La Gabbia
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La Gabbia

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Il cortometraggio La Gabbia, di Francesco Petruccelli, racconta in otto surreali minuti le angosce e le fobie della nostra vita quotidiana, generate dalla rimozione di sensi di colpa piccoli e grandi: la protagonista si ritrova immersa in una realtà parallela alla nostra, creata dalla sua mente.

È un mondo immaginario che riflette il nostro, deformandolo come uno specchio da luna park. È popolato da un mimo, una coppia di sordomuti, un cieco col suo cane, un cuoco, una donna con valigia, passanti con borse della spesa… Tutti i personaggi sono in fuga, corrono sullo sfondo di un anonimo paesaggio urbano, una periferia che ricorda la solitudine delle piazze dipinte da De Chirico.

L’esperienza vissuta dalla protagonista genera angoscia, poiché i passanti, a prima vista familiari, a poco a poco si scambiano ruoli, linguaggi, comportamenti, in una babele di messaggi spesso fraintesi. Dovremmo essere abituati a incontrare quelle persone, nel quartiere: invece tutte smarriscono quelle caratteristiche che ce le rendono riconoscibili, e si trasformano in creature inquietanti. L’atmosfera opprimente è suggerita fin dai titoli di testa, presentati tra linee e geometrie rétro, che ammiccano a certe commedie all’italiana degli anni Sessanta, e ricordano le sbarre di una prigione, la ‘gabbia’ che ciascuno costruisce dentro di sé, fatta di sensi di colpa, di tabù, di episodi sgradevoli rimossi.

La trama è piuttosto inconsueta e lo spettatore è guidato all’interpretazione degli eventi da un dialogo minimale, inserito soprattutto nella parte conclusiva. Va sottolineato come la vicenda sia progettata in modo da dipanarsi nello spazio di pochi minuti: non è un’opera sintetizzato per esigenze di distribuzione o per ristrettezza di mezzi. Ci sono invece tempi stabiliti con precisione, e, se venissero dilatati, la pellicola ne soffrirebbe.

La Gabbia gode di una realizzazione elegante, complice il budget adeguato alle intenzioni degli autori. La macchina da presa sfrutta le necessarie attrezzature e si permette movimenti circolari altrimenti impossibili, che ripetono e amplificano il percorso dei personaggi in fuga. Il montaggio è realizzato con mano sicura da Valentina Villa, asseconda i virtuosismi piccoli e grandi, accresce il senso di estraniazione che circonda la protagonista. Non ci sono effetti speciali prorompenti, eccetto qualche sequenza rallentata, e la scelta di girare in un elegante bianco e nero. L’assenza di colore ci trasporta subito in un ‘altrove’ inquietante. Il sonoro, realizzato dal cantautore milanese Giuliano Dottori, alterna toni da farsa a momenti di intimismo, e bene accompagna i vari personaggi. Il musicista assegna a ciascuno di loro un breve tema, o uno strumento, quasi fosse la voce: anch’esso viene attribuito ad altri personaggi, durante il percorso della fuga.

Il cortometraggio sfugge a classificazioni di genere, piacerà a quanti amano le sperimentazioni, e preferiscono un linguaggio espressivo non convenzionale.