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La Foresta di Shilveral

La Foresta di Shilveral è il primo capitolo de “Le Cronache di Teryan”, una trilogia scritta dall’esordiente Fabio Sforza. Il ciclo si completa con L’Amuleto di Shilveral e Le Profezie di Shilveral.

Protagonista è Michelle, giovanissima elfa che cela in sé un misterioso potere. Terminati gli studi nell’Accademia della Magia, Michelle parte alla ricerca della foresta di Shilveral dove cresce un misterioso albero fatato che, secondo leggende e ballate, avrebbe la proprietà di esaudire i desideri. Il cammino è pieno di pericoli, anche perché al mistico luogo sono diretti anche un gruppo di scalcinati avventurieri, un potente Lich (un essere non-morto, comune nei giochi di ruolo fantasy) e gli alleati di quest’ultimo.

L’autore sceglie un’ambientazione molto tradizionale, trasposta pari pari dai giochi di ruolo cartacei. Il suo mondo è popolato da varie razze, descritte con minuzia, quasi sempre seguendo i dettami dell’Advanced Dungeons and Dragons: ci sono gli umani, e i semiumani, ovvero Elfi, Nani, Orchi, Mezz’Elfi e Mezz’orchi, e così via.

Lo stesso lessico è preso a piene mani dal gergo dei giocatori: gli incantesimi “charmano” il nemico, per esempio. Sono utilizzate le stesse magie presentate dai manuali di gioco: lo charme, il sonno, il dardo incantato, il cura ferite, la resurrezione…  Incentrati sui molti stereotipi amati dai patiti del roleplay, né il mondo né gli eventi brillano per originalità, tuttavia possono divertire e spingere il neofita a cercare testi più impegnativi.

Altre caratteristiche possono sembrare difetti per il lettore a digiuno di gioco di ruolo. Che dire, per esempio, del look dei nostri protagonisti? I personaggi di Sforza sono un po’ troppo simili alla variopinta folla che popola le vie delle nostre città, hanno cappelli da cowboy e minigonne, magliette con tasche ovunque… Gli Elfi sono formosi anziché agili e smilzi, e più alti del metro e sessanta loro assegnato dalla buonanima di Gary Gygax. La loro estetica è costruita per farli assomigliare a beniamini televisivi, veline e calciatori. Saranno pure elfi, ma sono rappresentati come umani aggraziati,  con orecchie appena a punta. E, ahinoi, ragionano con i tempi e i modi di un uomo del terzo millennio.

Quanti amano Dungeons and Dragons nella sua interpretazione più estrema, non battono ciglio nel trovare eroi coperti di acciaio da capo a piedi ventiquattro ore su ventiquattro, o che indossano un’armatura con la stessa facilità di una giacca. Accettano e magari gradiscono descrizioni di spade magiche ingioiellate, oppure di abiti succinti da gothic lolita, e di personaggio esasperati, “power player” (per restare nello slang). Un altro genere di lettore trova invece queste cose irritanti.

Naturalmente, in assoluto, non esiste una ragione o un torto, perché pretendere il realismo è una questione di gusto personale, di sensibilità, e di contesto in cui si svolge la vicenda.

Il romanzo mostra tuttavia alcuni difetti oggettivi, che risaltano anche agli occhi di chi sia inesperto di letteratura di genere. Lo stile è scorrevole, ma le descrizioni risultano o troppo rapide o troppo esplicite; in ambo i casi inibiscono l’immaginazione del lettore. Ci anticipano per esempio dettagli sull’indole dei vari eroi, invece di lasciarcela desumere dalle loro azioni e dalle loro scelte; indole che spesso segue i cliché razziali tipici ancora una volta dei giochi di ruolo più celebri.

Quando poi i personaggi si decidono ad agire in modo meno standardizzato, si comportano proprio come adolescenti del pianeta Terra, Anno Domini 2010. L’Accademia di Magia assomiglia a una delle tante scuole presentate dalla letteratura di genere, senza però i professori carismatici e le invenzioni geniali che animano Hogwarts, senza i severi stregoni della Torre dell’Alta Stregoneria di Krynn, e pure… senza l’autentica umanità dei docenti che occupano le cattedre del pianeta Terra. La Taverna delle Lance Spezzate sembra un qualsiasi pub malfamato ma alla moda. La protagonista, l’elfa Michelle, oltre a portare un nome poco esotico, si comporta come una perfetta Mary Sue. Bella come una dea, tutti stravedono per lei; a scuola è una secchiona. Sempre da brava Mary Sue è ingenua, perde la testa per un elfo che è una canaglia. Se non bastasse, è l’ennesimo personaggio predestinato, capace di compiere miracoli, perfino la resurrezione di un bardo straziato da un gruppo di coboldi.

Vive di situazioni e sentimenti descritti con dovizia di dettagli solo quando ricalcano quelli accessibili a un adolescente “umano” del Terzo Millennio. Ogniqualvolta si presentano situazioni eccezionali che dovrebbero far emergere differenze culturali e sociali, l’Autore taglia, riassume, elude o si rifugia in stereotipi. Un esempio: l’esame che Michelle deve affrontare per divenire maga viene liquidato in poche righe, anzi non ci viene proprio raccontato, la ritroviamo già fuori a festeggiare la laurea.

Come protagonista può essere irritante e forse anche poco commerciabile. Sembra un paradosso, l’Autore fa i salti mortali per renderla simpatica a tutti: le ragazzine dovrebbero identificarsi in lei e nei suoi problemi; i ragazzi dovrebbero andare pazzi per le sue curve; chi ama il fantasy dovrebbe ritenerla una perfetta eroina, eppure… Eppure qualcosa non funziona e le avventure della leziosa protagonista, con i suoi capricci adolescenziali, finiscono per non accontentare nessuno, nemmeno le lettrici teenager ( mancando i caratteristici tratti da shojo manga, come un gruppo di avventurieri tutto al femminile, qualche buffo animaletto o personaggio antropomorfo, qualche dettaglio umoristico più marcato…).

Ad ogni modo, nonostante le ambiguità nei personaggi, i particolari più adulti inseriti qua e là, la trilogia sembra proprio rivolgersi a un pubblico assai giovane, che si avvicina al fantasy per la prima volta, col gusto condizionato dai regolamenti dei giochi di ruolo.

Una volta giunti alle ultime pagine, l’impressione sarà inevitabilmente quella di un déjà-vu.