistesse una favolosa Compagnia che poteva far avere qualsiasi cosa a chi aveva abbastanza soldi.

Un in-folio di Shakespeare per la propria biblioteca privata? Un dodo vivo per lo zoo personale? Un disegno originale di Leonardo da Vinci per la vostra camera da letto? Le registrazioni di ogni concerto di Mick Jagger?…

E che dire di una collana indossata da Cleopatra?

Qualche figura storica piace particolarmente? Qualcuno vorrebbe avere un figlio da lui? O che lo avesse la propria moglie? Discendenza autentica e garantita di Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte, Elvis Presley.

In realtà, la Compagnia esistette veramente, e si chiamava Dr. Zeus Incorporated.

Quando cominciò, aveva due scopi: rendere gli esseri umani immortali e riuscire a viaggiare nel tempo. Entrambi questi scopi furono raggiunti soltanto parzialmente, ma nessuno se ne preoccupò, con tutti i soldi che la Dr. Zeus riuscì comunque a guadagnarci.

Viaggiare nel tempo, per esempio, si rivelò possibile solo verso il passato, e poi di nuovo in avanti fino al punto di partenza. E neppure era possibile portare qualcosa nella propria epoca. E inoltre la Storia non poteva essere cambiata.

Questi ostacoli si riuscirono a superare costruendo magazzini indistruttibili nel passato, dove ammassare tutto il bottino per poi recuperarlo nel presente. Ma, naturalmente, c’era bisogno di una forza lavoro che si occupasse di questi magazzini, e che sbrigasse qualche faccenda extra nel corso del tempo…

L’immortalità è un’altra questione. Era possibile rendere immortale un essere umano. Il problema era che, una volta finito il trattamento, quello non era più un essere umano, ma un cyborg; e chi era disposto a pagare dei milioni per diventare una di quelle cose?

Ma qualcuno alla Dr. Zeus ebbe un’idea particolarmente brillante per risolvere entrambi i problemi: rendere immortale la forza lavoro.

Se si hanno degli operai che vivono per sempre, non c’è più bisogno di portarli avanti e indietro attraverso il tempo; si può risparmiare un sacco semplicemente creandoli all’inizio del tempo e lasciando che poi lavorino attraverso le epoche, giorno dopo giorno, come tutti gli altri. Si potrebbero trasmettere gli ordini ai cyborg usando quelle particelle sub-atomiche che, come è ormai risaputo, esistono ovunque, in ogni momento e in ogni luogo contemporaneamente. E così, si è in affari.

Ogni epoca ha i suoi bambini abbandonati, i suoi orfani di guerre o di carestie. Non saranno grati a chi li salverà, gli donerà l’immortalità e un lavoro sicuro? E che lavoro: sottrarre oggetti e creature preziosi all’oblio. Certo che gli saranno grati…

Questo è il terzo volume della storia ufficiosa della Dr. Zeus Inc.

Nel primo, La Compagnia del Tempo, viene presentata la specialista di botanica Mendoza salvata ancora bambina dalle segrete dell’Inquisizione, nella Spagna del XVI secolo, per mano di un operativo della Compagnia, il facilitatore Joseph. In cambio dell’immortalità, di un incredibile potenziamento del suo corpo e della sua mente, Mendoza avrebbe lavorato nel passato per il futuro, salvando le piante dall’estinzione.

Nella sua prima missione da adulta, Mendoza era stata inviata con Joseph in Inghilterra, all’epoca del regno totalitario della cattolica Maria la Sanguinaria. Travestita da mortale, lei e gli altri operativi avevano avuto il compito di saccheggiare il giardino privato di un eccentrico collezionista, sir Walter Iden. Il suo scopo era quello di trafugare un esemplare di Ilex tormentosum, una specie che contiene una potente sostanza anticancro e che si sarebbe estinta nel futuro.

Superba e sprezzante come può esserlo soltanto un’adolescente immortale, Mendoza aveva guardato dall’alto in basso i mortali tra i quali lavorava, fino a quando non aveva incontrato il segretario di sir Walter, Nicholas Harpole, un eretico protestante.

Mendoza e Nicholas avevano ingaggiato una gara di talenti che li aveva portati a letto. Appassionatamente innamorata, nonostante Joseph continuasse a ripeterle che fosse una follia legarsi a un mortale, Mendoza aveva cercato di destreggiarsi tra il proprio cuore, la propria missione e il proprio segreto. Il suo fallimento era stato spettacolare.

Nicholas era finito sul rogo. Mendoza si era ritrovata con il cuore spezzato. Joseph era accorso di nuovo a salvarla e l’aveva fatta trasferire in una base di ricerca della Compagnia in Sudamerica: Nuovo Mondo Uno.

Coyote del Cielo comincia 144 anni più tardi, quando Joseph arriva a Nuovo Mondo Uno per una breve vacanza, prima di imbarcarsi nella sua prossima missione in Alta California. Il progetto, persuadere un villaggio di Chumash a farsi rilocare dalla Compagnia in una delle sue basi di ricerca, era particolarmente impegnativo, e richiedeva operativi di ogni disciplina. Anche Mendoza fu arruolata per la missione.

Sgradevoli sorprese li attendevano in California. Gli operativi immortali incontrarono alcuni dei loro padroni mortali del futuro. Ne furono sconvolti: li trovarono ignoranti e contorti, spaventati dai loro stessi domestici cyborg. Joseph, per di più, scoprì alcune cose spiacevoli sulla Compagnia che gli ricordarono un avvertimento datogli secoli prima da Budu, l’immortale che lo aveva reclutato.

Per esempio, come mai gli immortali, pur ricevendo informazioni di ogni tipo dal futuro, non venivano a sapere mai nulla che andasse oltre l’anno 2355? La risposta ufficiale della Compagnia era che nel 2355 la Dr. Zeus avrebbe potuto svelare al mondo il suo grande lavoro e ricompensare i suoi operativi per ere ed ere di servizio fedele. Ma si poteva credere alla Compagnia?

Mendoza, di nuovo in contatto con il mondo mortale, scoprì che il suo cuore non si era ancora ripreso dalla morte di Nicholas. Piena di disprezzo verso i mortali e a disagio persino con il suo genere, trovava conforto soltanto nella natura incontaminata dell’Alta California. In quelle foreste riusciva a dimenticare la sua dolorosa umanità e a concentrarsi sull’unica cosa che poteva consolarla: il lavoro di botanica.

Poi, dopo 160 anni…

*

TRASCRIZIONE AFCNW32063
UDIENZA PRELIMINARE

SOGGETTO: ESPERTA DI BOTANICA MENDOZA. 20 MARZO, 1863.
A DISPOSIZIONE: CINQUE CHILOGRAMMI DI TEOBROMO.
AUDITORI: LABIENUS, AETHELSTAN, GAMALIEL.

Volete sapere la verità? La verità è qualcosa di soggettivo, sapete, e voi potreste avere tutte le prove di cui avete bisogno dalle trascrizioni dei dati. Tuttavia non riuscireste a comprendere i miei motivi, vero? Capisco.

Sarebbe di qualche aiuto se confessassi di mia spontanea volontà? Ho ucciso sei… no, sette mortali, anche se devo dire che sono stati loro a provocarmi. Ho agito violando le leggi che ci governano, e i principi instillatimi quando ero a scuola. Ho tradito quei principi lasciandomi coinvolgere in una disputa tra mortali, sostenendo una causa fallimentare. Peggio ancora, ho rubato una proprietà della Compagnia, me stessa, quando ho abbandonato il posto che mi era stato assegnato. No, señores, non mi aspetto clemenza.

Ma forse può aiutarvi sapere che tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per amore.

Quando ero una giovane operativa ho avuto un’esperienza sfortunata, capite; sono stata battezzata nel sangue di un martire. No, davvero. Sapete come funzionano queste cose, i battesimi? Io non lo sapevo. Avevo studiato le cose che tutti noi studiamo, sanità, scienze, una spiegazione ragionevole per tutto ciò che accade nel mondo. La fede e i rituali connessi non sembrano male, tutta quella storia della salvezza eterna, ma inevitabilmente portano alla paura, all’oppressione, al patibolo e alle fiamme. Ho scoperto di prima mano che tutto questo è vero.

Ero accecata, come sono certa lo sareste stati anche voi, dalla scoperta che quell’esperienza aveva lasciato una cicatrice nella mia stessa carne. L’uomo mortale aveva sparso il suo sangue e aveva gridato la sua formula magica, e io me ne stavo lì, come un animale al quale sia stato messo un collare radio e poi rilasciato, a vagabondare sconcertata tra i miei simili chiedendomi cosa mi fosse accaduto. Non sono più stata la stessa. Per molto tempo ho creduto che sarei riuscita a liberarmi da quell’incantesimo. Solo sulle montagne ero quasi felice. Ma voi non mi avete permesso di restarci. Mi avete rimandata in luoghi abitati dai mortali, e lui mi ha trovata di nuovo, mi ha rintracciata seguendo le onde radio del mio collare, attraverso il marchio che mi aveva imposto.

Non mi lascerà mai in pace.

Grazie, accetto con piacere del teobromo. Ottima qualità. Se continuerete a somministrarmelo, sono certa che scoprirete tutto ciò che volete sapere, anche se io piagnucolerò un sacco, soprattutto verso la fine.

D’accordo, señores, i registratori funzionano?

*

Qualcuno di voi è mai stato in missione a Los Angeles? No? Brutto posto. Da quando sono arrivati gli yankee è tutto un susseguirsi di omicidi e risse. Non c’era nessun buon motivo per mettere una città lì, su quel promontorio di argilla sopra il fiume; ma la Spagna era così sicura che i russi volessero invadere l’Alta California che decise di appiccicare delle piccole città lungo la costa, come segnalini su una mappa. In quel modo avrebbe potuto affermare di essersi già insediata; le missioni indiane non contavano, naturalmente, solo le colonie dei bianchi.

Bianchi! Che risate. Quello che accadde fu che Felipe de Neve mandò i suoi bravi giù da Sinaloa con tutti gli “aspiranti coloni” che erano riusciti a corrompere, minacciare o ingannare. Forse, in quella banda, ci saranno anche stati uno o due spagnoli, ma il resto erano ex soldati meticci e mulatti, i sangue misto della Nuova Spagna e dell’Africa con le loro mogli e i loro bambini. Gli uomini di De Neve li trascinarono attraverso il deserto e su per le montagne, per poi fermarsi sulle sponde asciutte di un fiume, con i suoi grandi sicomori. Celebrarono una bella messa e poi li lasciarono lì, a fissare il buio della notte, e che notte lunga e vuota dev’essere stata. Niente vicini a parte gli indiani, e nessun riparo per proteggersi dagli orsi a parte dei capanni di frasche. Immagino che i coloni si siano stretti gli uni agli altri chiedendosi in che diavolo di pasticcio si fossero ficcati.

Ma il mattino dopo presero la decisione giusta: costruirono un piccolo villaggio di casette a un piano in mattoni crudi, ridussero alcuni indiani in schiavitù e nel giro di una generazione o due erano diventati gentiluomini e allevatori, con migliaia di animali su proprietà terriere grandi come piccoli regni, proprietà che avrebbero fatto morire di invidia la nobiltà decaduta del Vecchio Mondo.

Naturalmente, se uno voleva un vaso da notte o un coltello o della tela di cotone, non poteva far altro che aspettare le navi che venivano dal Messico, all’incirca uno o due carichi ogni cinque anni. La situazione non migliorò neppure dopo la rivoluzione; una burocrazia libera e democratica si muove ancora più lentamente del governo di un viceré. Fu così che arrivarono i mercanti yankee, a contrabbandare prodotti di consumo, e i rancheros furono fin troppo felici di fare affari con loro. Le conseguenze le conosciamo tutti. Richard Henry Dana scrisse a casa raccontando che chiunque avesse l’ambizione di costruire mulini e fattorie laggiù avrebbe fatto fortuna. Emigranti provenienti dagli Stati Uniti scalarono le Montagne Rocciose per vedere se fosse vero, alcuni di loro trovarono una pepita, e dall’oggi al domani ci ritrovammo tutti americani, grazie a qualche spintarella di John C. Fremont.

All’inizio non fu poi così terribile, per esempio nacque San Francisco. Los Angeles, però, venne un po’ male. Si riempì di ubriaconi e fuorilegge, sbandati illusi dalla caccia all’oro, più parecchi uomini in fuga dalla civiltà in generale. Laggiù, capite, non c’era nulla, a parte delle colline brulle e delle mandrie, e un grande spazio dove perdersi. Ben presto apparvero un sacco di saloon, altri luoghi dove perdersi. Vi furono così tanti omicidi che la gente cominciò a chiamare Los Angeles la città dei diavoli invece che la città degli angeli. Los Diablos. Le antiche famiglie di rancheros si rinchiusero nelle loro eleganti haciendas, ad ascoltare le fucilate, e a…